Pensare dritto, pensare storto. Introduzione alle illusioni sociali

Giovanni Jervis

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Collana: Nuova cultura
Anno edizione: 2007
In commercio dal: 10 maggio 2007
Pagine: 206 p., Brossura
  • EAN: 9788833917832
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Il dibattito pubblico è oggi chiamato a occuparsi dei rapporti fra l'etica laica e le religioni. In questo ambito hanno acquistato importanza gli aspetti psicologici dei grandi temi sociali. Molte questioni, infatti, possono essere chiarite quando si comprendono i punti deboli dei comuni modi di pensare. Freud chiamava "illusioni" una varietà di errori della mente: questo libro invita il lettore ad analizzare le illusioni che incidono sulla vita di tutti.
Pensare dritto, pensare storto è un'opera divulgativa che introduce il lettore alle scienze cognitive e alle loro fondamentali implicazioni per il pensiero sociale e politico. Si tratta di una lettura piana e piacevole, che presenta una grande quantità di materiale prodotto dalla ricerca cognitiva e dalla psicologia evoluzionistica, con alcuni accenni alla teoria dei giochi e alla ricerca genetica che dovrebbero, secondo Jervis, entrare a ricostituire il senso comune di cui è intessuta la nostra vita sociale e che è invece ancora tarato su conoscenze datate, quando non direttamente su illusioni e ideologie provenienti da altre epoche.
Che le scienze cognitive, insieme agli studi sull'evoluzione e alla genetica, costituiscano la frontiera della ricerca scientifica contemporanea è indiscutibile; che l'eco di questi lavori cominci a farsi sentire fuori dallo stretto ambito degli specialisti è provato dal fatto che la letteratura contemporanea, specialmente di lingua inglese, ne risulta catturata tanto quanto la letteratura del primo Novecento era stata debitrice alla psicoanalisi. Più lento, drammaticamente in ritardo, invece, sembra l'effetto delle scienze cognitive sulla vita sociale e sulle conoscenze comuni che costituiscono lo sfondo dei nostri ragionamenti e delle nostre aspettative quotidiane. Per questo l'intento di Jervis è lodevole e notevole è la sua curiosità e apertura nei confronti di questa letteratura che fuoriesce dal suo originario campo di studio, la psicologia analitica, in cui si era conquistato una solida fama. Jervis non vuole vivere di rendita, e ciò gli fa onore, e sembra dire al suo lettore abituale: "Guarda che la psicologia non si è fermata agli inizi del Novecento. Guarda che negli ultimi decenni ci sono stati studi e ricerche sperimentali in campo cognitivo e comportamentistico che non si possono ignorare e che oltretutto riassorbono in sé le geniali intuizioni di Freud e dei grandi psicoanalisti, rendendo conto di concetti oscuri e in ultima analisi solo speculativi come l'inconscio sulla base di evidenze neuronali e sperimentali".
Il rapporto tra scienze cognitive e psicologia analitica tradizionale è affrontato nel capitolo 8, Un bilancio di cento anni: dall'enigma dell'inconscio all'enigma della coscienza. Non per caso solo in questo capitolo: ciò che a Jervis preme non è una riflessione critica sulla disciplina psicologica, ma le implicazioni sociali che potrebbero sgombrare il campo da molti pregiudizi, errori e sciocchezze che tuttora affliggono la vita collettiva. Per esempio la cattiveria (capitolo 1): il male fatto agli altri è molto più spesso frutto di errori cognitivi, distrazione, disattenzione e di una serie di circostanze contingenti di quanto non sia frutto di una volontà malvagia di nuocere al prossimo. L'aggressività è certamente presente come tendenza nella nostra specie, ma così è l'empatia, che pare addirittura hardwired nel nostro sistema nervoso centrale. Che si generino società e, entro le società, stati cooperativi o meno, dipende in gran parte dalle circostanze di contorno per il gruppo così come per l'individuo. E quando l'aggressività ha la meglio, ciò dipende in genere non già da un fallimento della ragione, pensata come l'istanza di controllo superiore degli istinti, bensì dalle sue imperfezioni, di cui Jervis da poi una più ampia illustrazione nel capitolo 7 (Razionale/non razionale), dove vengono presentate biases, heuristics e in generale la natura path-dependent del nostro ragionamento.
Così si rivela che la stupidità non è una caratteristica di alcuni (o molti) individui venuti male, ma è connessa al funzionamento delle nostre menti. Se forse ha ragione Cipolla a individuare nella stupidità la causa principale dei fallimenti della cooperazione, il passo successivo è quello di realizzare che questa stupidità in qualche misura è presente intrinsecamente nella nostra specie.
La parte più ambiziosa del volume riguarda le riflessioni che Jervis svolge relativamente alle conseguenze che queste conoscenze, con l'implicita nozione di natura umana "naturalistica" che ne emerge, dovrebbero avere nel rivoluzionare il senso comune. Questo è intriso di concezioni metafisiche e scientificamente infondate su ciò che è una persona, ciò che è la coscienza, la volontà, le passioni, la ragione, nonché il bisogno di certezze e di assoluto che spinge a postulare ideologie e religioni con effetti devastanti per l'umanità. È incontestabile che la mancata diffusione delle conoscenze scientifiche ha effetti negativi sul senso comune, e tuttavia gli argomenti di Jervis al riguardo (svolti soprattutto nei capitoli 4, 6 e 9) non sono sempre convincenti e robusti, affidandosi il più delle volte a quello stesso senso comune, di segno più positivistico, che si vorrebbe riformare. Innanzitutto la psicologia cognitiva ed evoluzionistica, se rende conto della predisposizione a certi comportamenti etici e alla funzione di questi nel tenere insieme la società, non intende né pretende di sostituirsi all'etica normativa, cioè alla riflessione su quali ragioni per agire sono morali e perché queste ragioni hanno autorità su di noi. Analogamente, lo studio del ragionamento come path-dependent non esautora la teoria normativa della razionalità, epistemica e pratica, che anzi funge da correttore e criterio di valutazione delle biases e degli heuristics.
Che, pertanto, dalle scienze cognitive emerga una visione compatta e chiara, ancorché provvisoria, relativamente alle conoscenze in progress, di come noi siamo nel mondo – necessariamente determinati, senza dio, senza ideali, o principi assoluti – è francamente illusoria. Dennet è tra i filosofi della mente un pensatore controverso, esistono delle posizioni non riduzionistiche, esistono dei resoconti del libero arbitrio che tengono conto delle scienze cognitive, esiste una metafisica analitica potente, le teorie deontologiche sono oggi vincenti in metaetica. In breve, la faccenda è assai complicata e le conoscenze di ciascuno di noi sempre limitate, anche se un po' più di attenzione sociale alle scienze cognitive potrebbe aiutare la discussione pubblica, magari in direzioni diverse da quelle previste da Jervis. Anna Elisabetta Galeotti
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