La pace e la ragione. Kant e le relazioni internazionali: diritto, politica, storia

Massimo Mori

Editore: Il Mulino
Collana: Saggi
Anno edizione: 2008
In commercio dal: 23 ottobre 2008
Pagine: 290 p., Brossura
  • EAN: 9788815120120
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La pace e la ragione è un libro importante su una parte del pensiero kantiano – la teoria della pace – che da circa un quarto di secolo attrae l'attenzione non solo di filosofi e storici delle idee, ma di un numero crescente di studiosi delle relazioni internazionali, scienziati e teorici politici. A questo interesse non ha contribuito solo, come giustamente ricorda l'autore, il bicentenario di Per la pace perpetua, ma anche la nascita e la diffusione interdisciplinare del progetto di ricerca che va sotto il nome di "teoria della pace democratica", a cui pure il libro offre spunti di riflessione importanti. E la capacità di parlare non solo a specialisti di Kant, ma anche a quanti usano la filosofia critica per il loro lavoro scientifico, è forse il merito più grande di questo saggio.
L'autore ci offre una "doppia contestualizzazione" della teoria kantiana della pace. Da una parte, si ricostruisce il contesto della filosofia pratica di Kant, con particolare riferimento alla filosofia del diritto, della politica e della storia, tre ambiti chiaramente (e opportunamente) distinti. Dall'altra, Per la pace perpetua viene inserito nel solco dei precedenti progetti con analoga finalità (si pensi al lavoro di Saint Pierre e Rousseau) e letto sullo sfondo della tradizione del giusnaturalismo, ossia della scuola di quei "tristi consolatori" (Grozio, Pufendorf, Vattel) che Kant tratta appunto con sarcasmo, ma da cui è innegabilmente influenzato. Questo sforzo di contestualizzazione consente a Mori di far risaltare con chiarezza l'originalità del progetto kantiano – ciò che alcuni hanno definito "rivoluzione copernicana della teoria della pace" – e di illuminarne aspetti ancora piuttosto oscuri e controversi.
Tra le virtù ermeneutiche del libro due meritano particolare attenzione. Innanzi tutto, la distinzione tra ambito del diritto (pubblico) e ambito politico permette a Mori di gettare luce su un problema particolarmente ostico per gli interpreti, vale a dire la posizione di Kant intorno alla specificità dell'agire politico. Scrive Mori: "Sebbene siano in stretta connessione, diritto e politica non hanno la stessa funzione". Il primo, modellando la regola fondamentale della convivenza delle varie libertà individuali sulla regola suprema della morale, non si cura "delle conseguenze fisiche che ne derivano, qualunque esse siano". La seconda, invece, è "dottrina del diritto messa in pratica (ausübende Rechtslehre)" e qui le condizioni concrete in cui l'individuo, e ancor più il politico, si trova ad agire contano eccome. In particolare, argomenta Mori, il comando della ragione pura pratica di realizzare il fine della pace perpetua può e deve essere, non mitigato nella sua obbligatorietà, ma adattato alla complessità che il "politico morale" si trova di volta in volta di fronte. Il problema della grande politica comincia qui ed è un compito molto distante dall'applicare meccanicamente le regole che la morale suggerisce. Si tratta piuttosto di adottare quelle decisioni che avvicinino il più possibile il reale all'ideale. Un'applicazione di principi morali cieca alle conseguenze non è segno di purezza dell'animo del politico, ma di sciatteria o, peggio, di moralismo politico. Il problema morale della politica, insomma, comincia quando questa ha ben chiara la sua autonomia, laddove semplicemente non si dà se, in buona o in cattiva fede, si crede che la politica sia non solo subordinata alla morale, ma identica a essa.
Da questo punto di vista il tema della prudenza politica, e quello connesso delle leges permissivae, viene trattato da Mori per mostrare come l'opzione riformista e, secondo alcuni, eccessivamente conservatrice, prediletta da Kant come mezzo per progredire verso il fine fissato dalla ragione pura, derivi da una forma di realismo politico che nulla ha a che fare con il cedimento all'esistente. La negazione del diritto di resistenza e la ancor più netta condanna delle trasformazioni violente dello stato (dal punto di vista della teoria costituzionale, se non da quello delle filosofia della storia) derivano dall'esigenza di preservare quel poco di diritto che anche una costituzione imperfetta assicura, esigenza che si combina con la consapevolezza che le trasformazioni per essere durature non devono superare i gradi di maturazione storica di un popolo o della specie umana intera. Aver chiarito come in Kant diritto e morale siano distinti dalla politica, e come quest'ultima goda di una sua autonomia, permette a Mori di leggere da un punto di vista nuovo l'apparente contraddizione tra un Kant ammiratore dei contemporanei avvenimenti oltrereno (il pensatore "rivoluzionario" esaltato dalla storiografia marxista) e il Kant che nega il diritto di resistenza contro il tiranno più crudele.
