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ZAVATTINI, CESARE, Opere 1931-1986, Bompiani, 1991
ZAVATTINI, CESARE, Cronache da Hollywood, Lucarini, 1991
recensione di Rondolino, G., L'Indice 1992, n. 2

Un libro come questo, che raccoglie in quasi duemila pagine gli scritti di Cesare Zavattini - o meglio, una parte, sia pure cospicua, dei suoi innumerevoli scritti, sparsi un po' dappertutto nell'arco di poco meno di sessant'anni -, lo si può affrontare in diversi modi. Cominciandone la lettura dalla bella introduzione di Luigi Malerba e proseguendo, d'anno in anno, libro dopo libro, in modo da ripercorrere l'intera produzione letteraria di Zavattini, cogliendone gli sviluppi interni, le modificazioni stilistiche, le permanenze di temi e di modi ovvero gli improvvisi scarti formali. Oppure partendo dalla fine, da quegli ottantanove "pezzi" scritti fra il 1946 e il 1984 e raccolti e pubblicati da Pier Luigi Raffaelli nel 1986 col titolo "Gli altri", e risalendo sino al primo piccolo libro zavattiniano uscito nel 1931 col titolo di "Parliamo tanto di me", in modo da avere un interessante e curioso panorama retrospettivo che potrebbe consentire una lettura più stimolante e vivace dell'opera letteraria d'uno scrittore che non è sempre facile definire criticamente, incasellare in questo o quello schema interpretativo.
Ma ci sono anche altri modi per immergersi nella lettura di questo grosso volume, al tempo stesso unitario e dispersivo, compatto e frammentario. Per esempio, cominciare da metà (come ho fatto io), e cioè da quel provocatorio e combattivo "Non libro più disco", uscito da Bompiani nel 1970 accompagnato da un disco che faceva parte integrante dell'opera, e qui riprodotto col titolo abbreviato di "Non libro" e con i caratteri e l'impaginazione dell'edizione originale. Un testo che inizia così: "Fica? Perché? Sono comunque il primo italiano che apre con questa parola un discorso sociopolitico (N. B.: onorarla con il carattere bodoniano a pagina piena)". Un testo, appunto, provocatorio e combattivo, che bene riflette non soltanto il momento storico in cui fu scritto e pubblicato - dopo il 1968 e all'inizio di un decennio che vide l'Italia, e non solo l'Italia, percorsa dai fermenti della rivolta e della contestazione, del terrorismo e delle stragi di stato -, ma anche e soprattutto l'intrinseco carattere della prosa di Zavattini e il tentativo, da lui sempre perseguito e spesso riuscito, di fare della parola il tramite della realtà, la forma provvisoria e labile, ma necessaria, del giudizio morale, dell'azione politica, della riflessione ideologica.
Da questo punto di vista il "Non libro" risulta un testo di grande interesse, proprio perché estremamente datato, legato a un periodo concluso, enfatico e "pasticciato", pieno di tensione emotiva, di violenza inespressa, ed anche di pensieri frammentari, letterariamente poco elaborati, quasi un "programma" detto più che scritto (e infatti il libro era accompagnato, come si è detto, da un disco in cui, per usare le parole della curatrice Silvana Cirillo, "Zavattini legge un lungo brano del testo e poi si abbandona ad un insistito ululato di protesta"). Nel "Non libro" lo scrittore, più di altre volte, sente il limite della scrittura, la necessità della voce, il superamento della pagina. Come se finalmente, dopo tanti anni di giornalismo e di attività letteraria, ma anche di cinematografo come soggettista e sceneggiatore, Zavattini si fosse deciso a varcare la soglia della parola scritta, a imboccare la strada "multimediale" della parola-voce e della parola-gesto.
Era, almeno in parte, la strada del cinematografo, quella che egli imboccò negli anni trenta, ma che solo negli anni ottanta lo condusse al termine del cammino, quando finalmente poté realizzare da regista e interprete il film "La veritàaaa" (qui ripubblicato nella trascrizione tecnica di Maurizio Grande): un progetto accarezzato da molti anni, di cui il "Non libro", per l'intrinseca irruenza formale e l'aggressività tematica, sembra essere l'abbozzo letterario. Una strada, quella del cinematografo, che Zavattini percorse tutt'intera, con gli alti e bassi propri del mestiere, con gli entusiasmi e le cadute proprie d'un temperamento viscerale come il suo, incapace di lunghe meditazioni, dell'attesa necessaria all'opera compiuta, del lavoro metodico e approfondito.
