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Adolfo Ceretti, Roberto Cornelli

Editore: Feltrinelli
Collana: Campi del sapere
Anno edizione: 2013
Pagine: 250 p. , Brossura
  • EAN: 9788807104923
  L'eccessiva enfasi propagandistica delle politiche di ordine pubblico, che si traduce nella tendenza a identificare, classificare e punire un sospetto sulla base della sua presunta pericolosità per la sicurezza della cittadinanza, a partire però dai suoi aspetti percepiti e non da quelli reali, può, a ragion veduta, essere considerata un momento di forte regressione dello spirito civico. In questo senso, dobbiamo riconoscere come il decadimento della cultura di una nazione o di uno stato non è solo un fatto politico, e meno che mai esclusivamente economico, ma è anche e soprattutto rintracciabile nella negazione della componente più squisitamente giuridica della somministrazione della sanzione, a favore di un "diritto penale del nemico". Quando pensiamo alla crisi, se non alla decadenza di una società (è il caso non solo dell'Italia, ma dell'intero Occidente), l'attenzione pare naturalmente rivolgersi agli elementi di costume, a quelli politici, nonché, in una misura progressivamente maggiore, economici. Pochi individuano nello scadimento del livello formale di somministrazione della pena un indicatore relativo alla natura e allo stato del vincolo sociale in un dato contesto. In sostanza, siamo di fronte a concezioni teoriche, nonché a pratiche a esse ispirate, sulla cui scorta il soggetto "potenzialmente pericoloso" è considerato un nemico dell'ordine costituito, nell'accezione schmittiana del termine. Sarebbe interessante, invece, riprendere la prospettiva di Durkheim, evidenziando il rapporto di simbolizzazione progressiva che lega sanzione, diritto e vincolo sociale, in una prospettiva in virtù della quale non solo il modo di punire, ma anche la concezione della pena e la sua prevenzione sono un semplice "effetto di superficie" della socialità in quanto tale, un indicatore essenziale del suo stato complessivo. A una concezione tutta politica del reato e della prevenzione, in cui non viene punito il singolo perché ha commesso un reato, ma perché è qualcosa, perché ha una personalità di un certo tipo, perché potrebbe essere potenzialmente rischioso e, in quanto tale, in una logica che è tutta di tipo quantitativo, recidivante, corrisponde una percezione altrettanto immaginata della paura, del rischio, dell'insicurezza. Ma si tratta di aspetti che non fanno altro che simbolizzare il legame sociale. Sulla base di parametri del tutto simili a quelli usati nel campo delle assicurazioni, entità quali sicurezza e rischio non sono più riconducibili a un rapporto corretto con la realtà sensibile, ma legati a doppio filo a quella stessa tensione ideologica cui è sottoposto il singolo, che non si percepisce più come essere concreto, bensì come soggetto di un discorso sociale, prodotto di un procedimento di radicale alienazione, di cui non resta traccia. Il testo di Ceretti e Cornelli ha l'indubitabile merito di evidenziare quanto, in una situazione generalizzata di decadenza del nostro sistema politico-istituzionale, la reale finalità della giustizia non è la punizione del reo (con annesso alleviamento della tensione superegoica tanto della società, quanto del colpevole), ma piuttosto la presa in carico del compito di garantire non l'ordine sociale effettivo, bensì quello rappresentato come tale nella coscienza dei più. La scomparsa definitiva del ceto medio illuminato, dotato del crisma del disinteresse fa sì che la nostra società si divida sempre più tra una maggioranza che, a vario titolo, possiamo definire deviante, e il posizionamento di una massa di esclusi al margine della vita sociale in posizione a tutti gli effetti sacrificale, ossia funzionale al mantenimento di un ordine sociale del tutto slegato dall'ideale di giustizia. Quello che si persegue è un effetto di immunizzazione: l'identico non vuole altro, se non proteggersi dal diverso; così "non si vuole essere contaminati e si chiede di essere immunizzati. Lo si chiede alla politica, ma l'istanza contiene già in sé la risposta: l'eliminazione del virus. L'attuale domanda di sicurezza sottintende una visone del mondo fondata sul codice binario amico\nemico e traccia, in tal modo, il solco all'interno del quale si iscrivono necessariamente le risposte politiche". Nel solco tracciato da Georg Rusche e Otto Kirchheimer (che, con il loro Pena e struttura sociale Il Mulino, 1984 evidenziaronola funzionalità dell'esercizio del diritto penale a rapporti di potere ben precisi), gli autori di questo importante contributo mettono in evidenza il rapporto tra le politiche di difesa e d'identificazione di massa e la creazione di un vero e proprio "esercito di riserva", di diseredati. Questi ultimi, reclutati tra gli extra-comunitari, i disadattati, i sofferenti psichici, soggetti in generale dall'incerta collocazione nelle maglie del sistema normativo, divengono oggetto delle dinamiche d'immunizzazione di una maggioranza che si costituisce come normale solo nel senso della media statistica, ma non nel senso giuridico del termine. Colta la questione da questo punto di vista, la tendenza attuale alla depenalizzazione generalizzata, la richiesta altrettanto generalizzata d'immunità, è solo il rovescio di un desiderio generalizzato di impunità, cui corrisponde il desiderio dei giudici di non giudicare, di supportare la propria azione con l'ausilio di tecnici, psicologi e psichiatri. Questi, a loro volta, sono perfettamente funzionali a una domanda che, nel complesso, possiamo definire di elisione di quel rapporto sulla cui scorta la legge chiama in causa quanto di più singolare v'è nel soggetto. Con il risultato complessivo che le stesse politiche statuali in materia securitaria e penale sono perfettamente funzionali non alla prevenzione dei rischi reali (si pensi alla scarsissima protezione contro le ecomafie), quanto, piuttosto, delle pericolosità temute, andando sempre più incontro alle istanze di quel tipo umano così diffuso, nazionalista, xenofobo, rigidamente identitario, che nell'alterità vede solo un pericolo, e che relega la solidarietà a realtà istituzionali del tutto inefficaci. La stessa reiterazione di decreti salvatutti rischia di rivelarsi totalmente infruttuosa, se non si scalfisce la logica dell'intero sistema di prevenzione e punizione penale. In una situazione che è sempre più di paranoia generalizzata, l'imperativo, come ben recita il titolo, è andare oltre la paura. Ma in che direzione? La lettura di questo testo così ben costruito più che mirare al superamento della paura verso una "politica di sicurezza democratica", tende al superamento di quella tensione identitaria che riguarda prima di tutto il nostro essere nel mondo. E richiede un'apertura radicale a quanto c'è di fondamentale nella comprensione dell'umano, in quella forma di alterità che è di tutto deprivata e che garantisce, con il proprio silente annullamento, i diritti dei più, senza per questo ricevere nulla in cambio.     Vincenzo Rapone