Pedro Páramo - Juan Rulfo - copertina
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Pedro Páramo
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Descrizione

Quando gli muore la madre, un giovane giunge a Comala, un paese dell'infuocato altopiano messicano, per incontrare il padre che non ha mai conosciuto, il misterioso Pedro Páramo. Gli abitanti del villaggio sembrano sapere tutto sull'uomo, morto da molti anni, ma sono essi stessi dei fantasmi. In continui flashback, l'intreccio delle loro voci restituisce al villaggio la sua reale, sanguigna vita di un tempo e soprattutto concorre a delineare la figura di Páramo, il tirannico, capriccioso patriarca. Pubblicato per la prima volta nel 1955, poi tradotto in molte lingue, questo libro - considerato tra i romanzi più originali della letteratura messicana del novecento - è qui riproposto in una nuova traduzione condotta sull'edizione critica.
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2004
16 novembre 2004
141 p., Brossura
9788806171841

Valutazioni e recensioni

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AdrianaT.
Recensioni: 4/5

Preso e letto al volo su suggerimento di Vila-Matas che individua Rulfo come uno degli 'scrittori del No' (quelli che dopo aver scritto un capolavoro, si eclissano misteriosamente diventando 'agrafi' e né scrivono né pubblicano più) il quale è, secondo me, un ottimo antipasto quando il pasto sarà, a breve, 'Cent'anni di solitudine' il cui incipit sembra venga proprio dal frammento 41* di questo libro breve e difficile. Se quindi Rulfo è un ispiratore di Márquez lo ritroverò lì, come qui ho trovato tracce di Márquez e della sua magia. *«Il padre Rentería si sarebbe ricordato molti anni più tardi della notte in cui la durezza del suo letto l'aveva tenuto sveglio e poi l'aveva obbligato a uscire.»

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Umberto Mottola
Recensioni: 4/5

La scrittura è densa, evocativa, allucinatoria, mescola il sogno con la realtà, ma la storia è troppo frammentata e non segue un filo logico. Troppi sbalzi di tempo, di luogo, e di personaggi.

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francesco v
Recensioni: 2/5

Premetto di aver provato a leggere per 3 volte Cent'anni di solitudine , e di aver desistito verso pag 90 dopo il terzo Aureliano Buendia, o il secondo Aureliano Aureliano Buendia, non ricordo. Perdonami Pedro Paramo, ma non ti ho proprio capito. Questo non vuol dire naturalmente che tu sia un libro brutto. Voglio solo dire che chiedermi una seconda lettura è una punizione che credo davvero di non meritare

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Voce della critica

Un rischio c'è. Che Pedro Páramo, opera maestra dello scrittore messicano Juan Rulfo – entrata da poco nelle nostre librerie in una nuova traduzione – appaia, nelle sue centocinquanta pagine, un romanzo smilzo, dal titolo poco evocativo, senza un particolare potere atrattivo per i lettori poco informati. Eppure, Pedro Páramo non è un libro qualunque. Per convincersene, basterebbe aver letto l'appassionante cronaca dell'incontro di Gabriel Garcia Márquez con il romanzo, episodio fondante nella vicenda redazionale dell'universo di Macondo. O sarebbe forse utile imbattersi nei numerosi, commossi omaggi resi a Juan Rulfo dai massimi scrittori latinoamericani, di vecchia e nuova generazione.

Tuttavia, per comprendere a fondo Pedro Páramo occorre innanzitutto penetrare nel suo universo narrativo. Viaggio arduo, che non può portarsi a compimento attraverso una lettura ingenua o superficiale del testo, ma che esige dal lettore un profondo sforzo ermeneutico. Innazittutto perchè Pedro Páramo, privo di una struttura lineare e di una trama, nel senso tradizionale del termine, sconvolge le leggi interne del genere romanzesco. I settanta frammenti di cui si compone ricostruiscono – senza ordine cronologico ma sul filo del ricordo e delle suggestioni dei personaggi – non una ma numerose storie tutte in varia misura relazionate con una vicenda più ampia: quella del crudele e tirannico latifondista che dà titolo all'opera.

