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Mario Brelich

Editore: Adelphi
Edizione: 2
Anno edizione: 1975
Pagine: 265 p.
  • EAN: 9788845900914
PAZZI, ROBERTO, Vangelo di Giuda, Garzanti, 1989

DEL RIO, DOMENICO, E Giuda Disse: Gesù, Chi Sei, Edizioni Paoline, 1989

BRELICH, MARIO, L'opera del tradimento, Adelphi, 1989
(recensione pubblicata per l'edizione del 1989)
recensione di Boitani, P., L'Indice 1989, n. 9

L'amore per l'apocrifo, cioè la riscrittura della Scrittura, non è un fenomeno esclusivamente medievale; nel nostro secolo anzi, e in particolare negli ultimi trenta anni, ha conosciuto una fortuna straordinaria, che meriterebbe uno studio a sé. Dopo il "Giobbe" di Roth e il "Maestro e Margherita "di Bulgakov, ecco il "Giuseppe" di Mann e, più vicini, Tournier che ci racconta ancora la storia dei Magi, Heller col suo "Lo sa Dio", Brelich e Findley che ci trasportano "a bordo con Noè", col "navigatore solitario"; e ancora Brelich con Abramo e Sara in "sacro amplesso", e Ferruci col suo Dio autobiografo ne "Il Mondo Creato". C'è però un momento cruciale al centro della storia "sacra": con la consueta acutezza, lo aveva individuato Borges, che terminava le "Finzioni" con "Tre versioni di Giuda", dove Nils Runeberg, nel suo "Kristus och Judas", affronta gli irresolubili problemi del Traditore e del posto che egli occupa nella vicenda della Redenzione. Perché i problemi certo ci sono: era proprio necessario il bacio per identificare qualcuno che predicava tutti i giorni in pubblico? Per quale motivo Giuda tradì: per trenta miserabili danari? E se quel qualcuno sapeva, come non poteva non sapere, che Giuda avrebbe tradito perché non fece nulla per impedirglielo, per salvarlo dalla dannazione eterna?
Ora, una singolare coincidenza editoriale che avrebbe deliziato Borges ci propone nell'arco di pochi mesi ben tre diverse versioni italiane di Giuda, quella di Brelich (pubblicata la prima volta nel 1975 e da tanto esaurita), quella di Pazzi, e quella di Del Rio. Si tratta, tuttavia, anche di tre differenti "finzioni", ché Brelich esamina "l'opera del tradimento" come un caso poliziesco, un'indagine sul brutto pasticciaccio compiuta dall'investigatore di Poe, Auguste Dupin, seduto nella sua comoda poltrona, mentre Pazzi "tocca" Giuda attraverso una vertiginosa 'mise en abyme', che vede l'imperatore Tiberio ascoltare dalle labbra di Cornelia Lucina la storia di Jeshua di Nazareth composta dal padre di lei, il poeta Cornelio Gallo, da Augusto condannato a morte e dimenticanza perpetua per averla scritta. Per Del Rio, infine, Giuda è soltanto un richiamo indiretto, potente, implicitamente ironico: l'amministratore del monastero e della setta degli Esseni, i "puri" Figli della Luce che coltivano con rigore le tradizioni religiose ebraiche e preparano le armi per liberare Israele dai romani, i Figli delle Tenebre. Giuda è qui, narrativamente, un ponte tra l'ebraismo e Gesù; teologicamente e politicamente, l'interrogativo lancinante che il primo pone al secondo: "chi sei?".
Differente è anche il modo col quale i tre affrontano il 'punctum dolens' della vicenda. Brelich, come il Nils Runeberg di Borges, è interessato alla dimensione metafisica e mitica del problema, che affronta a tratti con la profondità e la leggerezza del miglior Thomas Mann. Pazzi invece ha dinanzi a sé la storia del cristianesimo e della sua conquista del potere mediante la sua immedesimazione con l'impero di Roma. Pazzi mira, come dice egli stesso, a "narrare e risolvere la dicotomia fra paganesimo e cristianesimo", che sente come le sue due anime a lungo in conflitto. Il Dupin di Brelich è distaccato, più del protagonista romano de "L'Inchiesta" cinematografica di Damiani: è uno che non può non dirsi cristiano e che, nella "finzione" poliziesca, usa la ragione inquisitrice dell'Occidente - le spie, radici di un paradigma indiziario, che gli vengono da secoli di filologia, di esegesi, di lettura di apocrifi. Del Rio mostra di avere un interesse simile a quello di Pazzi, ma la sua attenzione è concentrata sul contesto ebraico del problema. La sua "finzione" è lo stare a monte e, assieme, contemporaneamente a Gesù.
