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Patrimonio. Una storia vera - Philip Roth - copertina

Patrimonio. Una storia vera

Philip Roth

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Traduttore: Vincenzo Mantovani
Editore: Einaudi
Collana: Super ET
Anno edizione: 2013
Formato: Tascabile
In commercio dal: 8 ottobre 2013
Pagine: 187 p., Brossura
  • EAN: 9788806218010
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Patrimonio. Una storia vera

Philip Roth

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Il libro, come recita il sottotitolo, è una storia vera. Protagonista è Hermann Roth, il padre di Philip. Hermann è un vedovo di ottantasei anni, agente di assicurazioni in pensione, conosciuto un tempo per il suo genio, la sua forza e il suo fascino, che ora lotta contro un tumore al cervello. Colmo di amore e attenzioni, di ansia e terrore, Philip accompagna il padre in ogni momento di questa enorme esperienza, lungo il calvario di una dilatata agonia. Il figlio condivide l'umore e le miserie che il malato è costretto a subire: consulti medici, l'orrore del decadimento fisico, l'attesa inumana della separazione finale. Gli episodi memorabili si accumulano: il figlio che paragona la fredda tomografia del padre al calore della propria biografia; il confronto del suo lascito patrimoniale con quello di un taxista psicopatico; ma anche il concerto di musica da camera suonato dagli amici per Hermann; o Philip che telefona a Joanna, una compagna d'università, per calmare le proprie angosce.
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    Sandro

    25/04/2021 07:15:04

    Pagine dolorose e pagine dove si ride a crepapelle, come quelle che Roth dedica all'incontro con il vecchio amico del padre, Walter. Da leggere assolutamente.

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    Gian Luca

    28/10/2020 09:32:34

    Che dire? Quando si ha di fronte un capolavoro, è sempre difficile utilizzare le parole giuste, senza essere ripetitivi o monotoni. Scrittura eccellente che fa emergere attimi di vita, della vita che ciascuno di noi prima o poi dovrà affrontare. Si sorride, si sospira, si piange, si ride. Questo è Roth. "Patrimonio" è stato il primo libro che ho letto di questo autore. Dopo questa lettura, Roth è diventato uno dei miei autori preferiti. Da leggere, senza "se" e senza "ma".

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    teo

    13/05/2020 00:43:35

    Patrimonio è un libro che si legge tutto d’un fiato. La semplicità con cui Roth narra gli ultimi anni di vita del padre, anni pieni di sofferenze fisiche e morali, tocca il cuore quasi a ogni pagina. Dalla scoperta del tumore di Herman al momento in cui è necessario accettare l’ineluttabilità della fine, il percorso emotivo di padre e figlio cresce e si rafforza, a volte vacilla in modo genuinamente umano, e poi si innalza di nuovo al puro e semplice amore filiale. Ci sono la tristezza, la paura, la speranza e la disillusione, e poi ancora la consapevolezza che la vita è questa, è una sola e, se è stata vissuta pienamente, con la dignità di Herman, non c’è niente da rimpiangere. Philip si riscopre figlio, forse nell’accezione più universale del termine, supera le distanze fisiche che lo separano dal padre e si avvicina a lui, riuscendo a comprenderlo, accettarlo e amarlo incondizionatamente.

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    Emilio Berra

    07/02/2020 13:28:14

    Dire troppo, in letteratura e nell'arte in generale, rappresenta un grosso limite. E' di gran lunga preferibile il troppo poco, che può invece aprire spiragli all'immaginazione, al fascino delle sfumature, alla ricchezza delle interpretazioni. Pur attestando il libro ad un discreto livello, penso che l'autore , nel voler 'dire tutto', corra il rischio di un relativo ingorgo. La narrazione della malattia estrema del padre e del rapporto col figlio scrittore fanno collocare il testo nel filone del romanzo autobiografico. A rimarcare tale aspetto, il sottotitolo "Una storia vera", benché si sappia che in letteratura 'tutto è vero e tutto è falso' .

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    Dario A.

    27/11/2019 02:03:15

    "Patrimonio" non è solo il racconto degli ultimi anni di vita di un padre, ma è anche un libro nato dal bisogno di un figlio di riappacificarsi con i demoni del proprio passato. Philip Roth racconta con parole semplici, eppure intrise di fuoco, il passaggio alla vera -e forse unica- "età adulta". La perdita di un genitore segna, in ognuno di noi uno spartiacque doloroso ma necessario per crescere guardando in faccia la nostra immagine e, allo stesso tempo, l'immagine di coloro che, nel bene e nel male, ci hanno dato la vita.

