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Editore: Liguori
Collana: Anthropos
Anno edizione: 1993
Tipo: Libro universitario
Pagine: 172 p.
  • EAN: 9788820723057

recensione di Bignami, G., L'Indice 1995, n. 1

Questa raccolta di saggi per lo più brevi, derivati dalle relazioni a un convegno del 1992, non intende sostituirsi all'ampia letteratura sul disagio psichico degli emigrati, n‚ tanto meno sunteggiarla a mo' di "bignamino" (si perdoni il termine). La raccolta realizza piuttosto una sorta di guida tematica attraverso i vari aspetti del problema, procedendo a raccordi e confronti che possono servire non solo per l'ulteriore discussione tra gli esperti, ma anche come filo conduttore per un non addetto ai lavori che voglia poi procedere a più sistematiche letture.
Un primo aspetto è quello che riguarda da un lato il censimento e l'analisi (soprattutto sotto il profilo epidemiologico e quello sociologico) di fenomeni in continua variazione, dall'altro le prassi di sostegno e cura a fronte di esigenze assai diverse da quelle per le quali si sono sviluppati i vari tipi di presidi socio-sanitari (laddove ci sono e laddove minimamente funzionano). Nel saggio di Massimo Cuzzolaro, per esempio, si trova un efficace rendiconto del lavoro svolto per diversi anni dal gruppo dell'Istituto di igiene mentale dell'Università di Roma con il Centro stranieri della Caritas diocesana romana, mentre il saggio di Angelo Barbato tratta in maniera ancora preliminare il lavoro di rilevamento fatto in una zona di Milano in un contesto di assistenza.
Il saggio di Cuzzolaro, in particolare, documenta la straordinaria importanza delle reti di sostegno non istituzionali nel caso di soggetti fortemente ostacolati nell'accesso ai sevizi istituzionalizzati, sia perché spesso in condizioni di illegalità, sia per motivi di carattere culturale. Qui chiaramente emergono gravi dilemmi che non consentono un'ottimizzazione dell'intervento: da un lato, per esempio, i servizi separati per gli immigrati sono inevitabilmente discriminanti e segreganti, dall'altro quelli comuni difficilmente possono evitare la prevaricazione di un'assimilazione culturale più o meno forzosa. Un tale problema ha radici profonde nella parte maggiore e sommersa di quell'iceberg la cui punta è rappresentata dalle manifestazioni psicopatologiche: come è evidente quando Roberto Beneduce riferisce la domanda che gli rivolge una donna zairese dopo aver ritrovato un pur faticoso equilibrio: "Dottore, potreste aiutarmi a dimenticarlo [il mio paese, il mio passato]?"
L'estrema varietà di questo campo è ulteriormente illustrata dal saggio del co-curatore Pompeo Martelli, dedicato alla specificità dei problemi dei rifugiati, una categoria all'interno della quale sempre più si registrano condizioni tra loro assai diverse. Non è la stessa cosa, per esempio, fuggire dalla ex Jugoslavia o fuggire dai territori del Nord-est del Brasile per la siccità, l'impoverimento della terra, la spietatezza di padroni e autorità; ne molti sembrano rendersi conto delle dimensioni di questa "migrazione ecologica" (nel caso appena citato, il 20 per cento circa di una popolazione di 43 milioni), la quale non si presta come quella bellico-politica allo sfruttamento spettacolare da parte dei mass media e alle speculazioni ideologiche per uso casalingo, soprattutto dopo la dissoluzione dei regimi dell'Est europeo.
Diversi saggi, a partire da quello della co-curatrice Virginia De Micco, mirano a una definizione critica dei problemi attuali percorrendo la storia del modo in cui detti problemi sono stati percepiti e affrontati nei diversi contesti e nei successivi periodi. La nostalgia, per esempio - nel senso di nostalgia-malattia, 'Heimweh' ("dolore della terra natia") - come è precisato da Delia Frigessi, nasce in quanto oggetto di studio assai prima di diventare cavallo di battaglia dei romantici e poi argomento di innumerevoli dissertazioni e memorie nel Settecento e ancor più nell'Ottocento. (Per una trattazione approfondita di questo argomento, si veda l'opera della stessa Frigessi e di Michele Risso, "A mezza parete. Nostalgia, emigrazione, malattia mentale", Einaudi, 1982). Poi la palle passa agli psichiatri di orientamento più o meno esplicitamente biodeterministico, i quali danno alla psicopatologia dell'immigrato un'impronta costituzionalistica, appiattendo la "complessità dei rapporti tra manifestazioni psicopatologiche e aspetti culturali per andare alla ricerca di invarianti naturali, piuttosto che di variabili socioculturali" (De Micco).
