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Nico Perrone

Editore: Gamberetti
Collana: Orienti
Anno edizione: 1995
Pagine: 280 p.
  • EAN: 9788879900102


recensione di Nozza, M., L'Indice 1996, n. 4

"Obiettivo Mattei" di Nico Perrone ha una storia curiosa: è stato pubblicato sette anni fa in una specie di "editio minor" (cento pagine in meno) da un altro editore (Leonardo) e con un titolo diverso: "Mattei, il nemico italiano. Politica e morte del presidente dell'Eni attraverso i documenti segreti". Sostiene Perrone che, solo due mesi dopo averlo pubblicato, l'editore Leonardo ritirò il libro (proprio sotto le vacanze di Natale), lo ammucchiò nei magazzini e infine lo mandò al macero. Il libro non era stato gradito "da qualche parte", azzarda Perrone. Chi non aveva gradito? Le "sette sorelle"? Gli americani della Cia? I francesi dell'Oas? La mafia? I democristiani "atlantici" contrari alla politica "neutralista" di Mattei? Oppure qualcun altro ancora?
La documentazione segreta che costituiva l'ossatura del libro "Mattei, il nemico italiano" (carte provenienti dalla Cia, dal Dipartimento di Stato, dalla National Security Agency, dalla Casa Bianca e da altre fonti archivistiche) c'è ancora tutta in quest'altro "Obiettivo Mattei", dove anzi ci sono nuove testimonianze e nuove carte giudiziarie. Perrone si premura d'avvertire che il titolo è diverso perché diverso è il libro, più ricco, più elaborato quest'ultimo, anche se "le conclusioni restano sostanzialmente immutate". Conclusioni, almeno come ipotesi, che sono in linea con i recenti risultati delle perizie fatte eseguire dal sostituto procuratore di Pavia Vincenzo Calia, che ha ripreso in mano l'indagine a partire dall'anno scorso.
Tracce di un'esplosione sarebbero state rinvenute sui rottami del Morane Saulnier che la sera del 27 ottobre del 1962 precipitò nella campagna di Bascapè provocando la morte di Mattei insieme al suo pilota Bertuzzi e al giornalista americano McHale.
Bisogna subito precisare che Perrone non è uno studioso qualsiasi: vivo Mattei, lavorava nello staff centrale dell'Eni, a Roma, alle dirette dipendenze di Renzo Cola, un "numero due" del presidente, una sorta di commissario politico per le questioni organizzative. Una volta scomparso Mattei, Perrone fu accantonato (come tanti altri, del resto) all'interno di un'Eni che si era repentinamente trasformata in "un baraccone burocratizzato e corrotto (mentre prima era stato corruttore)".
Come inizio dei suoi dubbi, Perrone registra una lettera giunta all'Eni qualche tempo dopo la morte di Mattei, redatta su carta intestata della società francese produttrice dell'aereo. Nella lettera, come una possibile causa del disastro, venivano indicati alcuni difetti intrinseci di quel modello. L'ufficio legale dell'Eni effettuò un'inchiesta presso il fabbricante dell'aereo e risultò questo: che la lettera non era mai stata spedita. L'intestazione della carta era giusta; la firma, invece, non apparteneva ai dirigenti della società.
I dubbi aumentarono a mano a mano che le ricerche di Perrone andavano avanti, accompagnate per di più da episodi strani: manomissioni notturne al computer, anomalie al telefono e al fax, visite ossessionanti di un italo-americano, incredibili silenzi da parte di taluni dirigenti dell'Eni e perfino di società americane concorrenti dell'Eni, come la Exxon, la Gulf, la Texaco. Lo stesso Fanfani, più volte interpellato, preferì tacere, Fanfani presidente del Consiglio quando morì Mattei, Fanfani che pure, al congresso dei partigiani cristiani del 1986 a Salsomaggiore, aveva dichiarato (vedi "Il Resto del Carlino" del 26 ottobre di quell'anno) che "forse l'abbattimento dell'aereo di Mattei è stato il primo gesto terroristico del nostro paese, il primo atto della piaga che ci perseguita". E cinque anni dopo, nel '91, chiacchierando coi giornalisti alla presentazione di un libro, sempre Fanfani aveva alluso a "qualcosa che forse ancora non si può dire sulla crisi dei missili a Cuba" (vedi "il manifesto" del 22 giugno 1991).
Qualcosa riferì Taviani, a Perrone, sempre in quel 1991, a proposito della crisi dei missili a Cuba del '62. "La mattina del 28 ottobre siamo stati a due ore dalla guerra, se non avesse fortunatamente funzionato il telefono diretto tra Kennedy e Kruscev". La popolazione americana aveva già ricevuto istruzioni circa le scorte d'acqua, in caso d'attacco atomico. Il 27 giugno, alla chiusura di una drammatica seduta del gabinetto di crisi presieduto da Kennedy, il ministro della Difesa McNamara dichiarò che occorreva avere pronto "un governo per Cuba" e preparare dei "piani su come rispondere all'Unione Sovietica in Europa, perché è maledettamente certo che lì essi si apprestano a fare qualcosa". McNamara si riferiva alla Turchia e all'Italia.
