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Vitaliano Brancati

Curatore: M. Dondero
Editore: Mondadori
Collana: I Meridiani
Anno edizione: 2003
Pagine: 2 voll., CCXXXVI-3652 p. , Rilegato

31° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Narrativa italiana - Antologie

  • EAN: 9788804513568

Molti anni dopo, davanti alla Torre panoramica di Natàca, Vitaliano Brancati si sarebbe ricordato di quel pomeriggio in cui suo nonno lo aveva portato a vedere il vento: nella piazza grande di Pachino s'era incantato a guardargli la barbetta grigia volgere a destra e a manca sotto la sferza dello scirocco, che - lo sanno tutti in paese - ha il potere di trasfigurare il mondo. E a quel vento Brancati leverà invocazioni per tre giorni perché disperda la chimera di una comitale baldanza facendo del sogno di un fandango il segno degli "anni perduti" di una generazione ipotecata dal fascismo, priva di "piaceri" e spinta a vagheggiare progetti sciocchi e impossibili. E il vento, cui Brancati dirà legata "in un modo molto intimo" la sua infanzia, diventerà una ventata che con la forza della novità abbatterà la superfetazione del regime, nata sulla coscienza morale e civile dell'Italia. Di Pachino, "posta su di un'altura battuta dal vento di due mari, che spazza continuamente il paese e fa brillare i ciottoli come diamanti", Brancati ricorderà il fanciullino che dal "tondo", tenendo stretta la mano del nonno, guardava in mare l'Isola delle Correnti dove le acque turbinavano sfrangiandosi come due fiumi contrari mentre uguali correnti aeree mulinavano attorno accendendogli il volto e dando al paesaggio "l'aspetto liscio, il colore rosso, che hanno i luoghi battuti senza posa dal vento".

Nel paese il cui etimo fenicio designa appunto una "quantità di vento" il tramontano e lo scirocco colorano le facce di gente nata per offrire alle spire chi una guancia chi un'altra, a misura che il proprio credo inclini a nord o a sud: gente riunita all'incrocio di Europa e Africa, dove i venti "si azzuffano e rincorrono"; gente che Brancati ricorda di "sogni gravi e felici" grazie all'aria "vinosa e densa" che il mosto affida alle spore del "selvaggio Simun, il vento che ha suggerito agli uomini le più belle poesie e i più bei pensieri del mondo" e che rallenta la vita, una ragione in più per amarlo; gente che ha due volti quanti sono i venti, freddo e caldo, ed è fatta dunque per la scena. Sicché teatro non a caso diventa alla fine Pachino perché ha innervato in Brancati la sua prima vena comica.

L'unificazione nei due volumi dei "Meridiani" Mondadori dell'opera completa di Brancati dà conto di una visione d'insieme regolata su una linea di crescenza che si dipana proprio da Pachino e che segue uno svolgimento di lucida coerenza. Qui nel 1904 lo zio Marino deve procurarsi una ferita per ottenere dalla moglie il permesso di rientrare a casa: talché lei lo aspetta reduce vittorioso da un duello rusticano che lui ineffabilmente però ha risolto con una conciliazione uguale a una resa. Qui torna vincitore davvero, da "dietro le nubi di tramontana" di "una città chiamata Napoli", il nonno Vitaliano gonfio dell'orgoglio di avere sconfitto "in una gara di canto un tenore troppo vanitoso". Qui negli anni dannunziani i pachinesi rivelano "una grande vocazione all'arte". Dalla spezialìa del prozio Corrado il vento sperde nell'aria le note vespertine di concerti per chitarra e violino tenuti da farmacisti e barbieri orchestrali che i clienti sono costretti ad ascoltare fino alla fine a meno di rinunciare alle loro medicine; e con le note il vento porta alle orecchie del piccolo Vitaliano gli echi di tragedie recitate in sussiego e di barzellette raccontate in sollucchero del tipo "Sai perché si è suicidato Marconi? Perché non ha saputo inventare il jò-jò senza fili".

A Brancati rimarrà il ricordo di una festa in omaggio del nonno Vitaliano e del prozio Corrado perché incidessero un disco, parole dell'uno e musica dell'altro: due fratelli campioni di goliardia e bons mots. Ma gli si imprimerà nella memoria soprattutto il suono degli archi e del vento: "Qui avevo lanciato il mio grido di bambino; di questa polvere si erano riempite le mie scarpette". Il grido e la polvere posti a suggello di un'età felice: il grido che è l'intonazione di voce comune ai pachinesi "che non sanno dire nulla a voce bassa", ma che è anche la gioia di chi non vuole che il mondo incantato svanisca e che diventa disperazione quando non c'è più; la polvere che il vento alza nella piazza grande, dove il nonno e il papà levano lo sguardo all'orologio dal quadrante rosso della chiesa madre per regolare la loro dieta.