Il protagonista centrale del suo romanzo è l'attesa - incerta, paurosa, dolente, furibonda, estatica - del Messia liberatore da parte di Israele. Giovanni ne "prepara" l'avvento, ne testimonia, assieme ai discepoli e alla folla, l'investitura misteriosa: "Questi è il mio figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto". Saulo di Tarso indaga su di lui per conto di Caifa e, indirettamente, di Pilato. Erode lo fa ricercare. Anania ne ricorda la nascita, la presentazione al tempio, la discussione coi dottori. La Maddalena ne è affascinata. Marta e Maria lo aspettano a casa. Così, il racconto di Del Rio "riempie" lo spazio lasciato aperto dai Vangeli tra la prima e la seconda parte dell'avventura di Gesù di Nazareth, tra il suo battesimo e i quaranta giorni nel deserto da una parte, e l'inizio della sua missione dall'altra: situa questo "intervallo" nel suo contesto storico. Il tradimento non vi ha luogo, ma vi viene fatto proiettare dall'incomprensione dell'Israele contemporaneo e dalla "pre-visione" di Gesù.
Brelich "smonta" il resoconto dei Vangeli, indicando senza esitazioni tutte le loro incongruenze e i problemi che essi, come rilevava il Runeberg di Borges, presentano. Poi, li rimonta con un inesorabile concatenamento deduttivo, che gioca a tutto campo tra le "quinte superne", "quelle infere", e la terra (la Palestina e Parigi), Dio diviene un personaggio della storia: una volta entrato in essa, Egli deve attenersi alle sue leggi. Questo Jahvè, che elabora i suoi piani un po' alla carlona, rimediandovi all'ultimo minuto tramite l'onnipotenza, si trova ad un certo punto costretto a "giocare il Suo jolly", cioè a mandare il Messia, nelle peggiori condizioni possibili, al proprio Israele, ma in realtà con l'intenzione di scavalcare quest'ultimo a sinistra, cioè di aprire ai gentili. Tra padre e figlio intercorrono però le normali relazioni edipiche: Jahvè non vuol fare la fine di Crono, ma Gesù deve "provare" di essere suo figlio, cioè Dio, senza farsi divorare dal padre. L'unico modo che ha per farlo è di offrirsi in sacrificio, facendosi uccidere. Dovremo dunque concludere che, poiché il tradimento gli era necessario, fu lui il colpevole? In realtà, Giuda fu costretto a tradire da una forza misteriosa di ordine sovrannaturale. Giuda è il Male, e Gesù, come Giovanni riporta senza rendersene conto, glielo dice in faccia: "uno di voi è Satana". Ma Lucifero è, ovviamente, colui che dà all'uomo la "luce" della ragione, dell'intelligenza. Giuda è infatti il più intelligente dei dodici: egli sa, come solo l'Avversario può, che Gesù è il figlio di Dio; gli altri apostoli lo credono semplicemente. Gesù dunque mette alla prova l'intelligenza di Giuda per scoprire se veramente sarà lui il traditore e nello stesso tempo per spingerlo al tradimento. In questo continuo dialogo senza parole tra i due, Giuda a poco a poco giunge a riconoscersi per quello che è. E a questo punto siamo alla Pasqua: nell'ultima scena del romanzo, una scena degna di Klopstock, Giuda, travolto dall'orrore, chiede pietà a Gesù. Ma Brelich, come Poe, ci riserva una sorpresa, che noi, appropriatamente, non riveleremo "a quelli che stanno fuori", i quali dovranno leggere il suo bel libro.
Se Brelich usa con straordinaria maestria la tecnica del giallo, in un vuoto totale dello spazio e del tempo, ed anzi aldilà di essi, Pazzi stravolge brillantemente la propria ricostruzione apparentemente puntuale della scena storica con l'invenzione fantastica, contrapponendole deliberatamente l'una all'altra. Prendendo spunto da Tertulliano, il quale sostiene nell'"Apologeticus" che Tiberio, udite le notizie provenienti dalla Palestina, propose al Senato di accettare la divinità di Cristo (il Senato, nonostante le minacce, respinse la mozione), Pazzi trova in questo romanzo l'imperatore che aveva invano fatto cercare nel suo primo. Tutto, qui, si impernia apparentemente sull'ombelico del mondo, sull'isola incantata delle Sirene, Capri, dove il vecchio crudele e solo, Tiberio, si è ritirato per esercitare, fuggendo, il potere di Roma. E dal mare, in un attimo in cui il tempo si ferma, giunge Cornelia Lucina a vendicare la memoria della poesia, di Cornelio Gallo cancellato dal potere di Augusto. Nel silenzio notturno della villa imperiale, risuona allora il racconto di lei, vibrano i versi paterni e, attraverso di essi, la Parola, cioè il Verbo di Jeshua.
