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Salvatore Settis

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2010
Pagine: 326 p. , Brossura
  • EAN: 9788806198718
Dopo tanti anni di studio appassionato e di scontri anche duri per la difesa del paesaggio e dei beni culturali, comincio a sentire una certa stanchezza: credo dovuta allo scarso ascolto da parte dei decisori politici e amministrativi, ma anche alla sovrana indifferenza di tanti esperti di diritto, di economisti, di storici. È perciò molto piacevole, nel leggere l'ultimo libro di Settis, scoprire la sua non perduta vigoria nell'indignazione, espressa attraverso una completa rassegna di storie, di fatti, di norme, di comportamenti: non un pamphlet, ma un testo che è insieme di lettura appassionante e di consultazione continua (ma sento la mancanza di un indice analitico).
Il libro è fatto di sette capitoli e ha come filo conduttore il paesaggio, non necessariamente i beni culturali, anche se il rapporto è strettissimo. Non è certamente per caso che il paesaggio è il punto centrale, perché è questo, e non semplicemente il territorio o l'ambiente, l'oggetto di scannamento e dispersione di membra che la realtà (il "cemento" del titolo) ci mostra. Per verità, Settis parte, nel terzo capitolo, dalla storia italiana sulla cultura ed etica della tutela: dal Settecento, per l'età contemporanea, ma ancor prima, fin dall'origine della nostra lingua nel XII secolo, la tutela è parte della natura stessa delle leggi e, forse, del potere che si esprime variamente nel tempo.
In questo capitolo, e nel successivo, si affronta la tesi di fondo dell'autore; esiste una continuità quasi perfetta tra Croce, Bottai e la Costituzione italiana del 1948, quanto alla tutela del paesaggio, alle istituzioni necessarie, alla centralità della responsabilità dello stato. Qui si dà una risposta a un interrogativo non sciolto in questi anni: com'era possibile adottare, nella Costituzione democratica, le leggi di Bottai, che più fascista non poteva essere, visto lo spirito con il quale formava, con la rivista "Primato", un'intera nuova generazione fascista. Settis non lo dice, ma un passaggio è forse stato la rapida conversione di quella generazione all'antifascismo; tuttavia, non basterebbe questa conversione, altrimenti le fondamenta del pensiero di Bottai, che teneva al mito del paesaggio italiano per contrastare il mito hitleriano della cultura nordica, sarebbero state subito travolte. Invece, Settis va più in profondo, prima ricordando la storia avvincente tra Nitti e Croce, per chi capisce la divergenza tra questi due grandi, per i quali nella tutela del paesaggio si trattava di battere i difensori a oltranza della proprietà privata e gli antiquari senza scrupoli, e di ricorrere al concetto di interesse pubblico. Grandi liberali, protoazionisti e fascisti definiscono così lo stato-collettività: non lo capiscono integralmente, e anzi alcuni ne hanno timore, come per qualsiasi Leviatano, ma per tutti il paesaggio è il più collettivo dei beni. Certo, Bottai è fuori posto in questa compagnia, ed è la nostra Costituzione che risolve il Leviatano, perché all'articolo 9 sancisce la natura collettiva del paesaggio, collocandolo in un nuovo e nobile edificio di diritti individuali e sociali. Settis descrive con emozione il dibattito in sede di Commissione e Assemblea costituente: gli avversari, amici del libero mercato, erano ben presenti, e capaci di utilizzare argomenti non dissimili da quelli della destra conservatrice di oggi, ma a differenza di questa, erano colti, ispirati agli austriaci, non semplice espressione di banali interessi speculativi.
Settis discute a lungo sulla discrasia che si venne a operare, alla Costituente, tra legge urbanistica e legge sul paesaggio: la prima densa di poteri programmatori lasciati in capo agli enti locali, mentre la seconda era assistita da piani senza reali autorità di appoggio e mai realmente venuti alla luce (se non molto tardi e senza forza). La discrasia era presente già nelle leggi fasciste del 1942 e Settis attribuisce a questo errore, nei lunghi anni successivi, il regolare svuotamento della tutela del paesaggio. Qui, forse, Settis sottovaluta l'inevitabilità storica del degrado territoriale e urbano: la politica urbanistica dovrebbe regolare la rendita nell'inarrestabile espansione del costruito; ma nessuna norma ha mai identificato la rendita o calcolato quanta rendita deriva dalla distruzione del paesaggio, mentre si redige un piano regolatore. Il mancato riconoscimento del valore del danno arrecato dalla costruzione riguarda sia il paesaggio sia l'urbanistica: non c'è discrasia. È proprio l'aver dimenticato che l'urbanistica interferisce con beni collettivi che ha travolto, insieme al paesaggio, anche i beni culturali, le culture locali, lo spirito delle città, il benessere. Settis fa ben capire come le classi dirigenti non siano affatto all'oscuro del danno collettivo derivante dal "cemento". Buona parte del consenso politico derivava dall'economia del settore delle costruzioni, impervio alla concorrenza internazionale, e perciò gonfio di profitti da spendere a favore delle clientele politiche. Allo stesso tempo, il paese aveva bisogno di benessere, e la proprietà della casa era il segno della promozione sociale. L'estensione dei diritti post '68, quasi una rivoluzione nazionale, raggiunge la casa solo attraverso la proprietà privata, non quella in affitto. Qui, l'indignazione di Settis si ferma troppo presto: fu il compromesso politico a trasformare la sete di uguaglianza del '68 nella filosofia piccolo borghese della proprietà individuale.
Il dibattito costituzionale, ben descritto dall'autore, proseguì sulla necessità che la tutela del paesaggio restasse statale e non venisse assegnata alle Regioni: e mi fa piacere che Settis ricordi il mio caro maestro Codignola che riteneva pericoloso un cedimento regionale sulla tutela. Nel suo libro, l'autore segue poi passo passo la più recente legislazione regionalistica, fino alla riforma del Titolo V della Costituzione, e la critica incessantemente. Oggi, è difficile dargli torto. Non siamo soltanto in presenza di un lento degrado della funzione centrale di tutela – e il Codice dei beni culturali e del paesaggio, cui l'autore ha contribuito in modo decisivo, ha subito una lenta riduzione di autorità –, ma assistiamo a una vera deriva antiintellettuale delle Regioni e di moltissimi Comuni. Certo, la riduzione delle fonti di finanziamento, e l'irrilevanza della tutela del paesaggio e dei beni culturali nel produrre tributi o entrate aiuta una classe politica a trovare nella demagogia la propria ragion d'essere.
Sembra che Settis colga il punto di rottura che caratterizza la fuga dalla tutela nella divisione del paesaggio tra i nuovi ministeri (Beni culturali, Ambiente), nella diversificazione giuridica dei termini (territorio, ambiente, paesaggio), nella moltiplicazione delle autorità responsabili (Regioni, Comuni, Province): dissennati divorzi, come li definisce brillantemente. Non sono sicuro che qui l'autore abbia ragione. Non basta descrivere le tappe del declino, per spiegarlo, né era necessario che questo declino avvenisse, specie con la creazione del ministero dei Beni culturali. Ci fu, infatti, una stagione non infelice all'inizio degli anni ottanta, dove la mobilitazione dei soprintendenti, della società civile, degli stessi partiti politici sembrava poter aprire le porte a una stagione di tutela e valorizzazione non a servizio degli interessi della rendita. Fondi vennero messi a disposizione, generosa progettazione fu lanciata, errori furono commessi (i giacimenti culturali). Tutto finì con il governo del "Caf", e con l'atto unico europeo, che non riconobbe a paesaggio e beni culturali la natura di beni comuni e fuori mercato. Chi ha ucciso quella stagione aveva dalla sua la nuova civiltà economica: dopo Thatcher e Reagan, tutto è denaro, e il nodo scorsoio del liberismo è andato stringendosi intorno a ogni diritto sociale e ambientale: il paesaggio e i beni culturali sono le vittime di una pessima cultura, non del semplice degrado della politica. Consola, tuttavia, che Settis ricordi i nuovi movimenti per i beni comuni: l'elettore è opportunista, come sosteneva Voltaire, ma può essere anche rivoluzionario.
Paolo Leon

