Editore: Bompiani
Collana: Classici
Anno edizione: 1992
In commercio dal: 27 gennaio 1992
Pagine: 1600 p.
  • EAN: 9788845217500
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LOWE, ARTHUR, T.S.Eliot and F.H.Bradley: the Poise of Affinity, the Mastering of an Influence, Il Segno, 1991
ELIOT, THOMAS STEARNS, Opere 1904-1939, Bompiani, 1992
recensione di Carosso, A., L'Indice 1993, n. 5

Diciamo subito qual è la novità più rilevante del primo tomo dell'opera omnia di T. S. Eliot in traduzione italiana, "Opere 1904 - 1939", a cura di Roberto Sanesi: per la prima volta vengono riuniti in un unico volume poesie, testi teatrali e saggi, che anche nelle edizioni in lingua inglese continuano a comparire in libri sparsi. L'avvenimento è di non scarso rilievo, poiché affronta la complessa questione dell'entità del corpus testuale eliotiano e, pur non risolvendola, rende disponibili testi oggi essenziali per comprenderne la natura non meramente letteraria. Questo "Classico Bompiani", infatti, da un lato riproduce traduzioni ormai storiche dell'opera eliotiana e complessivamente di buona qualità (il "Bosco Sacro" di Vittorio di Giuro e Alfredo Orbetello, 1947 e 1967, i "Saggi Elisabettiani", dello stesso Orbetello, 1947, altri saggi tradotti negli anni cinquanta da Alfredo Giuliani; nonché tutte le poesie, tradotte ad opera dello stesso Sanesi e già edite da Bompiani nel 1966); per il resto interviene là dove le traduzioni non erano mai state eseguite: saggi e raccolte di saggi quali quel giovanile "Ezra Pound, metrica e poesia", pubblicato anonimo nel 1917, perché, come più tardi spiegherà Eliot con la sobrietà a lui consueta, "allora... io ero così completamente ignoto che mi sembrò più decente che il pamphlet dovesse apparire anonimo"; i più maturi saggi su "Arnold e Pater", su "Baudelaire" e su "Il congresso di Lambeth", testimone quest'ultimo dell'interesse fortemente politico che Eliot nutrì per la Chiesa anglicana, sino all'importante "L'idea di una società cristiana", in cui Eliot, alla vigilia del secondo conflitto mondiale, aborre ogni forma di liberalismo e ripone le poche speranze di eludere i totalitarismi nella realizzazione di un improbabile stato cristiano: "Il termine 'democrazia' non ha un contenuto positivo sufficiente per opporsi alle forze che avversiamo e che possono snaturarlo facilmente. Chi non desidera Dio (ed è un Dio geloso) non ha che da inchinarsi davanti a Hitler o a Stalin". Ma uno stato cristiano aperto a pochi: "La 'Comunità dei Cristiani' - un corpo dai contorni solo vagamente definiti - includerebbe questi individui ecclesiastici o laici, dotati di qualità intellettuali o spirituali superiori".
Della traduzione delle poesie non diremo, perché già note al lettore italiano da almeno trent'anni. Vale la pena invece di soffermarsi sulla dissertazione dottorale del 1916, "Conoscenza ed esperienza nella filosofia di F. H. Bradley", che impone un allargamento del canone eliotiano ad ambiti extraletterari, segnando quello sconfinamento nel territorio della filosofia che tanto e guardato con sospetto da molti, quanto è indispensabile per capire proprio i motivi di tante scelte letterarie. È opinione diffusa tra gli studiosi che "Conoscenza ed esperienza" contribuisca a dare unità all'intera opera di Eliot, che spesso elude le facili sistematizzazioni, e a metterla in una certa prospettiva metodologica. Il lungo saggio, che indaga la questione filosofica di maggior rilievo nel pensiero tardo-ottocentesco - la teoria della conoscenza - costituisce per varie ragioni una "chiave d'accesso privilegiata" a buona parte degli sviluppi più "letterari" della sua opera. In essa Eliot pone i presupposti della preoccupazione centrale di tutta la sua produzione della maturità, collocandola nella tradizione filosofica che a partire da Kant - e soprattutto in Hegel - ha fissato il carattere centrale del pensiero moderno: l'indagine, detta in breve, della possibilità di dare un senso all'irresolvibile antitesi tra ragione e percezione sensibile. È attraverso uno studio e una critica dell'opera del filosofo inglese neoidealista Francis Herbert Bradley che Eliot si impadronisce degli strumenti intellettuali e linguistici necessari a pensare quelli che diventeranno i nuclei centrali delle sue attenzioni di poeta: i limiti della soggettività, l'irrinunciabilità di una teoria dell'oggetto e la critica alla nozione di Assoluto quale riconciliatore della frammentarietà della conoscenza umana.