La storia di Cornelia è pura memoria, della scrittura che solo ella ricorda: ma della scrittura del Verbo. In essa, la "finzione" determinante è il tradimento della Parola nello scritto. Perché il tradimento di Giuda consiste nell'aver messo per iscritto quel che il Maestro voleva fosse affidato solo al Vento, allo spirito. In realtà, Jeshua non è morto ucciso dai farisei e dal procuratore Ponzio Pilato, ma è semplicemente "scomparso, forse risorto in qualche altra parte della terra, divinità che non aveva dove posare". Il poema di Cornelio Gallo, però, profetizza che in un tempo non troppo lontano i seguaci di Jeshua ritroveranno il Vangelo di Giuda e, servendosi di esso, daranno vita ad una potente nuova casta sacerdotale, ad una Chiesa che fatalmente finirà per venire in aiuto al Potere in difficoltà, ad allearsi con l'Impero. Sarà, questo, il tradimento supremo del Verbo (e per Augusto che perciò condanna Gallo all'oblio, la fine di Roma).
La visione di Pazzi è dunque, in certo modo, dantesca: "colei che siede sopra l'acque puttaneggiar coi regi a lui fu vista". Tuttavia, la 'fictio' moderna è assai più sbrigliata. Tiberio questo "passero solitario" che si sente prigioniero del potere (e di Augusto) decide di liberarsi, e di impedire questo osceno compromesso storico del futuro. Alla presenza di uno sbalordito Ponzio Pilato, scrive il Vangelo che dovrà essere ad arte diffuso in tutto l'impero. In esso, Pilato si lava le mani dopo aver offerto Jeshua in cambio di Barabba, e il Maestro muore mentre il sole s'oscura e il velo del tempio si squarcia. Tiberio, insomma, compone il canovaccio dei Vangeli canonici perché i seguaci di Jeshua non possano mai accordarsi coi discendenti di quell'imperatore nel cui nome egli è stato crocefisso.
Il groviglio è ingegnosissimo e, allo stesso tempo, di notevole risonanza poetica. Non si dimenticherà facilmente il ritratto fosco ed umanissimo di Tiberio, n‚ le alate apparenze di Cornelia, n‚, infine, il patetico entrare di Giairo e sua figlia (la fanciulla che "non è morta, ma dorme") nel mondo per loro fiabesco dell'imperatore. Il romanzo di Pazzi è insomma una di quelle fantastiche storie medievali in cui tutto s'incontra, ogni cosa s'incastra nell'altra. Mentre quello di Brelich è un apocrifo cartesiano, questo è un apocrifo romantico (talvolta barocco, come quando s'abbandona al 'subplot', pur funzionale, della relazione incestuosa tra Caligola e Drusilla, o quando ci trasporta sul 'limen' settentrionale germanico e oscuro, dell'impero). Il primo è un apocrifo nato come escrescenza del canone assetato di spiegazioni. Il secondo, quello di Pazzi, "è finzione" eresiarca, che vuole combattere il canone con l'apocrifo (e viceversa, come in uno specchio). E anche qui non manca, segno sicuro di uno "scrittore" vero, la sorpresa finale. Tiberio morente... Ma non vogliamo tradire la parola tre volte prima che il Cornelio Gallo canti e sia ascoltato.
L'apocrifo di Del Rio è invece "giornalistico". La sua forza sta nell'intreccio, nell'intessere con consumata abilità e scrittura asciutta quel che sappiamo dalla tradizione evangelica con quello che generalmente non sappiamo - la presunta storia con un'ipotetica cronaca. A poco a poco, dopo il ritiro nel deserto, Gesù scopre chi egli dovrà essere e intravede il proprio futuro. Giovanni battezza, grida, viene imprigionato e, dopo la danza di Salomè, decapitato. Verso il Giordano, punto focale dello "scorrere" della teostoria ebraica, muove il nuovo profeta, colui che Giovanni ha chiamato l'Agnello, e viene spinto a bussare al monastero degli Esseni, i Leoni. È il momento cruciale del racconto. Mentre Caifa, Saulo, Erode, Pilato - in altre parole, il Potere nelle sue diverse forme - cercano Gesù, gli Esseni lo interrogano, tentandolo con quelle che nei Vangeli sono le parole di Satana: gli offrono il sostegno delle proprie armi, la gloria del condottiero, il Regno di David; non capiscono il suo rifiuto. Giuda crede però di comprendere il "piano grandioso" di Gesù: non più la rivolta degli Eletti, ma la rivoluzione sostenuta, e il trionfo sanzionato dai miserabili, dai pazzi, dagli storpi, dal popolo intero. A questo punto Gesù "vede" il bacio futuro; e quando abbandona il monastero, Giuda "comincia" a seguirlo. Delle "tre versioni", questa conserva alla fine tutta la tensione romanzesca e problematica del tradimento scaricandola sul lettore, aprendogli lo spazio per immaginare altre, borgesianamente infinite "finzioni" di Giuda. Perché il Tradimento è "indispensabile", ed esso genera, come sostiene Frank Kermode, la figura del Traditore: tutte le figure di traditore che, nel "buon uso" di cui parla Vidal-Naquet, l'umano 'midrash' esegetico-narrativo in potenza contiene.

