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Luca Ricci

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2008
Pagine: 110 p. , Brossura
  • EAN: 9788806182373
Il protagonista del romanzo, un giovane sacerdote di buona famiglia e salde ambizioni inviato a trascorrere un breve periodo in un paese di montagna, è quanto di più lontano si possa immaginare dallo stereotipo del prete: uomo di mondo in ogni senso, completamente privo di dimensione spirituale, incarna una sorta di nobiltà decadente che si esprime nell'esercizio, sovente fine a se stesso, della capacità di imporsi, di negoziare, di esercitare pressioni ai limiti dell'estorsione; attorno a lui gli esponenti dell'altra parte dell'umanità partecipano all'azione nel ruolo di consapevoli pedine, cercando di guadagnarci ognuno il suo misero tornaconto. Del resto, questa è l'unica differenza sostanziale tra due forme di vita che si legittimano vicendevolmente, un dislivello minuscolo, tutto sommato, tra persone che sono tutte ugualmente colpevoli, in un mondo dove l'unica pietas sembra consistere nel riconoscere al prossimo – prete o contadino, donna o uomo che sia – il diritto a inseguire la sua personale meschinità, oltre la quale pare non esserci nulla che valga la pena di essere ricercato.
Ciò che più sconforta e disorienta in questo libro è che non si nega la possibilità e il valore dell'innocenza, del bene, di un atto disinteressato, perché non ve n'è alcun bisogno: sono cose al di là dell'orizzonte e delle aspettative di chiunque, caso mai è la loro esistenza a dover essere dimostrata in un mondo dove la bassezza è il fondamento sostanziale di ogni elemento. Il protagonista è il signore di questa realtà: il suo mestiere sembra esser stato scelto perché un abito bisognerà pure indossarlo, la sua qualità è essere più bravo degli altri nello strappare risultati, il suo piacere è costringere il prossimo all'obbedienza, dedicarsi a una passione fredda, "il gusto d'incedere impettiti"; persino Dio, nella sua immaginazione, è solo l'ennesimo vecchio, non diverso da quelli che affollano le chiese, da sopportare con fastidio per ottenere qualcosa. Il suo unico motivo di frustrazione, la più temibile contestazione al suo mondo, è il contadino che non sa giocare a calcio, in nessun ruolo, e che tuttavia, sferrando dozzinali rigori rasoterra, segna sistematicamente; una grazia portata senza coscienza, un talento del tutto inutile, irragionevole, una manifestazione di gratuità che insopportabilmente pretende di esistere. Jacopo Nacci

Recensioni dei clienti

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    Claudio M.

    19/02/2012 10.25.53

    E' come se la storia non avesse mai inizio. Ma è scritto troppo bene, deve esserci dell'altro. Forse il senso è che tanto in una grande metropoli quanto in un remoto paese di montagna le "bassezze alle quali non si riesce a tenere testa" sono sempre le stesse. Ma, in provincia, il torbido ha un sapore più intenso e la trama ci guadagna. Chi invece ci perde è il rigorista. Ha una visione troppo limitata (solo undici metri per sette). Ignora che neanche in una società che non ammette errori, ci si può permettere di essere infallibili. L'errore è l'atto di sottomissione per l'investitura, l'ingiusto prezzo per "attraversare il ponte", la prova indispensabile dell'essere umano, corruttibile, ... del non essere Dio.

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    elena

    29/11/2010 00.15.19

    Troppo cattivo nella sua verità. Insopportabile.

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    beatrice

    27/06/2010 20.02.35

    Il potere della letteratura è quello di giocare d'anticipo sui tempi. Se la disamina di Ricci poteva apparire forzatamente maligna contro il clero nel 2008, alla luce degli attuali scandali della chiesa cosa dovremmo dire? Leggetelo.

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    dave

    15/04/2010 09.47.53

    L'ho letto ma ... mi sono perso qualcosa!!?? L'idea di partenza è veramente geniale, poi NEBBIA.

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    paolo

    11/11/2009 12.44.48

    L'autore ha tirato il suo calcio di rigore. E ha cannato di brutto. Alto sulla traversa. Io lo metto in alto sull'ultimo scaffale, e non ci penso più.

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    anticonemico

    08/06/2009 09.27.36

    Onore a uno scrittore cosi' talentuoso ed originale...."la persecuzione del rigorista" a mio parere e' la lampante prova dell'esistenza di una letteratura italiana magari non conosciutissima ma sicuramente autentica e molto valida.

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    Patroclo

    03/04/2009 23.42.49

    romanzo raggelato e che un pó si compiace della propria fredda cattiveria, fino a mostrarsi fin troppo estraneo, come se cercasse l´effetto soprattutto sul cervello del lettore, piú che nella pancia. avvincente per certi versi, ma appuno un pó manieristico, mai veramente appassionante.