Le specificità dei soggetti debbono quindi cedere il passo a categorie morbose, astoriche e reificanti (a parte la loro intrinseca arbitrarietà); i falsi dilemmi occupano una parte sempre più vasta della scena, come quello che contrappone il disadattamento deviante (il più possibile ridotto a modelli e cause "naturali") come causa di emigrazione e lo stress dell'emigrazione come concausa (o come causa prossima) di una rottura di equilibri che comunque ha come causa principale e remota la costituzione dell'individuo. D'altra parte come fa notare Tobie Nathan, un tale approccio ha bisogno dell'astrazione di un "sospetto universale" il quale esiste indipendentemente dal suo universo culturale, mentre la cultura volta per volta acquisita diventa un semplice rivestimento o ornamento: e quindi - si può aggiungere - l'ancella cultura serve egregiamente a spiegare la varietà delle espressioni sintomatiche di ''malattie'' che tuttavia sono riconducibili a una ferrea logica categoriale.
In tempi più recenti lo scenario seguita a modificarsi a ritmo sempre più sostenuto, sia pure con alterne vicende. In particolare, la presa di distanza, sul piano sia conoscitivo che applicativo, dai modelli costituzionalisti fa solo una precaria tappa presso i modelli sociogenetisti intesi nel senso più stretto del termine. Una serie di lavori classici, tra i quali a distanza di tempo ancora primeggia il "Verhexungswahn* ("delirio di affatturazione") del 1964 di Michele Risso e Wolfgang Böker (in traduzione italiana: "Sortilegio e delirio", Liguori, 1992, v. "L'indice", n. 9, 1992) mostra infatti l'importanza di una ricerca dei significati profondi dell'esperienza dell'emigrazione in quanto obiettivo primario, in quanto 'conditio sine qua non' per comprendere i fenomeni psicopatologici e per tentare di curarli.
Questo messaggio, pur con le notevoli differenze di posizione - è ovvio, per esempio, che non vi è unanimità (n‚ dentro n‚ fuori la rosa degli autori di questa raccolta) riguardo agli impieghi conoscitivi e terapeutici degli strumenti psicoanalitici - attraversa buona parte del libro, esplicitandosi in forme tra loro complementari che servono a renderlo più ricco e più chiaro. Frigessi, per esempio, ricorda quanto affermato nel libro sopracitato, scritto nel 1982 con Michele Risso: "questo particolare tipo di indagine psicopatologica dell'emigrazione vorrebbe piuttosto capire che cosa accade nella mente di chi emigra e non si ammala".
Mariella Pandolfi insiste sulla centralità dell'esperienza corporea (nel senso indicato da Vernant: "il corpo, messa da parte la sua veste 'naturale' diventa soprattutto una categoria storica e problematica intrisa di immaginario"); discute la trasformazione kleiniana dell'etnopsichiatria in un'etnografia dell'esperienza come "luogo dove le costruzioni interpretative mediche, psichiatriche e antropologiche recuperino il senso globale dell'umano"; sottolinea la definizione di Ben Jelloun secondo la quale "ogni processo migrativo fissa nell'individuo ferite il cui territorio è la storia che vacilla e che rimangono nell'essere aggredito, inquinano la sua memoria, intaccano il suo destino, poi, quando si pensa che siano cicatrizzate, appariranno sotto altre forme, con un'altra violenza meno apparente, confusa, sorda, inscritta soprattutto nel corpo".
Beneduce, spiegando come le ordalie che deve affrontare l'immigrato siano tragicamente determinanti per il suo stato di salute, fa notare che nella connessione migrazione-disturbo mentale il primo termine non può essere ridotto a categoria psicopatologica ed eziopatogenica, per di più universale e immobile nel tempo: "La pratica clinica mostra al contrario la necessità di riconoscere come implicate nella sofferenza dei nostri pazienti le caratteristiche e le conseguenze dell'evento migrazione più che il costo psicologico intrinseco di quest'ultima...". Salvatore Inglese, riferendosi a un mondo delle origini impregnato di "terrori apocalittici e di speranze palingenetiche" (il riferimento è alla comunità di ventimila residenti di una cittadina arroccata nell'interno della Calabria, San Giovanni in Fiore), definisce la peculiarità dell'esperienza migratoria che si riflette in specifiche manifestazioni del disequilibrio psichico.