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    roquet

    24/09/2019 20:34:53

    Patrimonio è un libro che si legge tutto d’un fiato. La semplicità con cui Roth narra gli ultimi anni di vita del padre, anni pieni di sofferenze fisiche e morali, tocca il cuore quasi a ogni pagina. Dalla scoperta del tumore di Herman al momento in cui è necessario accettare l’ineluttabilità della fine, il percorso emotivo di padre e figlio cresce e si rafforza, a volte vacilla in modo genuinamente umano, e poi si innalza di nuovo al puro e semplice amore filiale. Ci sono la tristezza, la paura, la speranza e la disillusione, e poi ancora la consapevolezza che la vita è questa, è una sola e, se è stata vissuta pienamente, con la dignità di Herman, non c’è niente da rimpiangere. Philip si riscopre figlio, forse nell’accezione più universale del termine, supera le distanze fisiche che lo separano dal padre e si avvicina a lui, riuscendo a comprenderlo, accettarlo e amarlo incondizionatamente.

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    AdrianaT.

    25/12/2016 09:51:20

    Penso che ogni famiglia, anche la più 'normale', dovrebbe avere qualcuno che si prendesse la briga di narrarne la storia, di passarne la testimonianza. Perché rimanga a quelli che vengono dopo, per non perderne le origini, le facce, le storie, le vite e le morti - "Se un uomo non è fatto di ricordi, è fatto di niente." Chiedere alle madri e ai padri, finché ci sono, dei nonni e dei bisnonni e ancora più indietro nella nebbia del tempo, perché è da lì che noi veniamo ed è un sentiero che, ad un certo punto della vita, abbiamo bisogno di conoscere e talvolta di lasciare.

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    Cristiano Cant

    12/09/2016 09:56:52

    Un Padre, una nave. E tutti i giorni a ricordarlo identici a un'ancora che fissa il passato, i momenti, e li riavvolge, li riscopre, li canta, nelle adorate pagine di un figlio. Un libro che è un'elegia superlativa, un ultimo e primo abbraccio rinnovati ad ogni rigo, memoria e presente, clinica e risata, inquietudine, ripensamento, tremore, insonnia, i tanti soffocanti e labirintici circuiti di uno stato d'animo perso fra un attendere che può preludere a un peggio e un agire che, in ogni caso, non rimanderà di molto un addio.Confessione stremante, merda sparsa in ogni fessura del bagno nei commossi cedimenti del corpo paterno e umiltà di figlio a ripulirne ogni filo, nel perdono, nell'amore, in quella clemenza che scusa qualsiasi gesto. Due uomini nudi nel loro legame interiore, come in un resoconto di decenni che finisce per essere il poetico tratteggio del bene senza tempo:"Pensavo alla primitiva orda dei figli che,come Freud amava congetturare,sono capaci di annullare il padre con la forza. Io appartengo all'orda che non sa muovere un dito..Quando devastiamo,quando cancelliamo,non è con scariche di pugni o spietate macchinazioni o violenze folli e incontrollate,ma con le parole,col cervello,con le capacità mentali,con tutta la roba che ha prodotto l'abisso struggente fra i nostri padri e noi,e che essi stessi si sono rotti la schiena per darci.Nell'incoraggiarci ad essere così in gamba, non sapevano che stavano fornendoci gli strumenti per lasciarci isolati e a bocca aperta davanti a tutte le nostre furenti insulsaggini".Quasi a sottolineare l'impotenza e insieme la necessità di scriverne, ecco un duello fra il legare tutto in una fedelissima vivezza e una specie di rassegnazione alla partenza. Ebraismo e comicità insieme nelle parole del padre:"Dottore, ho un mucchio di gente che mi aspetta dall'altra parte". Racconto magnifico,sincero all'osso,una passeggiata fra un "clown con la dentiera malferma" e un figlio ammonito a non dimenticare nulla.Indimenticabile.

