Opere complete. Vol. 2

Primo Levi

Curatore: M. Belpoliti
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 6 febbraio 2017
  • EAN: 9788806234942

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Primo Levi, il doppio legame

Ha fatto la strada più lunga, Primo Levi. E non solo al ritorno da Auschwitz, quando per tornare a Torino – come racconta lui stesso nella Tregua – ci mise quasi nove mesi, passando dall’Ucraina e dalla Romania. Fino al 1977, quando andrà finalmente in pensione dalla professione di chimico (nella quale s’era impiegato all’arrivo a casa, prima alla Duco-Montecatini di Avigliana poi alla Siva di Settimo Torinese; al mondo della fabbrica dedicherà un intero libro nel ’78, La chiave a stella), Levi resta uno scrittore semiprofessionista – «scrittore non scrittore», si definisce lui stesso in quegli anni –; quasi alla lettera uno “scrittore della domenica”: che solo nelle pause del suo “primo mestiere”, cioè, può attendere alla propria scrittura. Sicché si deve essenzialmente all’edizione che delle sue opere diede vent’anni fa una prima volta il suo maggior studioso, Marco Belpoliti (nella gloriosa, perenta NUE; di quella storica edizione, nella nuova e fastosa appena uscita, si conserva il saggio introduttivo di Daniele Del Giudice ma per il resto – come dirò più avanti – appare completamente rinnovata), se – come annota lui stesso nell’Avvertenza del curatore – oggi Levi è considerato, invece, «uno scrittore a tutto tondo». Dato, questo, che si può misurare proprio considerando il mutare, negli ultimi vent’anni, della sua fortuna.

Non è peraltro l’unico né il primo Levi, fra gli autori di primo piano nel nostro Novecento letterario, ad aver dovuto alternare le «due culture», e le due professioni a loro collegate; basti pensare a Gadda. Se dunque Levi non venne considerato, né si considerò lui stesso, un “vero” scrittore (a differenza di quanto sin dall’esordio capitò a Gadda, ancorché presso i soliti happy few), dipese da un’altra ambivalenza – di questa più sottile, e più decisiva. Nel 1981 riprende in questi termini, Levi, la sua icona-autoritratto del “centauro”: «Italiano, ma ebreo. Chimico, ma scrittore. Deportato, ma non tanto (o non sempre) disposto al lamento e alla querela». Lasciando l’ambivalenza più cruciale nella penna: quella di scrittore ma testimone (o viceversa). Due identità che, per l’idea di letteratura in cui si era formato, facevano a pugni (e possono ingenerare, tuttora, mille equivoci). Atto mancato da manuale, nel ’66, la pubblicazione del suo primo libro di racconti fantastici (e comunque del primo, dopo Se questo è un uomo e La tregua, che non facesse esplicito riferimento all’esperienza del Lager) sotto un imbarazzato pseudonimo, quello di Damiano Malabaila (per però riaffermare la propria identità nel risvolto di copertina e nelle interviste promozionali): episodio più macroscopico di un conflitto che resta sotteso a tutta la sua vicenda di scrittore.

Con scelta opinabile, dal punto di vista strettamente filologico, ma assai convincente invece da quello letterario, la più evidente novità introdotta proprio in apertura dalla nuova edizione è la proposta – prima dell’edizione einaudiana, quella che tutti abbiamo letto – appunto della princeps: quella che, rifiutata da Einaudi, venne pubblicata nel ’47 da una piccola casa editrice torinese, la De Silva diretta da Franco Antonicelli. In questo modo tutti, non solo i filologi, possono apprezzare il lavoro “letterario” fatto da Levi. A Nico Orengo, nell’85, rilasciò un’intervista breve ma molto importante (riportata da Ernesto Ferrero nella ricchissima Cronologia che correda i volumi einaudiani), nella quale spiegò non solo i termini di quel rifiuto, a posteriori clamoroso, ma anche altri aspetti decisivi: «Avevo scritto dei racconti al termine della prigionia. Li avevo scritti senza rendermi conto che potessero essere un libro. I miei amici della Resistenza dopo averli letti mi dissero di “arrotondarli”, di farne libro. Era il ’47, lo portai all’Einaudi. Ebbe varie letture, toccò all’amica Natalia Ginzburg dirmi che a loro non interessava».

