Gli occhi dell'eterno fratello - Stefan Zweig - copertina

Gli occhi dell'eterno fratello

Stefan Zweig

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Traduttore: Ada Vigliani
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2013
In commercio dal: 2 ottobre 2013
Pagine: 73 p., Brossura
  • EAN: 9788845928321
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Gli occhi dell'eterno fratello

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Una riflessione sulla Giustizia e sulla sua impossibilità in una narrazione dal respiro ampio, in cui palpitano il divino e una natura incantata. Un libro amato da Hermann Hesse, che vedeva nella "leggenda indiana" dell'amico Zweig un'opera in sintonia con il suo "Siddhartha".
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    Loredana

    10/07/2020 17:59:41

    Letto questo libro, posso dire che Siddharta sia una sorta di plagio, per così dire ... Un libro amato, questo, da Hesse, si legge nella quarta di copertina. Il primo libro del suo genere che esorti all'azione, "perché anche chi non agisce compie un'azione, che lo macchia di colpa sulla terra, anche l'eremita solitario vive in tutti i suoi fratelli". Meditare non è sufficiente, estraniarsi dal mondo è spesso un atto di superbia o un alibi. "Solo chi serve è libero..."

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    Loris

    16/04/2020 16:01:05

    L’abilità narrativa di Zweig trova conferma anche in questo apologo, in cui un’India legata al mito prende il posto della consueta Vienna al tramonto dell’impero asburgico. La storia di Virata (guerriero, giudice, sapiente, eremita e infine guardiano di cani) sancisce l’impossibilità di sottrarsi alla violenza insita nel mondo e alla colpa: anche rinunciando ad agire, si finisce per influenzare le vite degli altri. Non resta che accettare questo dato di fatto, scegliendo la via del servizio più umile, scevro di ogni ambizione o superbia intellettuale. Solo cosi’ si può sfuggire l’eterno sguardo accusatore di coloro per cui siamo fonte di sofferenza, volontariamente o meno.

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    MB

    26/06/2015 13:31:03

    Una lettura breve ed intensa... tanti spunti di riflessione, attualissimi, consigliato ad ogni età, e per la brevità anche a chi solitamente legge poco o predilige saggistica alla narrativa.

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    jane

    15/04/2014 16:26:26

    Scritta con la consueta eleganza, questa favola morale si legge in un' ora ma suscita riflessioni durature ( oh, se politici e giudici ci meditassero un po' !)

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    alida airaghi

    03/12/2013 14:32:11

    Stefan Zweig pubblicò questa leggenda indiana - una sorta di apologo sulla giustizia e sulla nonviolenza - nel 1922. Protagonista della narrazione è un nobile e antico guerriero di nome Virata, che nel corso di una cruenta battaglia in difesa del re, uccide involontariamente suo fratello, il cui sguardo accusatore tornerà a tormentarlo negli occhi di qualsiasi vittima dell'ingiustizia del mondo. Proprio decidendo di rinunciare a qualsiasi sopraffazione e violenza, nel corso del racconto Virata va astenendosi da tutti gli incarichi e le responsabilità che gli vengono affidate ufficialmente. In primo luogo, quindi, comprende che per mantenersi in accordo con "la potenza del dio dalle mille forme" deve rifiutare ogni guerra e spargimento di sangue, perché "chi partecipa al peccato di dare morte è lui stesso morto". Ma la sua sensibilità rifugge anche dall'esprimere giudizi e dal condannare, in quanto "solo chi la riceve sa che cos'è la percossa, non chi la infligge; solo chi ha sofferto può misurare la sofferenza", e "chiunque amministri la giustizia agisce ingiustamente e incorre nella colpa". Sceglie quindi una passività che possa garantirgli l'innocenza, assumendo su di sé la natura di "morto nella vita e vivo nella morte", consapevole che ogni potere incita all'azione, e ogni azione interferisce nel destino degli altri uomini. L'unica possibilità di conquistare la purezza assoluta sembra risiedere per Virata nella scelta di una vita contemplativa e solitaria, lontana da ogni possesso materiale e dalle passioni, immerso nella natura. Nemmeno in questo modo ci si può però sottrarre al male involontario recato al prossimo: isolamento e sapienza imperturbabile sono infatti strumenti della superbia, e non è possibile evitare la violenza, sia che si scelga di agire o di non agire. L'estrema liberazione dall'imposizione di sé si può scoprire soltanto nell'umiltà delle mansioni più modeste e disprezzate, perché "solo chi serve è libero".

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  • Stefan Zweig Cover

    Nato il 28 novembre 1881 a Vienna, Zweig era figlio di un ricco industriale ebreo e per questo potè studiare con tutta libertà, seguendo i suoi gusti che lo portavano a interessarsi di letteratura, filosofia e storia.L'atmosfera cosmopolita della Vienna imperiale favorisce la sua curiosità del mondo, che si trasforma in una sorta di bulimia culturale. Come letterato esordisce con poemi in cui si percepisce l'influenza di Hofmannsthal e Rilke, di cui parla nella sua autobiografia Il mondo di ieri (Die Welt von gestern, 1942). Per Stefan Zweig "la letteratura non è la vita", ma "un mezzo di esaltazione della vita, un modo di cogliere il dramma in maniera più chiara e intelleggibile". La sua ambizione è dunque "dare alla mia esistenza l'ampiezza, la pienezza,... Approfondisci
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