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    Wolf

    05/01/2016 16:39:08

    In questo romanzo autobiografico, Roth racconta la lotta del padre contro un tumore al cervello che segnerà la sua fine. In questo percorso emerge la figura di Hermann Roth, un uomo determinato e testardo che farà di tutto per sopravvivere e quella di un figlio, Philip Roth che affronta il dolore senza nascondersi. Patrimonio tocca le corde delle emozioni. Un libro consigliatissimo e indimenticabile.

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    Lee66

    13/05/2015 23:38:43

    Inizio citando l'ultima frase del libro: "Non devi dimenticare nulla". Questa credo sia la frase che racchiude e illustra tutto il romanzo che di fatto è una dichiarazione di affetto nei confronti del padre dell'autore. Un racconto personale di Roth che anche questa volta non delude. Un atto d'amore nei confronti di un genitore.

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    Raffaele

    05/02/2015 12:55:56

    Un romanzo che arriva al cuore, scritto allo stesso tempo in modo pragmatico e sentimentale, la vita e la personalità del padre, amato e odiato, raccontata con semplicità, mai retorica. Roth sempre più grande.

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    Giuseppe Russo

    31/03/2014 17:06:22

    Questo è forse il libro più intimo mai scritto da Philip Roth, sia per l'argomento che per l'intensità del fattore autobiografico. Se fosse vera anche solo la metà degli avvenimenti qui descritti, anche in questo caso sarebbe il suo libro più intimo. Per molti versi, questa è la sua «Lettera al padre» ma anche la sua liberazione dal padre, figura che mai nei lavori precedenti aveva assunto forme così solenni e allo stesso tempo umane, così epiche (in alcuni episodi la coppia Philip/Hermann aggiorna la lezione di quella Enea/Anchise) e così pietose. Quest'uomo che ha saputo essere sempre autorevole senza necessariamente essere autoritario aveva, secondo l'autore, concepito la propria vita sul seguente assunto: «Non devi dimenticare nulla (...) Essere vivi, per lui, è essere fatti di ricordi. Per lui, se un uomo non è fatto di ricordi, è fatto di niente» (cap. 4). Questo libro è la soluzione narrativa per conservare i ricordi del padre mentre il figlio gli dice addio.

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    maria

    11/11/2013 10:07:57

    meraviglioso vorrei dargli 10, 50, 100 ! tecnica perfetta che mette a confronto il padre ormai molto anziano a fronteggiare la morte con l'uomo coraggioso e pieno di vigore che aveva saputo affrontare l'America anche per la salvezza dei propri figli. Un padre solo apparentemente diventato figlio, in realtà sempre padre anche una volta scomparso.

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    gabril

    03/10/2012 17:43:00

    Una storia vera. Cioè lo stile di Roth applicato alla vita di Roth. Pagine di lucida intensità e di complessità limpida ed esemplare. Mi domando: come possa un figlio crescere e adoperarsi nell'amore, mite e compassionevole, per un padre-giudice; e me lo spiego soltanto in un modo: che l'inesausto esercizio letterario (con la necessità di scrivere romanzi e la costruzione di diversi alter-ego) abbia rappresentato (e realizzato) per lo scrittore Roth una vera catarsi. Proprio come la grande lezione della tragedia greca ha insegnato a fare.

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    Stefania

    17/04/2012 09:27:32

    Raramente ho letto un libro così pieno di amore (quello vero, non quello dei baci perugina), e così commovente. Questo libro è una storia d'amore, dell'amore tra un padre e un figlio. Scritto con sobrietà e maestria, con uno sguardo indulgente e pieno d'affetto, non scade mai nel patetico o nell'autocommiserazione. Bellissimo.