Se è vero, com'è d'altronde documentato, che fin dal 1939 egli sogna di realizzare un film da "I poveri sono matti", non v'è dubbio che il cinematografo, a poco a poco, diventa per Zavattini il mezzo più adatto a "visualizzare" i suoi raccontini, i suoi piccoli personaggi quotidiani, la sua poetica del pedinamento e dell'osservazione minuta. Una "visualizzazione" che non sempre riesce sulle pagine di un libro o di un giornale, proprio per quella che possiamo definire l'incapacità zavattiniana di fare della parola la sintesi pregnante dello sguardo, per quella sua insufficienza stilistica che si limita a usare la parola come "suggerimento" dell'immagine, a frammentare il discorso letterario in una miriade di appunti visivi, di osservazioni furtive.
Così si ripercorrono questi testi, soprattutto i primi che gli diedero la fama di scrittore in punta di penna, curioso e abbastanza anticonformista, magari esile ma non banale, con lo sguardo rivolto ai film che lo videro soggettista e sceneggiatore, in primo luogo quelli diretti da Vittorio De Sica e fra questi, naturalmente "Miracolo a Milano" e "Ladri di biciclette". Perché in quei film si ritrovano, meglio descritti e più approfonditi, i personaggi e i luoghi, le piccole storie e le moralità, che incontriamo, di pagina in pagina, nei raccontini (a volte autobiografici, a volte no) di "Parliamo tanto di me", uscito nel 1931, di "I poveri sono matti", uscito nel 1937, di "Io sono il diavolo", uscito nel 1941, di "Totò il buono", uscito nel 1943 (da cui lo stesso Zavattini ricavò il soggetto e la sceneggiatura di "Miracolo a Milano").
Paiono frammenti di un discorso in fieri, appunti per un libro da scrivere. E sono invece l'opera finita di uno scrittore: i testi compiuti di un letterato che si rivela proprio nel frammento, nell'appunto in margine a una descrizione semplice, dimessa della realtà quotidiana. Di qui il loro fascino discreto, la loro esile poesia; di qui anche una certa superficialità di visione, un rifiuto preconcetto della forma. Ma soprattutto, ed è un merito non piccolo di Zavattini, l'osservazione antiretorica del reale, lo sguardo rivolto alle piccole cose della vita, alla quotidianità dell'esistenza, in un momento - come gli anni trenta e i primi quaranta sotto il fascismo - in cui dominava, da un lato, la letteratura di regime, dall'altro il rifugio nel formalismo della "bella pagina (con le dovute eccezioni).
Ma proprio perché la sua dimensione letteraria fu e rimase il frammento, le pagine più belle di questo grosso volume, oltre ai primi piccoli libri già citati, sono gli scritti raccolti dall'autore nel 1967 sotto il titolo di "Straparole". Vi si possono leggere pagine di diario, ricordi di fatti e persone, appunti di soggetti e racconti, qualche pensiero e qualche proposta: insomma, il meglio di Zavattini scrittore picaresco, annotatore curioso, osservatore attento, acuto memorialista. Uno Zavattini che, più e meglio che in altre occasioni, ci dà l'immediatezza del reale secondo una poetica del "neorealismo" che egli andava indagando e teorizzando in quegli anni. E sono queste pagine d'occasione a costituire il filo rosso che consente di tenere insieme una scrittura fin troppo debordante, quasi assordante nella continua insistenza di modi e forme "minimali" che rischiano di diventare accademiche. Pagine d'occasione che si leggono come tali, e in questa loro dimensione quotidiana rivelano quell'intima forza e ragione della scrittura zavattiniana che solo di rado ha saputo darsi una propria dimensione estetica.
Questa dimensione, discreta e quasi impalpabile, la troviamo invece nelle "Cronache da Hollywood", che Giovanni Negri ha curato per l'editore Lucarini. Sono una settantina di articoli scritti fra il 1930 e il 1934 e pubblicati su "Cinema Illustrazione". Articoli di pura invenzione, cronache fantastiche presentate come vere, resoconti minuziosi totalmente inventati, che Zavattini si divertì a comporre, con uno sguardo alla letteratura giornalistica e uno al cinema di Hollywood, uno all'Italia fascista e piccolo-borghese e uno al sogno americano, di cui il divismo hollywoodiano era allora l'emblema più suggestivo. In questi scritti, anch'essi d'occasione ma più rigorosi e conseguenti, lo scrittore si fa cronista, ma poiché la materia è di fantasia (ma deve avere i contorni della realtà quotidiana) e i modi della scrittura vi si adeguano, il risultato è suggestivo e spesso curioso. Come d'una narrazione che si cala nei fatti e al tempo stesso li trascende, attraverso quello sguardo indagatore e sottilmente ironico che rimane una delle caratteristiche peculiari di Zavattini scrittore e sceneggiatore cinematografico.