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Edward W. Said

Traduttore: S. Galli
Editore: Feltrinelli
Edizione: 10
Anno edizione: 2013
Formato: Tascabile
Pagine: 395 p. , Brossura

32 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Società, politica e comunicazione - Sociologia e antropologia - Antropologia - Sociale e culturale

  • EAN: 9788807882067

recensione di Filoramo, G., L'Indice 1992, n. 2

Chi non ricorda il Marco Polo delle calviniane "Città invisibili"? Mentre intrattiene il Kublai Khan avido di apprendere dettagli sui suoi vasti domini, egli si rende conto che più ci si sente a disagio nei quartieri estranei di lontane città, più uno comprende le città che ha attraversato e le tappe precedenti del suo viaggio e il porto da cui salpò... E all'attento ascoltatore, che scorge il viaggiatore disegnare ineludibilmente la circolarità dei suoi viaggi e con un velo d'ironia gli fa presente che esiste una città di cui non ha mai fatto cenno, Venezia appunto, Marco Polo sorridendo risponde: "Di che cosa credete io abbia sinora parlato?"
Anche "Orientalismo" di Said, al pari del Marco Polo di Calvino, non sfugge alle regole della proiezione. Parabola delle vicende di un arabo palestinese, dotto studioso e brillante conferenziere di letteratura inglese che, gramscianamente, come lui stesso precisa, a un certo punto decide di stendere l'inventario della propria vita, di una biografia cioè che con una curva di segno opposto a quella del viaggiatore veneziano l'ha condotto da Oriente in Occidente, il saggio di Said racconta, attraverso la storia dell'orientalismo islamico, le vicende di dominio coloniale e di sfruttamento culturale, che hanno segnato in modo indelebile anche la vita dell'autore.
"Storia di una colonizzazione culturale", come recita il risvolto di copertina, il libro svela uno dei tanti giochi degli specchi prodotti dalla cultura moderna: nello sforzo di documentare l'Oriente come luogo dell'altro, del diverso, dell'opposto, se non del nemico e del folle, l'Occidente che altro ha fatto se non documentare sé stesso, le proprie idiosincrasie, il proprio rimosso se non la propria follia? L'Oriente, dunque, come luogo privilegiato dell'immaginario occidentale e della sua volontà di potenza, scenario su cui recitare - per farlo alla fine trionfare - il nostro dramma, in cui collocare la nostra differenza, attraverso cui, infine, affermare la nostra superiorità.
Quella narrata da Said, d'altro canto, è una parabola particolare, priva di toni Ironici, che irride a compromessi e a mediazioni per mirare dritto al cuore politico del problema: l'orientalismo come istituzione accademica, come discorso e come pratica costruiti "per esercitare la propria influenza e il proprio predominio sull'Oriente", come "la tradizione dell'imperialismo", come "una dottrina politica imposta all'Oriente a causa della minor forza di quest'ultimo, e che dell'Oriente ha cancellato ciò che era irriducibile a quella minor forza". Un ennesimo esempio, dunque, di "conquista" culturale, che si affianca ad altre colonizzazioni, con il loro tragico corteo di vinti. Ciò che la contraddistingue da altre consimili narrazioni è la violenza di un attacco condotto contro la volontà di sapere occidentale con grande rigore e con sapienza strategica degna del miglior Ulisse. Il cavallo di Troia è costituito in questo caso da una conoscenza di prima mano delle fonti più significative e da un metodo agguerrito (nel 1978!), intriso di Foucault (anche se fa specie vedere come un quindicennio basti a relegare nell'archeologia del sapere anche il suo padre padrone) e nutrito di succhi gramsciani: secondo l'antica strategia per cui è meglio combattere il nemico sul suo stesso terreno, prevenendolo.
Col senno di poi, la virulenza delle critiche piovute a suo tempo sul libro soltanto in parte si spiega con i suoi limiti intrinseci: violenza evoca violenza, per di più quando chi viola il santuario degli specialisti non è un confratello. Valga per tutte l'accusa di sacrilegio scagliata, tra altre, da Bernard Lewis, in base all'assioma fideistico secondo cui "la critica più rigorosa e penetrante alla scienza orientalista è 'sempre' stata e sempre rimarrà quella degli orientalisti stessi" (ora in "La rinascita islamica", Bologna 1991, p. 162; corsivo mio). Certo, il libro di Said è gravato da limiti oggettivi, che ne impediscono l'ingresso nel pantheon dei classici, soprattutto orientalisti. Il suo Oriente è troppo limitato nel tempo e nello spazio per poter recare il pesante fardello che l'autore vorrebbe attribuirgli. Tolto l'Estremo Oriente, che pure ha recitato, in particolare con la Cina, una parte decisiva nella costruzione dell'orientalismo europeo e del suo immaginario tra Sei e Settecento; messa da parte l'India e la "rinascenza orientale", altro luogo privilegiato, per di più carico di valenze positive, se era possibile collocarvi "le lingue del Paradiso e se, come hanno raccontato tra altri Schwab, Gérard e Halbfass, divenne il motore di una vera e propria svolta culturale che influenzò profondamente la cultura europea nella prima metà dell'Ottocento; dell'Oriente rimasto quello a noi geograficamente più "vicino", Said privilegia, secondo le regole del circolo ermeneutico, il suo Oriente e precisamente il mondo arabo o meglio il modo in cui l'Europa, a partire dalla spedizione napoleonica in Egitto, attraverso l'apertura del canale di Suez, fino alla politica coloniale del Novecento, spartendosi progressivamente questa fetta di Oriente, si trovò a confrontarsi col mondo arabo e con l'Islam.