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    Nicola Intrevado

    16/02/2011 17:28:28

    Roth e' il piu' grande scrittore vivente.Tutta la complessa ed intricata dinamica degli affetti nella loro strategia,nella loro vile o gioiosa storia di trame che nutrono l' animo umano,si concretizzano nell'analisi,spietata,di questo suo libro.La tematica dell'ultimo Roth e' una continua contemplazione sulla morte,sul senso e tatto delle cose,sui bisogni,sui sogni sugli spazi,sull'effimero che perde di ogni fascino e sostanza e seduzione quando i tempi dell' uomo si chiudono alle speranze di nuove opportunita' a venire,quando eravamo impegnati nell'inserguirle per sedurle e renderci immortali.Gli Dei che diventano persone,stremati dalla fatica delle grandi imprese.I suoi temi i suoi tempi i suoi ritmi,invitano ad una riflessione continua,si impongono con forza,ad un' analisi che ci riporta alle origini dell'indagine sulle pulsioni,sull' inconscio,sul non detto perche':inconsapevolmente pensato e depositato tra le spire delle circonvoluzioni della mente,spazi ai quali nessuno e' riuscito a dare un nome.Roth impone riflessione senza riserve,detta itinerari precisi come una guida d'altri tempi al soldo della sola cultura del posto che si visita,richiama a valutazioni raffinatissime su tematiche del tutto ordinarie, in un continuo stupore della scoperta della quotidineita':in una sorta di readymade che ci riporta alle rivelazioni estetiche di Duchamp. Tutto si ritrova per essere ricondotto all' origine del fatto/evento di cui leggiamo.La Newark di un tempo che,al solo proposito di essere cosi' tanto ben narrata,da luogo comune,eccola diventare :mito.Archetipo di uno spazio nel quale ciascuno di noi a ha vissuto,patrimonio comune di ogni memoria che cosi',portato a compimento e componimento,si aggiunge come un vecchio elemento vestito con abiti nuovi,all'immaginario collettivo.Poiche' nessuno e' cosi' povero da non aver avuto un suo spazio,mistico e mitico,degli affetti nel quale e' cresciuto li' quando ci si credeva, e forse lo si era davvero,immortali.

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    Alce67

    23/12/2008 14:59:31

    Ritorno a Roth dopo un paio di anni di pausa; lo ritrovo in questo nuovo libro di 15 anni fa (pubblicato da Einaudi ora, ma uscito negli USA nel '91). Mi chiedo come mai sia restato lì così tanto tempo. In effetti la decisione di pubblicarlo quasi in contemporanea a Everyman sembra guidata dalla volontà di consegnarci un Roth che riflette sulla morte (in questo caso del padre). Ho trovato questo libro estremamente toccante. La prosa secca di Roth è estremamente efficace nel rendere l'orgoglio, la lotta e lo struggimento di lui (questa volta il libro è apertamente autobiografico) e di suo padre. Molto bello

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    Patroclo

    16/11/2008 00:28:26

    Einaudi "approffitta" delle tematiche dell´ultimo Roth, incentrate spesso su morte e disfacimento fisico, procede per analogia e ristampa un libro autobiografico del 91 evidentemente (a torto) considerato "minore". la qualitá della scrittura é quella a cui Roth ci ha abituati, rispetto ad esempio a Everyman cambia un pó la prospettiva, in questo libro lo scrittore é un 56enne che osserva da fuori la morte del padre, negli ultimi é un ultrasettantenne in cui evidentemente la paura della propria morte é subentrata con grande urgenza, questo fa sí che ad esempio Everyman abbia qualcosa di piú struggente di cui Patrimonio - pur come detto di grande livello - é privo. é valso comunque la pena, e con Roth é sempre cosí

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    lelia

    25/10/2008 17:44:50

    attraverso la descrizione di una realtà cruda che non lascia spazio alla speranza,perché già sappiamo quale sarà il finale,Roth trasmette sentimenti ed emozioni insiti in ognuno di noi.In questo è la bellezza del libro e la grandezza dello scrittore.

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    Max

    01/07/2008 17:28:33

    Tra i libri che amo. Perché mi ha insegnato ad amare anche chi non è stato.

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    stefania

    17/06/2008 16:35:56

    Libro stupendo, triste tanto da far ricordare lo stesso percorso vissuto vicino al proprio padre, le stesse paure, gli stessi pensieri. Da non perdere.

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    Flavia

    17/06/2008 12:56:01

    Se Roth fosse un musicista, avrebbe scritto un Requiem; invece è un grande scrittore e per la morte di suo padre, gigantesco protagonista, ha scritto questo splendido libro, grondante soprattutto di amore. I padre era sempre stato per lui un simbolo di forza, di solidità, pieno di gioia di vivere; ora lo vede, a 86 anni, progressivamente piegato dalla malattia e dalla consapevolezza di una morte che sa inevitabile ma che, come del resto tutti noi, non accetta fino in fondo. Potrebbe essere un libro triste, invece è soprattutto commovente: nel suo dolore per la malattia del padre, che segue e accompagna fino in fondo, Roth ne fa il ritratto senza tacere i difetti, ma accettandoli. Sa che suo padre ha vissuto la vita che desiderava, ha avuto due figli, ne ha fatto "dei buoni americani". Sa che non rimpiange nulla, e il meglio che possa fare, dopo tutto, è lasciarlo andare.

