Gli occhi dell'eterno fratello

Stefan Zweig

Traduttore: A. Vigliani
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2013
In commercio dal: 2 ottobre 2013
Pagine: 73 p., Brossura
  • EAN: 9788845928321
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Descrizione
Una riflessione sulla Giustizia e sulla sua impossibilità in una narrazione dal respiro ampio, in cui palpitano il divino e una natura incantata. Un libro amato da Hermann Hesse, che vedeva nella "leggenda indiana" dell'amico Zweig un'opera in sintonia con il suo "Siddhartha".

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    MB

    26/06/2015 13:31:03

    Una lettura breve ed intensa... tanti spunti di riflessione, attualissimi, consigliato ad ogni età, e per la brevità anche a chi solitamente legge poco o predilige saggistica alla narrativa.

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    jane

    15/04/2014 16:26:26

    Scritta con la consueta eleganza, questa favola morale si legge in un' ora ma suscita riflessioni durature ( oh, se politici e giudici ci meditassero un po' !)

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    alida airaghi

    03/12/2013 14:32:11

    Stefan Zweig pubblicò questa leggenda indiana - una sorta di apologo sulla giustizia e sulla nonviolenza - nel 1922. Protagonista della narrazione è un nobile e antico guerriero di nome Virata, che nel corso di una cruenta battaglia in difesa del re, uccide involontariamente suo fratello, il cui sguardo accusatore tornerà a tormentarlo negli occhi di qualsiasi vittima dell'ingiustizia del mondo. Proprio decidendo di rinunciare a qualsiasi sopraffazione e violenza, nel corso del racconto Virata va astenendosi da tutti gli incarichi e le responsabilità che gli vengono affidate ufficialmente. In primo luogo, quindi, comprende che per mantenersi in accordo con "la potenza del dio dalle mille forme" deve rifiutare ogni guerra e spargimento di sangue, perché "chi partecipa al peccato di dare morte è lui stesso morto". Ma la sua sensibilità rifugge anche dall'esprimere giudizi e dal condannare, in quanto "solo chi la riceve sa che cos'è la percossa, non chi la infligge; solo chi ha sofferto può misurare la sofferenza", e "chiunque amministri la giustizia agisce ingiustamente e incorre nella colpa". Sceglie quindi una passività che possa garantirgli l'innocenza, assumendo su di sé la natura di "morto nella vita e vivo nella morte", consapevole che ogni potere incita all'azione, e ogni azione interferisce nel destino degli altri uomini. L'unica possibilità di conquistare la purezza assoluta sembra risiedere per Virata nella scelta di una vita contemplativa e solitaria, lontana da ogni possesso materiale e dalle passioni, immerso nella natura. Nemmeno in questo modo ci si può però sottrarre al male involontario recato al prossimo: isolamento e sapienza imperturbabile sono infatti strumenti della superbia, e non è possibile evitare la violenza, sia che si scelga di agire o di non agire. L'estrema liberazione dall'imposizione di sé si può scoprire soltanto nell'umiltà delle mansioni più modeste e disprezzate, perché "solo chi serve è libero".

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