Volendo racchiudere il romanzo entro i confini rassicuranti di un intreccio, ci troviamo costretti a dire che Pedro Páramo è, nel contempo, la storia di un amore impossibile, cieco e crudele nella sua passione, quello di Pedro Páramo per Susana San Juan; la cronaca del viaggio di un figlio alla ricerca del proprio padre; un compendio della storia messicana del primo Novecento; una metafora del fenomeno sociale del latifondismo e della cultura latinoamericana in quanto cultura meticcia, fusione di realtà e immaginazione, di credenze indie e coloniali.

Tradotto, all'indomani della sua comparsa, in numerose lingue, Pedro Páramo si affacciava nei primissimi anni sessanta su uno scenario letterario di avanguardie e di sperimentalismi, situandosi in perfetta in linea con le principali correnti di pensiero europee e nordamericane. La sua ricetta letteraria – rivoluzionaria e audace in anni in cui la maggior parte della letteratura latinoamericana si vedeva ancora invischiata in schemi ideologici neocoloniali di discutibile valore estetico – doveva di lì a poco rivelarsi vincente: la mescolanza di tradizione e modernità, di autoctono e di universale, di realtà e immaginario, magistralmente cristallizzata nelle sue brevi pagine, sarebbe di lì a poco divenuta il segreto del successo dei romanzieri del cosiddetto boom.

Già nei primissimi anni sessanta Feltrinelli pubblicò il romanzo in lingua italiana: erano ancora anni in cui l'America Latina, come tutte le culture coloniali, era vittima di gravi pregiudizi culturali. In un mondo ancora mal comunicato, in cui i lettori italiani erano privi delle chiavi per interpretare e intendere un universo narrativo che, pur nella sua universalità, appariva intimamente radicato alla realtà culturale del più profondo Messico, il romanzo di Juan Rulfo passó pertanto quasi inosservato o quanto meno incompreso.

Sfortunato destino italiano dell'opera destinato a ripetersi quasi vent'anni anni dopo quando, nel 1977 – sulla scia del successo di Gabriel García Márquez, Carlos Fuentes, Mario Vargas Llosa, come riflesso delle mode terzomondiste allora divulganti nonchè del nuovo interesse del mondo occidentale verso forme culturali altre – il romanzo venne riproposto alla nostra attenzione in una nuova veste linguistica, affidata purtroppo a una traduttrice di lingua madre spagnola, che inevitabilmente non seppe rendere onore al testo. Pare riuscirci ora il suo nuovo traduttore, Paolo Collo, a cui Einaudi affida il delicato compito di portare finalmente in luce, nel nostro paese, un testo ingiustamente sacrificato dalle passate scelte editoriali.

Ai lettori ora il compito arduo ma affascinante di riscattare finalmente l'opera dall'oblio, abbandonandosi alla sua lettura, accettando la sfida di lasciarsi catturare dalla magia avvolgente della sua prosa poetica, per rifuggere ogni interpretazione logica o razionale del mondo lì descritto. Al romanzo il dovere di recompensarli con il piacere di una lettura che partendo dalla cronaca di un microcosmo, il pueblo di Comala, ripercorre stralci della storia dell'umanità. Umanità come insieme di individui, ognuno dei quali saprà identificarsi nel mondo evanescente, spettrale eppur tragicamente reale, di Comala e dei suoi abitanti.

                                                                                          Barbara Destefanis

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Conosci l'autore

Juan Rulfo

1917, Sayula

Juan Rulfo nasce in Messico, in una famiglia agiata. A cinque anni, i «cristeros», fazione cattolica che contestava le leggi anticlericali della rivoluzione, uccidono suo padre; quando ne ha nove, la madre muore per un attacco di cuore; il piccolo Juan cresce in un orfanotrofio di Guadalajara. Nel 1944 fonda la rivista letteraria «Pan». Nel 1948 cambia impiego diventando rappresentante di pneumatici. Nel 1952 ottiene una borsa di studio della Fondazione Rockefeller che gli consente di dedicarsi per alcuni anni alla scrittura letteraria. L’anno seguente pubblica la raccolta di racconti El Llano en llamas. Nel 1955 pubblica Pedro Páramo. È stato uno degli autori più apprezzati dell'America Latina, al punto che in un sondaggio realizzato dalla...

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