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    enzo1968

    11/04/2008 10:20:43

    Un libro pieno di dolore ma senza disperazione, il prendere atto che tutti siamo destinati a morire e la coscienza di questo rende meno drammatica anche la fine di un genitore. Un figlio che accompagna il padre fino alla soglia della morte e lo lascia andare dolcemente (evitandogli le pene dell'accanimento terapeutico). Un libro che ti lascia dentro una profonda malinconia e per questo bellissimo.

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    Massimo F.

    25/03/2008 18:15:05

    Un signor libro, non c’è che dire. Un immenso atto d’amore verso il proprio padre: dignitoso, lucido, durissimo (quanto, purtroppo, necessario). Alcuni passaggi da antologia. Un messaggio potentissimo, soprattutto alle giovani generazioni che oggi sono figli e domani saranno padri….

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    Raoul

    18/02/2008 11:55:28

    Bellissimo romanzo, commovente, a tratti ironico,profondo.La malattia del padre, il suo lento declino, negli ultimi anni della sua vita, vista dagli occhi di un figlio, che lo assiste fino all'ultimo. Mi ha lasciato qualcosa questo romanzo, come pochi altri.Consigliato a tutti. Mi sento di consigliare anche un altra lettura che affronta lo stesso tema, "l'isola" di Giani Stuparich, un racconto breve ma molto intenso.

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    ugo

    29/01/2008 11:42:44

    magnifico romanzo. roth racconta una storia bellissima e tristissima allo stesso tempo, e lo stile è quello giusto, asciutto e diretto, senza lirismi che, vista la tematica trattata, sarebbero stati fin troppo...ovvi. romanzo che mi sento di consigliare a tutti. un po' come "vedi alla voce amore" di grossman, ma questa è un'altra storia.

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    Gianfranco

    29/01/2008 08:13:52

    Bellissimo! Un grande Philip Roth

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    philo

    16/01/2008 11:13:28

    Roth racconta l'agonia del Padre. Fin qui, forse, un libro come altri. Ma non è così. Vi assicuro che è molto coinvolgente e triste. Il libro paradossalmente parla più della vita che della morte. Si il tema e lo spunto è la morte ma per tutto il libro si analizza la vita e il rapporto che ha avuto con il padre morente. Se si è nello spirito giusto è leggibile altrimenti da depressione.

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    Rokossovskij

    09/01/2008 16:52:48

    Bellissimo. Molto superiore ad Everyman. Lucido (nella sostanza) e levigato (nella forma) come una freccia appena forgiata, che sa andare dritta e dolorosa alla sorgente della grande letteratura. Sentimentale nel senso più alto del termine. Non c'è traccia del cinismo che Roth paventa nell'ultima frase. Il monito finale è perfetto e disperante. Non c'è paragone con altro, secondo me. Leggetelo e fatelo leggere.

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    massimo

    07/01/2008 22:18:59

    Dunque Roth aveva scritto un vero, grande romanzo d'amore... di un figlio per il padre. Ed è una della tante vergogne dell'editoria italiana che sia stato pubblicato solo ora. Meglio tardi...

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  • Philip Roth Cover

    Philip Roth (Newark 1933 - Manhattan 2018) è stato uno scrittore statunitense. Figlio di ebrei piccolo-borghesi rigorosamente osservanti, ha fatto oggetto della sua narrativa la condizione ebraica, proiettata nel contesto urbano dell’America dell’opulenza. I suoi personaggi appaiono vanamente tesi a liberarsi delle memorie etniche e familiari per immergersi nell’oblio dell’attualità americana: di qui la violenta carica comica, ironica o grottesca, che investe anche le loro angosce. Dopo un primo, felice romanzo breve, Addio, Columbus (1959), e i meno incisivi Lasciarsi andare (1962) e Quando Lucy era buona (1967), Roth ha ottenuto la celebrità con Lamento di Portnoy (1969).Dopo Il grande romanzo americano (1973, riedito in Italia da Einaudi nel... Approfondisci
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