Già nel 2015 Fabio Levi e Domenico Scarpa, nel volume Così fu Auschwitz pure pubblicato da Einaudi, hanno affiancato questo documento fondamentale ad altre testimonianze giurate che a Levi vennero più avanti richieste dai tribunali impegnati a processare i responsabili dei Campi nei quali era stato recluso (da Friedrich Bosshammer, re di quello di Fossoli in Emilia, sino ai più famigerati Höss, Mengele, Eichmann): riprodotti con la massima fedeltà, questi testi pongono una quantità di questioni cruciali (si pensi solo al dibattito tra storici e giuristi sulla nozione di prova), ma soprattutto consentono ora di apprezzare la differenza sostanziale fra testi, come questi, di natura esclusivamente testimoniale (tale anche in senso “tecnico”, forense: condannato all’ergastolo anche in seguito alla deposizione di Levi, Bosshammer morirà in carcere due anni dopo) e testi, come Se questo è un uomo, che a tale natura affiancano – alla maniera, una volta di più, del centauro – quella appunto letteraria.

Se oggi il lungo viaggio di Levi verso la dimensione di scrittore “vero” appare giunto al suo approdo definitivo lo si deve anche, se non soprattutto, a un mutamento di prospettiva prodottosi, prima che da noi, in una cultura dalla nostra letterariamente molto distante come quella statunitense. Non solo perché si può datare con una certa precisione lo “sdoganamento” internazionale di Levi scrittore alla lunga intervista che gli fece Philip Roth, nell’ottobre del 1986 (all’inizio dunque di quella che Annette Wieviorka ha definito «americanizzazione dell’Olocausto»; e sei mesi prima della tragica morte di Levi), sulla «New York Times Review of Books» (insistendo in particolare sugli aspetti artigianali della sua scrittura; non a caso Roth raccoglierà quella conversazione in un suo libro intitolato Chiacchiere di bottega), ma perché proprio negli Stati Uniti – giusto in quel ’66 in cui, dall’altra parte dell’Atlantico, Levi si dibatteva colle sue Storie naturali – il “caso” rappresentato da A sangue freddo di Truman Capote cominciava a dimostrare che la non-fiction, come si chiama oggi, può avere piena dignità letteraria.

Non – dunque – scrittore ma testimone, Levi: bensì scrittore in quanto testimone. E viceversa. Per questo Belpoliti, che tante energie ha speso per sottrarre l’opera di Levi alla dimensione della mera testimonianza (quale era considerata, la sua, sino agli anni Ottanta-Novanta), oggi può dire che «il lavoro critico che resta da fare […] è quello di riportare lo scrittore nel campo del testimone, perché è dal legame tra questi due aspetti della sua personalità di autore che può scaturire una differente e più complessa visione del suo lavoro».

Il doppio legame incarnato dall’opera e dall’esistenza di Levi (sino, non escluso, all’ultimo atto – il suicidio commesso la mattina dell’11 aprile 1987, gettandosi dalla tromba delle scale della sua casa in Corso Re Umberto), da prova torturante e sacrificale nell’esistenza, e impaccio imbarazzante nell’opera e nella sua ricezione, a questo punto può – e deve – capovolgersi in positivo. La prova che per noi rappresenta questo autore non parla solo al tribunale della Storia: ma ci sfida a ridefinire, anche, il senso di quella che chiamiamo Letteratura. «La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace», aveva scritto Levi a guardia dei Sommersi e i salvati. Lo stesso si può dire della letteratura: fallace, senz’altro; e davvero, in casi come questo, meravigliosa.

Recensione di Andrea Cortellessa.

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