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Francesco Biamonti

Editore: Einaudi
Collana: Letture Einaudi
Anno edizione: 2014
Pagine: 236 p. , Brossura
  • EAN: 9788806218584
Disponibile anche in altri formati:

 
La ristampa di Le parole la notte nella collana “Letture” di Einaudi pone l’ultima opera di Francesco Biamonti accanto a quelle di scrittori tra i più importanti del Novecento come Joyce, Faulkner, Bernhard, Pessoa e Cortázar, per citare soltanto alcuni degli autori editi nella stessa collezione. Il romanzo è il più corale e corposo dei quattro pubblicati in vita da Biamonti, che quest’anno Einaudi ha riproposto tutti in versione ebook, e ne rappresenta pienamente lo stile e la poetica. Quando uscì, nel 1998, venne presentato sull’“Indice” da una nota di Alberto Papuzzi e da una recensione di Vittorio Coletti che si concludeva sancendo l’ingresso dell’autore nel novero dei “grandi sperimentatori della prosa novecentesca”. Sempre nel 1998, tre anni prima della scomparsa dello scrittore ligure, Le parole la notte fu candidato al Premio Strega e avrebbe dovuto esservi presentato da Lorenzo Mondo e Giorgio Ficara prima che Biamonti si ritirasse dalla competizione. Ficara, che all’epoca recensì il libro su “Panorama” definendolo “un giallo velato di pietà leopardiana”, firma oggi una lunga e a tratti personale prefazione alla nuova edizione nella quale lascia ampio spazio a citazioni e dichiarazioni di Biamonti stesso, quasi in analogia alla consuetudine per cui l’autore sembrava costruire certe sue pagine intorno a catene di citazioni esplicite, talvolta imperfette, e a intertesti non sempre immediatamente riconoscibili.
Questa pratica non può che stimolare innanzi tutto una riflessione relativa all’essenzialità peculiare delle parole pronunciate dai personaggi di Biamonti, cui questo romanzo si riferisce sin dal titolo collocandole su di uno sfondo prevalentemente notturno. Si tratta di parole che l’autore avrebbe potuto definire “alonate” di silenzio, che in qualche caso il protagonista Leonardo ha la sensazione di essersi lasciato sfuggire, pentendosi di avere “parlato troppo”. L’uomo è infatti “abituato a non dire le cose fino in fondo” e per lui “la Liguria è bella quand’è silenziosa” come il paesaggio dell’entroterra di Ponente in cui vive coltivando poche mimose e aiutando i migranti ad attraversare il confine con la Francia.
Ciò nondimeno, i personaggi taciturni e solitari di questo e degli altri romanzi di Biamonti parlano molto a se stessi e tra loro perché trovano nella parola l’unico mezzo per ricucire i fili con un mondo che sentono essere in decadenza oltre che per tentare di solidarizzare con il prossimo, ricorrendo sovente a quelle parole altrui (citazioni poetiche, parlate e sentenze dei propri avi contadini) che hanno uno straordinario potere di evocazione al di là di una comunicazione immediata; così che, anche quando sembrano monologare più che intendersi l’un l’altro, essi stanno sempre “parlando con”, con le memorie (letterarie, locali o ancestrali) da cui le loro parole provengono, se non addirittura con le radici stesse dell’Essere cui ogni parola letteraria dovrebbe tendere secondo lo scrittore-filosofo.
È senz’altro vero quanto Italo Calvino ha lasciato scritto nella quarta di copertina di L’Angelo di Avrigue (il primo libro edito da Biamonti a cinquantacinque anni, nel 1983) ovverosia che i personaggi di quel romanzo si incrociano grazie all’andirivieni continuo del protagonista “ma le solitudini sommandosi non s’annullano”. Si può però sostenere che Biamonti, cresciuto in provincia e arrivato all’esordio in età matura, abbia incarnato l’emblema dello scrittore “solitario” e “solidale”, alla maniera dell’amatissimo Camus, proprio per la sua ricerca poeticamente compiuta di una parola in grado di dare conto agli uomini del silenzio di dio, delle cose, della natura, e di quello della storia di una civiltà occidentale che sembra ormai giunta al suo estremo esaurimento. In ciò l’autore è assimilabile ai suoi personaggi. Per esempio, lo è al Leonardo di Le parole la notte che dice di riservare soltanto “un po’ di solidarietà, ma con prudenza” ai disperati “popoli della fame” in cammino verso la Francia che aiuta a passare la frontiera pur rivolgendo il suo pensiero più empatico a una ragazza curda giunta sul confine con un vecchio e poi misteriosamente sparita: “Ovunque tu sia, qualcosa ti lenisca” (dove il potere lenitivo e solidale è tutto della parola, anche solo pensata).