Rispetto alle varie e successive versioni dei modelli precedenti, insomma le parti sostanzialmente si rovesciano sia nel loro ordine logico che nel loro ordine di valori euristici e applicativi. Da un lato, come sottolinea Inglese, l'aspetto più importante della malattia è quello del suo ruolo di meccanismo nel processo di espulsione sociale dell'emigrato che ha difficoltà di adattamento. Dall'altro, come chiarisce Beneduce, non è più accettabile una categoria dell'emigrazione costruita in modo da conferire ai soggetti un'identità artificiale che cancella quelle reali, le uniche che veramente contino. In un tale contesto potrebbe apparire per certi versi "spiazzata" la severa critica del relativismo culturale nel saggio di Alessandra Ciattini: ma come rapida sintesi metodologica e teorica, come propedeutica sull'argomento per il non addetto ai lavori, come avvertimento contro le molte mistificazioni che si trovano in questo campo, il saggio si rivela di grande utilità nell'economia generale della raccolta.
Da tutto ciò risulta assai ovvio che occuparsi di emigrazione e di emigrati - prima ancora che di psicopatologia degli emigrati - sempre più assomiglia al difficile esercizio di camminare sulle uova. Se ciò è sin troppo logico - per ogni questione complessa vi è sempre una risposta semplice ed è sempre sbagliata, come recita una legge troppo spesso trascurata - e se il lavoro conoscitivo deve procedere secondo i propri ritmi e i propri tempi, nel contempo cresce la preoccupazione per gli sviluppi dell'immediato futuro. Sotto questo profilo l'Italia appare come uno dei laboratori più difficili, considerata anche la riduzione senza precedenti - sia per entità che per rapidità - del tasso riproduttivo della popolazione residente. Tale riduzione, infatti, alimenta da un lato un immaginario collettivo di carattere persecutorio, basato sul timore di un'imminente espropriazione, e dall'altro le illusioni di quei "dannati della terra" che non a caso, a mano a mano che si accentuano le chiusure di altri paesi, premono sempre di più sull'Italia.
Il problema, insomma, deve subito uscire - e il più possibile clamorosamente - dal giro degli addetti ai lavori, studiosi o samaritani che siano, dalle dinamiche parcellizzate in cui si confrontano volta per volta l'imprenditore e i suoi schiavi, la piccola borghese e la sua colf, l'automobilista e il lavavetri, il naziskin e il poliziotto ora connivente ora severo di fronte alle sue prodezze di emarginato bianco contro l'emarginato di colore. È infatti un problema di tutti, indivisibile e recalcitrante a ogni soluzione tattica, che esige lo sviluppo di una grande capacità culturale e politica, una disponibilità notevole a sperimentare e quindi ad agire senza schemi predeterminati. La comunità multietnica, che piaccia o dispiaccia, è oramai una realtà irreversibile, quindi ognuno faccia i conti con i rischi che comporterebbero ulteriori errori: da un lato, le discriminazioni sempre più pesanti e incivili nel lavoro e altrove, la chiusura nei ghetti in stile americano, gestibili solo 'manu militari'; dall'altro, le assimilazioni artificiose, foriere dei disastri che inevitabilmente seguono ogni perdita di identità dei gruppi umani e dei singoli soggetti.
Un cambio di rotta necessariamente radicale, oltre che ampiamente partecipato, è quindi urgente, in un paese come il nostro, che non ha vissuto, se non su scala assai ridotta, la preziosa esperienza storica dei convitti e degli accomodamenti tra le diverse fedi religiose (l'inquietante Germania almeno questa prova l'ha fatta); in un paese che tra gli ultimi si è data una parvenza di unità ogni giorno rimessa in discussione; in un paese che dopo esser stato terra di emigranti e poi teatro di grandi migrazioni interne, solo tardivamente ha iniziato a veder arrivare in massa i veri "diversi", senza una precedente esperienza come quella del grande calderone americano, dove tra gli infiniti guai restano vive e vegete le molte identità etniche, o come quella dei paesi importatori di forza lavoro e di miseria dai vasti possedimenti coloniali; infine in un paese che vive oggi l'alba epilettica di una seconda Repubblica nata dal fallimento generale sia delle forze tradizionalmente egemoni, sia di quelle dello schieramento di sinistra.
Occorre, insomma, un miracolo, un grande miracolo che a molti torna comodo dichiarare impossibile per seguitare a negare l'eguaglianza dei bisogni, la parità dei diritti, l'esigenza di ogni uomo e di ogni donna di conservare e affermare la propria identità. E non è l'ultimo dei pregi di questa raccolta quello di suscitare nel lettore una cauta fiducia, promuovendo la consapevolezza che il problema dell'emigrazione non è solo un problema di quote e di welfare, di divisione del lavoro e di ordine pubblico, ma un problema sul quale si giuoca il destino di tutti nel terzo millennio della nostra era.