L'interesse di Eliot per Bradley deriva proprio dal fatto che nel panorama del pensiero anglosassone di fine Ottocento il filosofo inglese rappresentava la più esplicita presa di posizione in materia. Nei "Principi di logica" (1883) Bradley reagiva al dilagare dello psicologismo e all'idealismo soggettivista di Fichte, Schelling e Hegel, sostenendo la non esistenza di un mondo esterno separato e indipendente dall'oggetto. Per Bradley, la realtà coincideva con l'apparenza, un'apparenza trasformata in cui ogni contraddizione veniva armonizzata in un sistema coerente (era questa la tesi della sua opera maggiore, "Apparenza e Realtà", 1893). Dal canto suo, Eliot non condivide l'ottimismo bradleyano, che a colpi di Assoluto conciliava le contraddizioni delle percezioni sensibili, ma mostra grande interesse per la nozione di "centri finiti di coscienza", che concepisce l'universo della conoscenza nella pluralità di tante monadi soggettive. (Nel 1916 interverrà in proposito con due saggi, "Lo sviluppo del monadismo in Leibniz" e "Le monadi di Leibniz e i centri finiti di Bradley", puntualmente ripresi nell'edizione italiana, seppure difficili da individuare poiché non compaiono nell'indice). Anche sul giudizio ultimo relativamente ai centri finiti, Eliot si discosta radicalmente da Bradley. Mentre il secondo riteneva di poter concepire un vincolo di interdipendenza tra i vari centri finiti, il primo li vede piuttosto come la dimostrazione dell'impossibilità di sostenere l'esistenza di una soggettività a priori e della necessità di orientarsi invece a definire i caratteri "oggettivi" che scaturiscono dalla dissoluzione dell'Esperienza Immediata.
Questa e altre questioni del rapporto tra Eliot e Bradley sono approfondite nel lucido studio di Arthur Lowe che, muovendo dalla filosofia alla poesia per poi passare all'Eliot critico, cerca di fissare i punti-cardine di un'irrisolta oscillazione tra affinità e influenza nei due scrittori (particolarmente utile sarebbe il glossario finale, che tenta di dar conto dell'uso che Eliot fece di molti termini-chiave della filosofia; purtroppo, le voci sono prive dei richiami ai testi eliotiani da cui provengono, perdendo così ogni attendibilità scientifica).
È evidente come proprio da queste premesse giovanili si svilupperanno in seguito tesi che segneranno profondamente il modernismo letterario britannico e americano. Il dualismo bradleyano di conoscenza ed esperienza, innanzitutto, verrà riformulato da Eliot in campo critico-letterario nella nozione della dissociazione della sensibilità; il problema critico di come conciliare soggetto ed oggetto senza ricorrere ad un Assoluto, il "penoso [sic, nella traduzione di 'painful', che meglio sarebbe stato rendere con 'faticoso'] compito di unificare... dei mondi discordanti e incompatibili" ("Conoscenza ed Esperienza"), e sempre mantenendo separato ciò che non è riunibile, sarà alla base della tesi dell'impersonalità dell'arte, la necessità di separare "l'uomo che soffre e la mente che crea" ("Tradizione e talento individuale"); e la nozione del "correlativo oggettivo": "Il solo modo di esprimere emozioni in forma d'arte è di scoprire un 'correlativo oggettivo... una serie di oggetti, una situazione, una successione di eventi che saranno la formula di quella particolare emozione; tali che quando i fatti esterni, che devono terminare in esperienza sensibile, siano dati, venga immediatamente evocata l'emozione" ("Amleto e i suoi problemi").