Recensioni dei clienti

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    alberto

    18/05/2013 15.30.42

    una scoperta sensazionale!! un principio basilare della costituzione italiana calpestato come fosse carta igienica; questo in sintesi la morale del libro di settis, un testo credo, fondamentale per capire due cose: la prima che il territorio, il paeseggio, i beni culturali e la ricerca scientifica sono l'architrave del progresso civile dell'italia; il secondo che la politica italiana è giunta la suo massimo di corruzione e inadempimento del dettato costituzionale e che dunque i cittadini hanno tutti i diritti a ribellarsi a questo stato di cose. non lo dico io, lo dice settis. saluti alberto

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    Antonio D'Agostino

    14/12/2010 20.18.40

    Questo libro è straordinario! La stima che nutro per Settis è grande! Si conferma , con questo lavoro , non solo un grande "accademico" , ma come un vero intellettuale civile! Se tutti gli "accademici" fossero come Settis , il nostro "Bel-Paese" (quel che resta!) sarebbe meno indifeso di fronte alla furia degli speculatori che lo saccheggiano , mortificandolo solo per l'accrescimento dei propri profitti! L'ultimo capitolo è un richiamo alla "resistenza" dell'azione popolare per i valori della bellezza e della "publica utilitas"! Intellettuali da salotto , impiegati del catasto della "cultura" , prendete esempio da Settis . Recitate il "mea culpa"!

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