Maria Brancati, cugina di secondo grado, ricorda oggi la volta in cui lo scrittore ormai affermato venne a Pachino, lei bambinetta, in visita alla tomba dell'amatissimo nonno paterno dal bel pizzo grigio: "Non lo vidi ridere una sola volta. Sentivamo alla radio 'La signora di trenta anni fa' e lui disse che era la canzone di uno smemorato".

Quel giorno Brancati andò a Pachino anche per un'altra ragione: la cisti che gli si era ingrossata nel torace s'era fatta visibile anche con la giacca e parlare con il padre di Maria che era medico poteva giovare a prendere decisioni. Rosario Brancati lo rassicurò circa la natura benigna della tumefazione e gli suggerì di farsi vedere anche da un altro lontano cugino, Raffaele Brancati, un oncologo che a Marzamemi aveva messo su un centro di ricerca sul cancro. Gli fu consigliata da entrambi un'asportazione parziale perché la cisti pesava sul cuore e avrebbe potuto determinarne scompensi durante l'intervento. Ma Vitaliano volle ascoltare l'amico chirurgo Dogliotti e si mise nelle sue mani. Non disse nulla alla famiglia perché era convinto che delle malattie non bisogna parlare dal momento che, come i bambini, se si vedono osservati si ringalluzziscono. Però volle fare testamento. Il fratello Corrado, appresa la data dell'operazione, lo raggiunse a Torino dicendogli di essere venuto per vedere la Juventus. Prima di entrare in sala operatoria Brancati vede da un balcone passare il tram numero 12 e pensa a un segno augurale. Solo la moglie, Anna Proclemer, affacciata accanto a lui, legge che è diretto al cimitero.

È il 25 settembre del '54: cinquant'anni fa esatti. Proclemer, oggi ottantenne, non è mai andata una sola volta a Pachino e, nei sette anni di effimero matrimonio, lasciò che fosse lui a partire da solo sull'eco di lettere in cui si dichiarava perdutamente siciliano: "Al Sud appartengo interamente e ne sono il più pazzo e avvelenato figliolo"; oppure: "Domani parto per Pachino a bere la medicina che i libri consigliano: il cosiddetto bicchiere di aria natia".

La figlia Antonia, per sua stessa ammissione, si è invece legata a Pachino perché è più una Brancati che una Proclemer e c'è tornata molte volte per incontrare anche i parenti del padre. Recentemente ci è andata solo per assistere a una rappresentazione amatoriale della Governante, la commedia scritta da Brancati per la moglie. Antonia non ha più trovato però la casa di via Lincoln dove la nonna paterna "diventò pallida per i primi atroci dolori" del parto una sera di luglio del 1907. Al suo posto è sorta una banca. E in via Garibaldi la farmacia del prozio Corrado è sparita per fare posto a una boutique. Della sua tragedia in versi, letta a un cugino corso nottetempo da lui per un anodino e caduto in un sonno profondo a sentire declamare endecasillabi per un'ora, non si è trovato un solo frammento. Né è mai stato visto l'architetto che Brancati aspettava perché facesse di Pachino "il più bel paese del Sud".

Ma nelle notti di vento si vede ancora oggi in cielo un enorme fantasma levato in alto dalla polvere che poi si dirada lasciando uno scintillio uguale a quello che guardava Nuzzu con la mano tenuta dal nonno. Vedendo soffiare il vento impetuoso e imperioso di Pachino, come un aruspice leggeva in esso i segni del destino. E un giorno ne farà l'elemento attivo della propria dottrina morale: "Sugli uomini soffia quello stesso vento che fa correre le nuvole; tu non lo senti mai, tranne che nei momenti in cui esso cerca di strapparti, come una foglia, dal ramo dell'onestà, della tranquillità, della famiglia, della vita; e tu capisci che il vento batte solo su di te, e non sul ramo, e che già fai la ruota sul grembo, e fra poco l'albero rimarrà dietro di te, e Dio sa fino a quando, e tu solo volerai chissà dove col vento".

Gianni Bonina dirige "Stilos", il supplemento letterario della "Sicilia"