Passa la bellezza

Antonio Pascale

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2005
In commercio dal: 1 marzo 2005
Pagine: 211 p., Brossura
  • EAN: 9788806163594
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Recensioni dei clienti

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    Fabio

    29/10/2007 16:14:15

    Quarant'anni che leggo libri, eppure proprio non riesco a comprendere in cosa consista la genialità di Pascale (ma non solo la sua). Certo, leggerlo è stato piacevole, il libro scorre e ognuno dei personaggi ha i propri "tic" - verbali, comportamentali e quant'altro - e se questo vuol dire essere ben delineato, bene, diciamo pure che i personaggi sono ben delineati. Ho perfino notato gli influssi di un certo De Lillo (ma quando la smetteremo di fare il verso a qualcuno?)e i pruriti hanno ricordato anche a me l'ultimo episodio di "Caro Diario". Tuttavia... Tuttavia, qualcuno che non ha niente di meglio da fare, sa spiegarmi in cosa consista 'sta genialità di Antonio Pascale? Lascio visibile il mio indirizzo e-mail. Grazie.

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    giovanna del vecchio

    20/06/2006 17:40:18

    mi piace molto la suggestione che crea il libro ed anche la sensazione strana che mi è rimasta addosso. baci antonio e vai così!!!!!!!!!!!

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    Luca Martini

    28/05/2006 16:53:24

    Un brutto passo indietro di Pascale, che firma un romanzo senza capo nè coda, mortalmente noioso, scritto maluccio e poco interessante. Troppo cerebrale e ruffianamente colto, che cerca di introdurre l'aspetto sociale in tutto. Il risultato è un romanzo non romanzo, che fallisce il suo scopo dichiarato. Peccato davvero, i suoi racconti del libro "La manutenzione degli affetti" erano esemplari, e anche se si capisce che Pascale sa scrivere, non ci siamo proprio per citare una frase del libro.....La bellezza sarà anche passata, ma non di qui...

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    rinuccio

    18/04/2006 21:47:34

    Il libro non ha trama! I personaggi incontrati sono inconsistenti; S va avanti nella lettura sperando in una evoluzione della trama o confidando in una sorpresa all'ultimo minuto... ma ahimè....nulla succede!!!!

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    ant

    19/11/2005 16:16:46

    Si vede che la penna di Pascale trasuda di "liricità", il guaio è che spesso se ne va per sentieri e discorsi troppo articolati, dovrebbe essere come una cosa che a lui piace tanto(parole dell'autore eh!): essenziale come la pasta e patate!

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    NonSonoAmicoDiPascale

    04/11/2005 23:22:27

    ... in Italia quando non scrivi da "manuale" e pubblichi qualcosa ti devi sorbire sempre le solite litanie dei professorini e esperti del "romanzo": tenetevi le catene di montaggio e i suoi prodotti. Tenetevi Umberto Eco, voi, che noi ci mettiamo un poco più in là... anzi di qua.

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    sostieneoz

    13/10/2005 19:00:33

    Il libro è molto bello. Leggo che non avrebbe un plot. Niente di più bello,quindi. I personaggi sono azzeccatissimi e carichi di poesia. Pascale scrive davvero bene, e la sua scrittura possiede il dono dell'ironia. un libro poco italiano. da leggere.

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    michele paparella

    23/09/2005 11:39:33

    Sono librario, lettore e amico di Antonio Pascale. Passa la bellezza l'ho letto come se mi avvicinassi ad un romanzo che di fatto non lo è. Ad Antonio ho espresso il mio parere personalmente e gli ho anche detto che resta un signor raccontatore.

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    Marco Tallerand

    16/09/2005 12:55:50

    Per carità, Anna teresa damiano, chiunque tu sia, ognuno ha i suoi gusti. Però esistono dei valori oggettivi che non si possono trascurare. Questo libro di Pascale non ha un centro, i personaggi non esistono, la storia non arriva mai da nessuna parte. Insomma, non c'è romanzo e questo si capisce dopo una dozzina di pagine. Anche se si è amici dell'autore, bisognerebbe essere sinceri per non indurre in errore un ignaro lettore di questi commenti e magari indurlo a comprare un libro come questo (che per fortuna non vende).

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    Anna teresa damiano

    15/09/2005 11:54:23

    Ottimo narratore, invece, ottimo osservatore delle cose...Nessun irritante conformismo nello sguardo, nel linguaggio,nel racconto. Grande, vera sensibilita'ai luoghi, alla loro evoluzione, in fondo e' li' che si focalizza tutto.Le persone apparentemente protagoniste e centrali sono 'incidenti' o pretesti. Bravo, antonio pascale, anche stavolta ...