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    vecchioblister

    28/08/2014 12.24.08

    Una scoperta, un piacere inaspettato. Un libro che occhieggiava e chiamava da anni, e finalmente si è rivelato (sembra proprio il caso di dirlo). Il tema teologicamente classico del tradimento di Giuda è trattato con argomentazioni e cadenze da libro poliziesco, visto che a discuterne (o più che altro a monologarne) col suo anonimo interlocutore è nientemeno che l'investigatore creato da Edgar Allan Poe, Auguste Dupin. Grazie all'osservazione dei pochi fatti a disposizione e a un monumentale quanto minuzioso lavoro di logica e deduzione, Dupin ricostruisce un teatro in cui anche gli esseri più inaspettati, il Padre e Satana, così come ovviamente Gesù e Giuda, vengono storificati e resi personaggi. L'Uomo è un convitato di pietra, gli altri 11 Apostoli fanno da coro in quella che è solo apparentemente una tragedia, con i protagonisti l'un contro l'altro armati ma pronti ad alleanze impensabili: perché impensabili sono gli obiettivi di ciascuno... "Suspense metafisica da giallo teologico", l'Opera del tradimento è vivificata da Brelich con una scrittura profonda e insieme rilassante, ironica e colta, mai pesante neanche per chi, come me, è a totale digiuno dell'argomento. Un piacere sottile, diffuso e crescente si insinua pagina dopo pagina; e alla fine, fra righe quasi commoventi, si respira soddisfatti: semplicemente convinti di aver letto un gran bel libro.

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