Come si legge nel testo introduttivo di Ficara alla nuova edizione dell’opera: “questo romanzo ‘lirico’ è innanzitutto un libro di universale pietà, non cristiana ma umana e razionalistica, verso tutti i simili, sconosciuti e vicini, incomprensibili e amabili come fratelli. Curdi, prostitute, vecchi fuggitivi...”. Oltre ai migranti circondano Leonardo altri personaggi che hanno eletto il confine italo-francese a proprio “regno” e con cui il protagonista condivide la sua solitudine: la bella e malinconica Veronique, il maturo professore Alain, il pittore Eugenio (omaggio di Biamonti all’amico Morlotti), l’anziano Albert Corbières tornato alla fine dei suoi giorni nella località in cui, nel 1945, aveva partecipato al rattachement, la liberazione e occupazione da parte delle truppe francesi di alcuni territori italiani.
In un passo del romanzo, dopo avere ricordato anche altre drammatiche memorie del passato, come gli “ebrei in fuga, derubati e buttati in mare da un barcaiolo nel ’38 o nel ’39”, Leonardo commenta: “Sarebbe meglio non stare sui confini (...). O forse tutto il mondo è uguale”. I personaggi di Biamonti pensano dunque che non ci si possa salvare dalla condizione di abbandono esistenziale di cui fanno esperienza quotidiana in quella terra di confine dove ogni confronto tra sé e il mondo è più bruciante che altrove. Leonardo accoglie con scetticismo anche l’osservazione di un’amica che sembra eleggere quelle località a piccolo “regno” di un “esilio” volontario: “Soltanto la quiete dei paesi ci difende dai deliri”. Il fatto è che, come scriveva Camus, bisogna vivere un esilio per approdare a un regno ma il silenzio della natura e la crudeltà della storia non possono lasciare incolumi. Perciò, Leonardo che è l’ultimo figlio di una civiltà contadina e pastorale entrata in una crisi da cui non si vede uscita “si aggrappa a ciò che è fermo”, alla sua terra, e quando Alain gli chiede “Che cosa resta a un contadino sconfitto?” la risposta e il dialogo si svolgono come segue: “- C’è una promessa d’immortalità per l’uomo amalgamato al suolo: non che una parte di lui non torni affatto alla terra, ma che non ne sia mai veramente uscito.- Ma che risposta è?- Ti ho risposto come potevo”.
In questo scambio di battute (non privo di un lieve umorismo) si trova un compendio della poetica di Biamonti, della sua ricerca di una parola essenziale in grado di enunciare il legame profondo con una terra che si presenta come l’unico regno cui l’uomo possa ambire. Nei dialoghi dei suoi personaggi, solitari e solidari, l’espressione di tali concetti ritma la narrazione aprendo squarci lirici che rimandano ai poeti che per primi si confrontarono col paesaggio ligure, come il Montale di cui Calvino scrisse in un testo raccolto in Una pietra sopra: “il suo universo pietroso, secco, glaciale, negativo, senza illusioni, è stato per noi l’unica vera terra solida in cui potevamo affondare le radici”.
 
Claudio Panella
 

Recensioni dei clienti

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    cesare

    14/06/2014 15.47.55

    descritto come un quadro di Ennio Morlotti, le rocce senza luce, immobile, crude, pericolose, aride s struggente, la sua umanità è già morta, ma loro continuano a vivere. Non è il mio genere. Manca molto.

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    francesco

    15/03/2011 20.10.51

    Non all'altezza di "Vento largo". Comunque un grandissimo romanzo. Ad avercene di autori così. LA sua lingua evocativa è qualcosa di unico nel panorama italiano

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