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    LO PRETE

    12/09/2005 11:45:29

    PASCALE è UN MEDIOCRE NARRATORE. QUESTO LIBRO LO DIMOSTRA, MA LO DIMOSTRANO ANCHE I SUOI BRUTTI REPORTAGE-RACCONTI SULLA CRONACA DI ROMA DI REPUBBLICA. ALLA LARGA!

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    magdalena

    11/07/2005 11:25:41

    da leggere assolutamente. imprescindibile. e via di ridondanze.

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    arianna

    23/06/2005 14:32:55

    Un romanzo che mette a nudo le debolezze dei maschi e di una nazione femmina. Altro che...

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    andrea

    13/06/2005 11:02:58

    passa le bellezza? sarà anche passata ma senza lasciare la minima traccia nel libro che è scritto con una lingua ancora più degradata della realtà che vorrebbe descrivere. terribili le scene erotiche: "era molto bello scopare in piedi, davanti alla finestra. il tanga le stava molto bene" sic! terribile la moglie che parla poco ma ha sempre in bocca la famosa parola di quattro lettere. terribile il filosofare di questo perito scrittore. per poco in finale al campiello! al peggio non c'è fine.

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    markus

    20/05/2005 17:22:46

    pascale è un poveraccio. ha fregato tutti (da furbo napoletano) con la storia dei reportage, in realtà non ha neanche il minimo dono di scrittore.

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    Dora Cinà

    14/04/2005 15:36:47

    Un uomo, una donna, un'altra, altri uomini e altri ancora. Il mondo. C'è un uomo però che in particolare s'interroga di pari passo al territorio che per mestiere è obbligato ad osservare attentamente in una costante valutazione che mette in gioco regole ed evasioni, Stato e individui, denaro pubblico e fatiche private, interno ed esterno. Ma al contempo il gioco del guardare senza illusioni le piccole e grandi malefatte nella geografia della propria terra si insinua come un virus dentro il corpo stesso di Postiglione. E così lentamente il dolore si trasforma: l'estetica trafitta del paesaggio si sposta nel corpo,si esprime nella malattia e nell'abisso di una presunta incurabilità.Come il male d'amore. Ineffabile, indescrivibile, inafferrabile. Ma l'amore che anima i due mondi è lo stesso, dovrebbe essere lo stesso, la bellezza, l'armonia che colpisce con la sua furia brutale, come una frusta sugli occhi che fa male ed eccita allo stesso tempo, è quella che dovremmo saper trattenere dentro di noi, come una carezza o uno sguardo, un temporale o un crepuscolo, con accurata e tenera premura. Senza rinuncie. O con le rinuncie. Tuttavia almeno tentare. Tentare di vedere le cose fino in fondo e di raccontarle a sé stessi e agli altri, perché tutti siamo dentro questa corrente: nuotiamo dal basso verso l'alto, da destra a sinistra, e viceversa, sempre. La differenza sta nella postura e quindi nello sguardo. Il disincanto così può cedere il posto ad una mestizia ottimista, l'amore tra due persone può finire o ricominciare, un'ingiustizia trasformarsi in un monito produttivo, un bambino distratto insegnare a vivere e a rivivere di piccoli palpiti, il ricordo di una madre che lava far rivedere una posizione e riscattare il passato emotivo di una famiglia.

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    Tonino Scalzi

    07/04/2005 11:09:05

    Il più brutto libro dell'anno...

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    la volpe rossa

    04/04/2005 12:54:16

    Mi sta benissimo l'autobiografismo, ma bisogna comunque "inventarsi" qualcosa (un plot) che faccia decollare il romanzo. Altrimenti della vita di pascale (e di chiunque altro) non ce ne può fregare di meno...

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    Manuela

    20/03/2005 17:05:55

    Non mi è piaciuto questo libro che ritengo fallito proprio nel suo scopo. Tutto quello che vuole raccontare diventa occasione incontrollata di una scrittura senza spontaneità e vita. Molti pretesti che non collimano con una finzione riuscita.

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    leonardo marrazzini

    18/03/2005 20:20:52

    Ma la "fabula" qual è? Per scrivere un romanzo ci vuole una storia e qui non ce n'è. che palle!

