Editore: Einaudi
Collana: I coralli
Anno edizione: 1997
Pagine: 160 p.
  • EAN: 9788806143176
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recensione di Beccaria, G.L., L'Indice 1997, n. 4

Sono importanti di uno scrittore non solo il testo finito, il libro definitivamente stampato, ma tutta la fase preparatoria, le pagine abbandonate in cantiere, le prove cancellate, scartate, le stesure successive di quel "tutto" che segnala l'ordine temporale della composizione, ne traccia la dinamica e l'energia creativa, la crescita segreta delle forme. Nei boschi della letteratura (per usare una metafora di una recente intervista a Maria Corti, "Dialogo in pubblico"), non ci si va soltanto per cogliere funghi o tagliare alberi ma per "vedere" crescere il bosco. Per cogliere la crescita, i movimenti minimi di un testo è importante lavorare sulle pagine autografe sulle quali hanno lavorato gli autori stessi, cogliere i procedimenti distruttivi e instaurativi, i procedimenti di rinuncia e abbandono, i movimenti di compenso.
Maria Corti è stata il teorico di questa fase dell'"avantesto", come lo ha chiamato. Ma è stata anche una donna pratica. Assecondando quei principi guida, ha tenacemente voluto e predisposto un importante archivio, perché gli studiosi possano disporre degli autografi, delle pagine incompiute degli scrittori. Il progetto ha preso timidamente corpo più di vent'anni fa (era il 1972), in seguito a una prima donazione (carte montaliane) della stessa Corti. Il più è cominciare. Ora il Fondo Manoscritti di autori Moderni e Contemporanei ha una sede degnissima, prestigiosa, situata nel quattrocentesco cortile sforzesco dell'Università di Pavia. Da quel primo nucleo di carte il Fondo si è man mano arricchito di nuove presenze. C'è il poderoso fondo Carlo Levi, l'importante fondo Amelia Rosselli, e c'è De Marchi, Foscolo, Capuana, tanti preziosi foglietti e quaderni di Eugenio Montale, carte di Gatto, Bilenchi, Guerra, Luzi, Fortini, Quasimodo, Penna, Zanzotto, Porta, Orelli, Bilenchi, Flaiano, Arbasino, Manganelli, Meneghello, Bufalino, Pizzuto, Gadda, Volponi, Parise, Malerba, tanto per fare qualche nome, ed epistolari, per esempio quello Calvino-De Giorgi ("l'epistolario d'amore forse più suggestivo del Novecento italiano"). Le carte degli autori di solito sono conservate presso le famiglie, presso antiquari, e lì rimangono sconosciute e sempre sul punto di migrare all'estero. Un patrimonio culturale che va tutelato.
Maria Corti, nel suo nuovo libro, "Ombre dal fondo", racconta i modi e le traversie con cui seguendo un suo antico sogno ha condotto in porto le varie operazioni di acquisto, affrontato con fiducia la endemica mancanza di denaro di cui soffrono le nostre istituzioni universitarie; il libro scorre con vivace piglio narrativo, ci sono inedite storie di scrittori famosi, si parla qualche volta anche delle vedove ("considerano il Fondo una casa di riposo degli scrittori: vengono a ispezionare se il materiale del marito è ben sistemato in cassaforte, se gli si dà aria ogni tanto, se lo si è restaurato"), si parla di banchieri generosi, di trafficanti di manoscritti, di burocrati sonnolenti, di un paio di coraggiosi rettori.
Ma questo nuovo libro della Corti è ben altro che la mera cronistoria delle vicende del Fondo. L'autrice in realtà costruisce un intenso discorso sulla letteratura, sulla filologia, ma soprattutto sull'esistenza, sul prima e sul dopo, sul visibile e l'invisibile. I concreti cammini dell'invenzione, agli atti negli autografi, sono percorsi da inquieti fantasmi, nelle sale silenziose del Fondo, nei crepuscoli, tra le nebbie padane, errano le ombre di coloro che hanno scritto, ombre di artisti. Quei fogli ingialliti colmi di correzioni, varie stesure, quei frammenti incompiuti, imperfette intenzioni, tentazioni e abbozzi, quel mondo provvisorio che cerca la stabilità e l'armonico sono il silenzioso dominio di invisibili presenze. Il Fondo, nel racconto di Maria Corti, cessa di essere un semplice archivio, cimitero, museo, deposito di oggetti morti, un dentro contrapposto al fuori che è vita, ma è ricomposto come un universo in miniatura, uno "specchio del mondo, dove quasi niente di quanto ha inizio giunge del tutto a compimento". Quel cimitero delle cose scartate, perdute, cancellate, irrecuperabili, le forme di ciò che sarebbe potuto essere e non è stato, sono embrioni, feti, possibilità, creature abortite, abbandonate ai margini del niente, fluttuanti tra il possibile e l'improbabile. Sono lamento, sofferenza o conquista gioiosa.
Non è questo libro un inno alla variantistica. È un'opera narrativa, (di un genere poco praticato in Italia; alla Blanchot, alla Starobinski) percorsa da una malinconia sottesa: in questa fine di millennio l'idea della fine della scrittura è come un groppo alla gola. Coll'avvento delle pagine virtuali che oggi chi scrive appende allo schermo di un computer la "brutta" dello scrittore è destinata a sparire. Non esisteranno più scartafacci, fogli arati da cancellature, solcati da aggiunte tagli e correzioni. Si sa che ogni aggettivo spostato, i sinonimi che dicono meglio, gli episodi di un romanzo ricollocati, anticipati, cassati, il tutto per dare nuova armonia e diverso significato all'insieme, depositavano sulla carta desideri, pentimenti, agonie e resurrezioni. Nulla di queste tracce negli scrittori a venire è destinato a rimanere. Qui, nel Fondo, sono documentate per sempre le incontentabili ricerche di un Saba, le fasi del "Canzoniere" corretto e ricorretto, mentre le carte di un grande e per troppo tempo misconosciuto scrittore, Guido Morselli, disegnano i grovigli di quell'incompiuta esistenza: "Stesure e stesure, come fissare gli occhi su un sottobosco in cui debordano e folleggiano mille tipi di erbe, selvatiche e no, venute fuori dai meandri della terra. Pagine che furono veicolo di insoddisfazioni, passioni, rancori, riflessioni filosofiche, tentativi di vivere da parte di un solitario che voleva comunicare, ma per una imperscrutabile fatalità non aveva avuto accesso alla comunicazione".