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Editore: Franco Angeli
Anno edizione: 2008
Pagine: 272 p.
  • EAN: 9788846492890
Sappiamo bene che i giovani sono grandi consumatori delle nuove tecnologie della comunicazione e dell'informazione. Sappiamo meno bene quali effetti ha (e avrà) l'uso di questi mezzi sui loro stili di vita, sulla loro socialità, sui loro modi di apprendimento, sulla costruzione della loro identità. Anche in questo caso, come qualche decennio fa per la televisione, si alternano le opinioni contrastanti degli "apocalittici" e degli "integrati"; gli uni mettono in guardia contro i possibili effetti devastanti dell'abuso di questi mezzi, gli altri esaltano invece le grandi opportunità che si aprono per le generazioni a venire. Ben vengano, quindi, ricerche che cercano di guardare sobriamente, senza allarmismi e senza visioni eccessivamente ottimistiche, che cosa sta effettivamente succedendo.
La ricerca curata da Scanagatta e Segatto, condotta sugli studenti veneti, appartiene a questa categoria. Che il riferimento sia a una realtà regionale del Nord-Est non costituisce un limite, non solo perchè il Veneto, sotto questo aspetto, è probabilmente abbastanza rappresentativo delle altre regioni del Nord, ma anche perché è abbastanza ragionevole aspettarsi che, con qualche "scarto" legato alle dimensioni quantitative del consumo, le tendenze evidenziate siano generalizzabili all'intero paese. I giovani veneti hanno praticamente tutti il cellulare e quasi tutti hanno accesso a un pc connesso in rete (magari non tutti ancora in modo "veloce"). Nel loro caso il cosiddetto digital divide isola solo una percentuale modesta di "esclusi".
L'indagine ha fatto uso di una pluralità di strumenti quantitativi e qualitativi: un questionario distribuito attraverso le scuole (medie inferiori e superiori) a più di 1.700 studenti, l'analisi del contenuto di temi svolti in classe, una serie di focus con gruppi di studenti e interviste agli insegnanti delle classi che hanno partecipato. I consumi sui quali è puntata l'attenzione sono il cellulare, il computer, internet e i vari tipi di videogiochi, compresi quelli che comportano qualche forma di azzardo. L'intento della ricerca non è certo quello di "demonizzare", come fa una parte degli insegnanti e anche alcuni intellettuali, per i quali ogni innovazione è un segnale di "sfascio", quanto vedere che cosa si cela dietro un uso "eccedente" di queste tecnologie. L'uso "eccedente" è stato definito in riferimento al gruppo che costituisce il 10 per cento superiore (il 90° percentile) tra coloro che usano di più un certo mezzo: questa soglia comprende, ad esempio, coloro che usano internet più di tre ore al giorno, che inviano quotidianamente più di 50 sms, che video-giocano per più di tre ore tutti i santi giorni. Se queste tecnologie presentano rischi di effetti "patologici", tali effetti devono apparire in coloro che vi sono più esposti.
La conclusione a cui giungono gli autori della ricerca è che i giovani che fanno un uso esagerato di queste tecnologie sono tutto sommato "normali", anche se c'è chiaramente un rischio di "dipendenza". L'utilizzo del concetto di dipendenza in riferimento a consumi che non hanno a che fare con sostanze (alcool, droghe ecc.) non è puramente metaforico, ma sottolinea l'aspetto compulsivo che certi comportamenti di consumo possono assumere e che li accomuna all'assunzione di sostanze. È vero che tra gli utilizzatori "eccedenti" vi è in genere una quota proporzionalmente maggiore di ragazzi (meno di ragazze) che hanno problemi di rendimento a scuola, problemi di relazione in famiglia e con gli insegnanti, e magari sono anche più "isolati" dalle relazioni tra pari. Ma il nesso non è così forte da poter attribuire la causa del loro disagio all'abuso di nuove tecnologie, si tratta piuttosto di un "fattore concomitante", capace forse di rafforzare tendenze già presenti, oppure di un sintomo di disagi che hanno origine altrove. L'equazione abuso=patologia non è affatto scontata.
Ciò non vuol dire che l'abuso non debba suscitare preoccupazione negli educatori (genitori e insegnanti), i quali però sono poco attrezzati per orientare i giovani a un uso più sensato di questi strumenti. I genitori sono spesso spiazzati e scavalcati dalla rapidità delle trasformazioni tecnologiche che hanno fatto irruzione nella sfera domestica e spesso devono ricorrere alle loro figlie e ai loro figli per risolvere i problemi tecnici che l'uso delle tecnologie comporta. Ma anche molti insegnanti sono rimasti indietro rispetto ai loro studenti, anche perché il divario generazionale in termini di età e di distanza culturale tra docenti e studenti è andato aumentando in questi ultimi vent'anni. La lettura di questa ricerca non sarà certo inutile per quegli insegnanti che vogliono guidare i loro allievi a utilizzare le grandi potenzialità delle "nuove macchine", mettendoli nello stesso tempo in guardia contro i possibili rischi.
Al di là di questi indubbi pregi, vi sono anche alcuni aspetti della ricerca che suscitano qualche perplessità. Ne cito alcuni. Primo, l'accostamento dei consumi tecnologici con altre mode, come il tatuaggio e il piercing, è a mio avviso un po' azzardato. È vero che cellulare e computer funzionano spesso come "protesi" e quindi hanno a che fare con la dimensione corporea dell'identità, però ci sono anche delle belle differenze. Cellulari e internet non sono mode destinate prima o poi a passare. Secondo, non è affrontato, se non di sfuggita, il rapporto tra uso delle nuove tecnologie ed esposizione ai mezzi tradizionali (soprattutto, televisione): in che misura c'è sinergia (l'effetto televisione si somma all'effetto Ict), oppure c'è in atto lungo questa fascia d'età un "effetto sostituzione" (meno televisione, più Ict). Terzo, in alcune tabelle non è chiaro perché le percentuali non sono state calcolate nella direzione delle variabili "indipendenti". Ma sono rilievi minori. La ricerca è interessante, affronta un problema reale, lo fa con competenza e risulta "socialmente utile" per gli operatori della scuola. Alessandro Cavalli