Queste "Opere" hanno dunque il merito di colmare una lacuna nella bibliografia eliotiana non ancora risolta neppure dall'editoria anglo-americana. E un peccato, ma forse rientra nel destino di tutte le edizioni di Eliot a venire, fino al decadimento legale dei diritti d'autore, che questo volume italiano mostri tanto ossequio alla volontà testamentaria dell'autore, mancando di proporre una traduzione dello "scandaloso" ma interessantissimo "After Strange Gods" del 1934. Tra gli altri rilievi da muovere all'enorme lavoro di supervisione di Sanesi c'è il rammarico dell'imprecisione (talvolta degli errori) nelle traduzioni fatte eseguire appositamente per questa edizione. Dell'indice già si è detto - troppo essenziale e praticamente inutilizzabile: speriamo che il secondo volume corregga questa vistosa insufficienza, magari con la compilazione di un indice analitico e di un elenco alfabetico delle opere raccolte.
Pare allora evidente che uno svecchiamento dell'interesse per Eliot deve per prima cosa passare attraverso una revisione del suo corpus testuale, a oggi mai rimaneggiato (caso quasi unico nella cultura letteraria del nostro secolo) da addizioni, variazioni o riedizioni critiche autorizzate che in qualche modo ne modificassero l'impianto stabilito nell'arco della vita del suo autore - fatte salve le poesie giovanili, raccolte in unico volume nel 1967, e la versione integrale della Waste Land (quella, per intenderci, anteriore alla "operazione cesarea" del "miglior fabbro" Ezra Pound), uscita - con le preziose copie anastatiche - nel 1971, a cura di Valerie Eliot (e riproposta in Italia a cura di Alessandro Serpieri, Rizzoli, 1982). Nell'opera omnia eliotiana ufficiale, insomma, continua a non figurare quel grosso volume di interventi critici che ha segnato mese dopo mese l'influente presenza di T. S. Eliot nella cultura anglosassone, sempre in bilico tra la scrivania di un'azienda e l'attivismo sul fronte delle lettere e della cultura. All'appello mancano inoltre una grossa mole di opere di natura filosofica e letteraria - attualmente conservate in manoscritto e difficilmente accessibili - che Eliot elaborò tra il 1910 e il 1920. Non è casuale che gli studi più interessanti pubblicati negli ultimi anni partano proprio da questi testi attualmente "sotto sequestro". E inoltre: l'epistolario eliotiano aiuterebbe a chiarire molti nodi ancora oscuri, e non solo biografici. Il centenario della nascita del poeta ha sì visto l'uscita del primo volume di "The Letters of T. S. Eliot" (Faber and Faber, London 1988), ma si è trattato di un'edizione rigorosamente "addomesticata". Le lettere cruciali rimarranno sotto chiave fino al 2020. E poi ancora: le celebri "Clark Lectures" del 1926 sui poeti metafisici, uno dei pochissimi documenti di critica letteraria eliotiana non occasionale (oltre le 150 cartelle) - annunciate sin dalla metà degli anni ottanta e non ancora venute alla luce.
Il messaggio implicito in questo lavoro a cura di Roberto Sanesi arriva "forte e chiaro": è tempo che Faber and Faber convinca gli eredi ad autorizzare la raccolta delle centinaia di saggi brevi apparsi su "The Criterion" (di cui Eliot fu direttore dal 1922 al 1939) e altrove, nonché i fondamentali papers filosofici. In Italia, oggi, si rende disponibile un importante strumento di riferimento. Al lettore dunque il compito di "risollevare lo sguardo" verso un autore influente, complesso e solo parzialmente approfondito.