A questa politica coloniale si accompagna, quando non la precede e non la prepara, una politica di conquista culturale, l'orientalismo appunto. I suoi pionieri, come de Sacy, osservando l'Oriente dal loro punto di vista privilegiato, ricuperando e restaurando testi e monumenti, classificandoli e ordinandoli, agiscono come eroi moderni che riscattano l'Oriente dalle tenebre millenarie in cui l'Islam l'avrebbe precipitato, come demiurghi laici che informano e plasmano una materia caotica e femminilmente passiva o, con Renan nel periodo del trionfo del positivismo, si muovono come scienziati che, nel laboratorio filologico ed asettico del proprio studio, anatomizzano il cadavere orientale per far poi rivivere un Oriente-simulacro. Né l'avvento della ricerca sul campo, inaugurata da Lane e incrementata da una copiosa letteratura di viaggio, mutò la sostanza delle cose: "l'Oriente moderno, nella sua viva realtà, fu sistematicamente eluso". Lo stesso Marx non sfugge alle regole di ferro del codice orientalista che domina questa peculiare archeologia del sapere, il suo "dispotismo orientale" costituendo un'ulteriore conferma della legge, invocata da Said, secondo cui nell'opposizione binaria "Occidente-Oriente" il primo termine "prevale 'sempre' sul secondo, riducendolo a una mera funzione di sé medesimo" - (corsivo mio).
Marx, d'altro canto, rischia di essere, se non l'unico, uno dei pochi tedeschi a comparire in una galleria di orientalisti, studiosi e letterati, rappresentanti delle due nazioni, Francia e Inghilterra, che Said sceglie come oggetto d'indagine in virtù del loro predominio coloniale. Scelta dolorosa, conseguente all'impostazione ideologica dell'opera tesa a studiare l'orientalismo essenzialmente in funzione della politica coloniale; scelta che reca seco come inevitabile conseguenza quella di tagliar fuori le tradizioni orientaliste, talora d'importanza decisiva come quella tedesca, meno legate al dato politico. La condanna di Marx, d'altro canto, da parte di un marxista, in nome della tesi orientalista, getta luce su quello che è forse il limite maggiore del lavoro di Said: il dualismo manicheo soggiacente alla sua impostazione e teso a scavare un fossato incolmabile tra "noi" e l'"altro", in questo caso il mondo arabo. La drammatica attualità di questo tema merita qualche ulteriore considerazione.
La macchina trita-orientalisti approntata da Said non conosce ostacoli. La sua forza si basa sul presupposto che l'orientalismo è prima di tutto "uno stile di pensiero fondato su una distinzione sia ontologica sia epistemologica". Se la seconda distinzione può parere scontata (in fondo, anche l'autore è disposto a riconoscere che l'addomesticamento dell'esotico, la regolamentazione dell'estraneo, l'assimilazione del diverso a partire dalle proprie categorie mentali sono processi generali della mente umana e non un patrimonio o un privilegio degli orientalisti), la prima certo non lo è. Per distinguersi da Foucault, Said dichiara programmaticamente di voler tener conto anche dell'importanza dell'"impronta individuale". Forse perché calcate sulla sabbia del deserto, queste orme sono ben presto destinate a scomparire, cancellate dal vento iconoclasta dell'autore. Che non risparmia nemmeno orientalisti come Massignon, noto proprio perché, al pari del suo eroe, il mistico al-Hallaj, si identificò a tal punto col suo oggetto di studio fino a confondervisi pericolosamente, almeno dal punto di vista di quel mondo cattolico che gli rimproverò questa sua profonda simpatia per l'Islam. In fondo, anche Massignon, secondo la logica orientalista, era gravato dal peccato originale di non essere arabo o, il che è lo stesso, di essere occidentale, per di più francese: colpa a quanto pare irredimibile. Uscire da quello che pare un circolo vizioso sembra dunque necessario, se si vuole evitare, da entrambe le parti -naturalmente, mantenendo ferma la scala delle responsabilità -, di rimanere prigionieri di una variante per quanto sofisticata, del pregiudizio etnocentrico. Non si tratta tanto di ricordare, accanto ai demeriti, anche i meriti di un campo di studi che proprio in virtù del seme critico corrosivo che vi si annidava, si è dimostrato in grado, più di quel che Said sia disposto a riconoscere, di mettere in discussione i presupposti della propria ricerca, correggendoli, eliminandoli o integrandoli. Di fronte al riemergere di stereotipi e fantasmi culturali sul mondo arabo che fenomeni come la guerra del Golfo o l'immigrazione ripropongono continuamente attraverso i mass media, questi meriti rischiano ancora una volta di essere obliati. Contro il possibile prevaricare di questi stereotipi la lettura del libro di Said è un antidoto prezioso. Con quest'ultima postilla: l'autore, nella parte conclusiva, parlando della situazione postbellica tende a privilegiare troppo il dato politico. Anch'egli è caduto vittima, nonostante i suoi abili distinguo, del "noi" occidentale e dei suoi miti secolarizzanti. L'intreccio tra politica e religione, piaccia o non piaccia, costituisce oggi un orizzonte ineludibile per chiunque voglia avventurarsi nei meandri del mondo islamico.