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Ma cosa sta succedendo alla nuova narrativa italiana? C'è grossa crisi, come diceva Guzzanti in un tormentone di qualche anno fa. Una crisi di plot, sicuramente, perché l'intreccio scompare, ma, in corrispondenza, una crisi di valori e di senso sociale, economica, lavorativa, sentimentale, paesaggistica.
Ed è questa crisi che alimenta il dibattito giornalistico sulla realtà (meglio: la contemporaneità) che dovrebbero raccontare gli scrittori. Troppa realtà sommersa, dice ad esempio Aldo Nove parlando del precariato, non si può più scrivere fiction, bisogna riportare. E intanto, però, il lavoro dello scrittore, piaccia o meno, è, da che mondo è mondo, inventare. E l'invenzione parte, banalmente, sempre dalla realtà e dalla biografia anche se, alla fine, richiede uno scarto, un salto, una fatica che non sempre chi oggi scrive ha voglia di fare, a costo di disegnare un perimetro troppo ristretto attorno alla letteratura.
L'ultimo libro di Antonio Pascale, Passa la bellezza , affronta un bel po' di problemi e ossessioni della contemporaneità restando a cavallo fra reportage e invenzione romanzesca: Vincenzo Postiglione ha trentotto anni, è un agronomo, per conto del ministero vaga per la provincia meridionale italiana; ha una moglie, Piera, che fa la postulatrice di santi, si occupa cioè della raccolta di informazioni necessarie al processo di santificazione, per esempio, di Madre Teresa di Calcutta o di Padre Pio; ha un figlio, Alfredo, che s'incanta a guardare il movimento delle foglie. Ma, soprattutto, Vincenzo ha una visione morale, quasi moralista, della realtà che lo circonda, su cui s'interroga ferocemente, mai soddisfatto, sempre critico. E la sua ansia di realtà lo porta, poiché è anche scrittore, a farsi assumere per raccogliere uva biologica nell'azienda di un amico allo scopo di trarne un reportage (il genere vincente della nuova narrativa italiana).
Solo che quest'avventura fra i raccoglitori rumeni gli costa una malattia della pelle che nessun medico riesce a risolvere (benché Vincenzo sia uno che crede nella scienza e non nella fantascienza e spesso liquida molte cose, dalle creme femminili alla new age , come fantascienza). La malattia della pelle su cui Vincenzo sparge consistenti quantità di cortisone (ricorda piuttosto da vicino l'episodio conclusivo di Caro diario di Moretti) è la malattia del paesaggio italiano, della provincia casertana, del centro di Roma e delle periferie urbane. È forse una dilagante malattia del pensiero che cerca soluzione in una disciplina razionale che, ahimè, non fornisce risposte. E neanche serve la teoria dello "sguardo tragico", che uno psicoanalista ha suggerito a Vincenzo una volta entrato in crisi (anticipata) di mezz'età: invece di contare le minestrine e i bagni di mare che a Vincenzo mancano per farsi la cartella, cioè per morire (così Vincenzo calcola gli anni che gli restano), lo psicoanalista gli ha detto di guardare alla vita con senso tragico e dunque con il coraggio di godersi quel che c'è. Vincenzo però non se la gode perché s'indigna, perché il rapporto con suo padre è irrisolto, perché c'è troppa malattia di trasformazione dentro e attorno a lui. Capisce, sì, che il corpo reagisce a ciò che la mente non sa esprimere (e qui gli sarebbe stata proprio d'aiuto un po' di quella new age che non conosce e giudica fantascienza, magari un po' di bioenergetica), ma non trova alcuna soluzione.
L'unica soluzione gliela fornisce la vita, mostrandogli quella bellezza di cui parla il titolo, tratta da una poesia di Sandro Penna, che passa per lui "in bicicletta" sotto forma di avventura extraconiugale: insomma, Vincenzo, nonostante tutto il suo rigore morale, fa parte irrimediabilmente di quel ceto medio, che Pascale stigmatizzava in un racconto del suo precedente La manutenzione degli affetti , persino nella più classica e banale delle soluzioni sentimental-borghesi. E così anche il salvataggio (questo sì da fiction pura, quasi da far west) di una bimba rom ammalata effettuato con il padre di Vincenzo a bordo di un'auto guidata dal nemico giurato Peppe 'o yò yò, serve a vedere di nuovo la realtà, il senso della vita che si rischiava di perdere. E infatti, qualcuno rimprovera a Vincenzo: "Ma è quest'atteggiamento che ti fotte. Hai capito? La razionalità, questa tua idea di rapporto civile e maturo che tiene a bada la sofferenza. Essere sempre preventivi. Ma è tutto teorico. La teoria non impedisce ai fatti di accadere, lo sai o no?". In fondo, al di là di qualsiasi pensiero critico, la cosa più difficile nella vita è accettarsi per quel che siamo, comunque noi siamo.
Ci sono pagine bellissime in questo libro, anche se la trama è episodica e decolla verso un finale troppo facile. Pascale ha stile, ma ha soprattutto un pensiero e questo si apprezza nonostante il pensiero scavalchi l'azione. Dopo La città distratta , reportage sentimentale su Caserta, e La manutenzione degli affetti , raccolta di racconti densa e fortunata (molti i premi letterari vinti), Passa la bellezza è un libro di guarigione e ripensamento, un consuntivo di quanto detto, pensato e recitato dall'autore (molti episodi di questo libro a chi ha seguito Pascale in conferenze pubbliche e lezioni risulteranno noti perché raccontati dall'autore stesso).

Antonella Cilento