Strettamente legato al tema dell'autonomia della politica è anche il secondo tema ermeneutico che del saggio di Mori vogliamo segnalare: il rapporto da lui ben ricostruito tra progetto di pace perpetua, giudizio politico e visione del progresso storico. Quanto il libro affronti con coraggio il problema del coesistere, all'interno del pensiero pacifista kantiano, di tesi che sembrano (o sono) tra loro inconciliabili oppure che sembrano (o sono) inconciliabili con gli assunti fondamentali della filosofia trascendentale può misurarsi bene proprio in relazione alla parte del pensiero kantiano in cui la difficoltà di tale coesistenza appare più evidente: la filosofia della storia. Di fronte alla tanto famosa quanto contestata affermazione kantiana del darsi di una garanzia della pace perpetua, ossia di meccanismi naturali, se non provvidenzialistici, che dovrebbero assicurare il successo dei nostri sforzi di raggiungere una pace duratura e stabile, Mori avverte che tale prospettiva "non scade nella ideologica (dogmatica) apologia di un progresso affidato ad una forza sovrapersonale" solo a condizione che poggi su una visione del processo storico che "lasci intatta la responsabilità morale dell'individuo." La dialettica tra una visione provvidenziale-escatologica che sembra basarsi su qualche forma di sapere costitutivo da un lato, e dall'altro una visione volontaristica, incentrata sul dovere morale di produrre un fine non scontato e inevitabile come sembrava promettere la prima prospettiva, sembra attraversare tutti gli scritti kantiani sulla storia, da Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico (1784) al tardo Conflitto delle facoltà (1798). E Mori mostra in modo molto interessante come il secondo elemento tenda, con il passare del tempo, a rimuovere il primo, più pericolosamente vicino al dogmatismo, senza però mai scalzarlo del tutto.
Il punto di arrivo di questa dialettica, la posizione sulla storia con la quale forse sarebbe giusto ricordare Kant, sembra essere quella per cui non ci è data alcuna garanzia della pace perpetua che possa prescindere dai nostri sforzi. Al più, quello che possiamo vedere nella natura, quello che possiamo leggere nella storia che si è svolta fino a ora sono solo indicazioni che lasciano la partita tra ottimisti e pessimisti sul progresso in sostanziale parità. Osserviamo una crescita della consapevolezza umana sugli orrori della guerra, sulla sua quasi sistematica inutilità, accompagnata da un continuo ricadere da parte della stessa umanità nella deriva bellicista. Possiamo quindi trovare nella storia solo la smentita di quanti ritengono il genere umano incapace di apprendere, unilateralmente malvagio, strutturalmente prono alla violenza. Nella storia c'è solo scritto che tanto la stasi, o addirittura il regresso, quanto il progresso sono possibili, e che sta a noi sciogliere il nodo. Per fondare la ragionevolezza del nostro dovere di fare quanto possiamo per la pace perpetua basta questo.
A squilibrare un poco questa parità a favore del partito degli ottimisti, a dare un "segno storico" che la nostra speranza e i nostri sforzi siano sensati oltre che doverosi c'è "solo" la disinteressata e universale, o meglio, universale quando disinteressata, simpatia degli individui nei confronti dei piccoli o grandi trionfi della giustizia. Come successe a Kant alla notizia di un popolo che oltre il Reno conquistava la sua libertà, la benevola approvazione dello spettatore disinteressato nei confronti della giustizia ci conferma che l'individuo non è affatto condannato al sovvertimento del diritto che è la guerra. È la coscienza umana, la sua libertà e dignità, e il tributo che essa non può non assegnare allo "spettacolo" del suo affermarsi, qui e ora, a costituire tanto la base del nostro dovere di lavorare per la pace, ciò che ci obbliga moralmente a fare quel che possiamo perché si affermi, quanto quel poco che ci giustifica a credere nella sua realizzabilità.
Luigi Caranti