All'improvviso, Kennedy decise d'inviare una lettera a Kruscev nella quale prometteva di ritirare senza clamore i missili americani dall'Italia. La notizia doveva restare segreta. E difatti restò segreta (fu divulgata ventitré anni dopo, dal "Time" e subito ripresa, con clamore, dal "Corriere della Sera" e dalla "Repubblica"). In un simile frangente, per gli Stati Uniti doveva assumere rilievo decisivo la fermissima tenuta delle alleanze: non si potevano consentire defezioni e neppure c'era il tempo di discutere su eventuali perplessità. Le preoccupazioni americane toccavano in particolare modo l'Italia perché alcuni circoli oltranzisti Usa sentivano di non poter contare sulla solidarietà italiana e ritenevano che esistessero - soprattutto all'interno della Dc - spinte neutralistiche di antica data, le quali avevano ricevuto nuovo vigore proprio dalle pressioni che, in questo senso, venivano da Mattei. In rotta di collisione con gli Usa e la Nato, Mattei non poteva non esser considerato un "nemico". E, quindi, un "obiettivo".
In questo quadro, proprio quel 27 ottobre 1962 (momento di rischio per la crisi dei missili a Cuba), dopo un ultimo contatto radiofonico con la torre di controllo di Linate delle ore 18 57' 10'', si verifica l'"abbattimento" - secondo l'espressione di Fanfani - dell'aereo che porta Mattei dall'aeroporto di Fontanarossa (Catania) all'aeroporto di Linate. L'aereo precipitò a Bascapè, nella campagna pavese. Secondo Nico Perrone, tutte le ipotesi che sono state avanzate finora sulla morte di Mattei si sono focalizzate su aspetti particolari, anche molto rilevanti, ma il loro limite è quello di avere trascurato il quadro politico generale su cui maggiormente aveva pesato "la presenza devastante" di Mattei.
C'è chi prende in considerazione l'Oas. Ma l'Oas era ormai liquidata, sostiene Perrone, e comunque, dopo che l'Algeria aveva visto riconosciuto l'avvio all'indipendenza (marzo 1962), non aveva più ragione di contrastare l'azione di Mattei, anch'essa rientrata nella normalità di pacifiche trattative fra grandi organizzazioni economiche.
C'è chi punta sulla mafia. La mafia, certo, pareva danneggiata, in qualche suo interesse locale, dall'indipendenza di Mattei nel conferire gli appalti per i lavori in Sicilia. E però la mafia non era mai stata messa fuori gioco dall'Eni. C'è infine chi accusa le "sette sorelle", senza tener conto che la lotta con l'Eni era terminata, che Mattei aveva già firmato un accordo con la Standard N.J.
Questa è l'opinione di Perrone, che ha avuto modo di avvalersi, oltre che di una vasta documentazione inedita, anche di testimonianze importanti: Andreotti, Cefis, Ferrari Aggredi, Pignatelli, responsabile della Gulf Italia, Cazzaniga, presidente della Esso. Secondo Perrone, nessuno studioso ha voluto ricostruire il quadro dei rapporti tra le potenze andando a vedere quei documenti che attestano il "disturbo" strategico-politico creato da Mattei accanto a quello, noto da tempo, che si esplicava nel campo degli affari petroliferi.
La stessa notte della morte di Mattei, la stazione della Cia in Italia compilò un dossier, del quale non si seppe mai niente. Fu negato agli inquirenti per motivi "concernenti la sicurezza dello Stato". Il capo della Cia romana, Karamessines, era lontano da Roma, la sera del 27 ottobre 1962. Si trovava a Washington a cena con un italiano, Pignatelli. E Karamessines (l'ha raccontato Pignatelli a Perrone) "era singolarmente teso, durante la cena, alla cravatta si era attaccato un piccolo microfono, e seguitava ad ascoltare". Lasciata l'Italia subito dopo la morte di Mattei, Karamessines diventò il capo delle "covert action" e firmò l'operazione che portò alla scoperta dell'uccisione di Che Guevara. Un personaggio davvero importante, Karamessines. Quando si trovava in Italia, aveva rapporti personali col colonnello Rocca, capo della sezione Rei (Ricerche economiche e industriali), reclutatore per i gruppi "stay behind", coordinatore di finanziamenti americani e italiani per combattere il comunismo. E Rocca, Renzo Rocca, è quel tale che morì in circostanze misteriose, il 27 giugno 1968. Uno dei primi "suicidati" della recente storia italiana.
Morto Mattei, fu subito istituita una commissione d'inchiesta sull'"incidente aereo". Ma i lavori ebbero vita breve perché fin dall'inizio fu chiaro che doveva essere escluso qualsiasi indizio di sabotaggio. A presiedere la commissione fu chiamato un generale dell'Aeronautica. Si chiamava Casero. Qualche anno dopo, il generale Casero sposò la vedova Mattei, Greta. Pettegolezzi da rotocalco? Forse sì. Ma non fu un pettegolezzo il suo coinvolgimento nel golpe Borghese. Nel giugno 1981, infine, il nome di Casero comparve nelle liste della P2 di Gelli.
Nei suoi famosi Diari, in data 21 dicembre 1976, Andreotti parla della visita di due parenti di Mattei, venuti a parlargli di una strana memoria in triplice copia ricevuta dall'estero. Nella memoria, annota Andreotti (in cattivo italiano) "si riferiscono particolari sull''assassinio' di Mattei, facendo grossi nomi esplosivi...". Poi Andreotti aggiunge, a proposito dei due Mattei: "Hanno problemi, ma non chiedono oggi nulla".