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    Virtual

    03/04/2009 11.39.00

    il più bel romanzo italiano degli ultimi tempi... ricordo di aver letto un commento del genere, su qualche rivista, a proposito de La persecuzione del rigorista... e l'ho messo nel carrello.. è arrivato, l'ho preso, l'ho letto, arrivando, a fatica, a finirlo (forse pure saltando... orrore puro per un lettore degno di tale nome!) e poi mi sono chiesto: ma... chi scrive questi giudizi, quando poi è a casa, da solo con la sua coscienza, non prova un terribile rimorso, un risentimento, un pungolo dell'anima... (oppure, ahimé, ci crede davvero..!) E dire che ho accumulato diversi acquisti negli ultimi mesi... sullo scaffale ho Yates e Malamud, Ballard e DeLillo ancora intonsi... eppure continuo a cadere nell'inghippo del nuovo che avanza... della recensione ammiccante che inganna... è la terza o quarta volta che mi capita... e sono troppe per chi, come me, ama molto le storie, da ascoltare e da raccontare... Diversamente da come si legge in un paio di commenti fa, è davvero possibile cibarsi di sole prelibatezze... o, almeno, mangiare la cicoria quando davvero non rimane più niente... insomma, come diceva il poeta, 'conosco il meglio ed al peggior mi appiglio'... ed io ho accantonato un Philip Roth d'annata per leggere Luca Ricci... e più passa il tempo e più mi pento e mi dolgo...

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    Katia

    25/02/2009 21.29.49

    110 pagine di cattivi sentimenti, è proprio il caso di dire chi è senza peccato scagli la prima prietra. Ben scritto, una piccola rivelazione. Da consigliare, penso che di Ricci leggerò anche altro.

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    gabry

    20/12/2008 07.36.34

    Confesso che la lettura religiosa e il piano teologico non mi hanno appassionato quanto il resto della storia, quella dei rigori e di tutti questi personaggi piccoli (piccoli a partire dallo spazio limitato che ciascuno di loro ricopre nel libro). Un libro narrativamente perfetto.

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    michele68

    11/12/2008 14.58.55

    L’ormai ex direttore di Radio24, dr.Santalmassi, ebbe modo di citare un passaggio di questo libro nel rispondere alla mail o lettera di un ascoltatore concernente un episodio di cui, ahimè, ho perso la memoria. La contestualizzazione fu così omogenea e rimasi affascinato quanto basta per giustificare acquisto e lettura. Alla fine però non ne sono particolarmente entusiasta, ammesso comunque che non è possibile cibarsi di sole prelibatezze e che, perdonatemi, solitamente mi nutro di saggistica. Tento di riassumere il mio punto di vista: un fattore esterno, che è l’ambizioso prete protagonista, viene dislocato suo malgrado in queste anonime località e, come un virus influenzale, sconvolge in modo significativo il sonnecchioso e modesto sistema immunitario, di conseguenza si manifestano le peculiarità negative solitamente dormienti, o almeno, tali finchè non vengono sollecitate. Tutto ciò conferma qualcosa che non mi è nuovo, cioè il fatto che potenzialmente ognuno di noi può essere/diventare un santo o un assassino all’incirca con le stesse probabilità di riuscita (assicuro che non è farina del mio sacco), sta all’individuo la scelta che, più è consapevole e responsabile (condizioni che non sono alternative!), più si avvicina al picco della santità o all’abisso del mostro. Spaventoso? Mah…comunque da maneggiare con cura.

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    enrico

    10/10/2008 00.11.23

    Per Ricci la grazia accade senza strepito, tra i fili d'erba secchi di un campetto di calcio amatoriale, lontano da ogni clamore. Accade nel fango e nell'anonimato. Accade senza che gli uomini lo sappiano o se ne accorgano, distratti dai loro egoismi, interessi, affari. Accade nonostante tutto. Grazie per questo romanzo luminoso.

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    julie

    08/09/2008 19.31.14

    Splendore "in economia" passato sotto silenzio. Ma per me è giusto proteggere i libri che valgono dalle mode.

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    ALESSANDRO SPAZIANI

    02/08/2008 14.05.36

    D'accordo che Einaudi è una delle più prestigiose case editrici d'Europa e ha pubblicato già altre opere di questo giovane scrittore vincitore di premi importanti, ma come mai allora si sente parlare così poco di questo piccolo grande libro? A mio giudizio questa è una grande prova letteraria in tutto; il linguaggio semolice e a momenti molto ricercato ma non nel senso aulico del termine, nel senso della chirurgica precisione delle parole, quasi un purissimo esercizio di etimologia; i personaggi, poi, questo prete che è un po' personaggio di Pasolini e un po' il protagonista di Vino e Pane di Silone; la vicenda, infine, che richiama la memoria del ritratto di Dorian, senza compromessi se non quelli magistrali dettati dalla cronologia narrativa. Bravo davvero, molto molto bravo.

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    Chiara

    17/06/2008 17.59.27

    Bellissimo.

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    Matteo

    06/06/2008 17.23.51

    “La persecuzione del rigorista” è, in realtà, una sottile allegoria sul rapporto tra creatore e creatura: “…e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male“, recita il “Padre Nostro”. Il racconto di Ricci è l’esatto rovesciamento di questa parte del Padre Nostro. Una specie di teorema, geometrico, per rovesciare la preghiera più essenziale della cristianità. Perché Dio dovrebbe indurci in tentazione? Il prete si esercita sul piccolo esperimento sociale di Chiavalle e Chiamonte come un Dio onnisciente e dispettoso: il confessionale diventa tribunale delle coscienze, e non a caso è citato dal prete proprio come fonte di onniscienza su un microcosmo, micromondo che è la società malata del paesino. Malata poi di cosa? Malata di umanità. L’uomo è corruttibile per sua stessa natura. Non c’è salvezza, non c’è pietà, non c’è speranza, non c’è carità. Perché non c’è fede. La persecuzione del rigorista è la persecuzione di Giobbe, è la cacciata di Adam: è l’eterna comprensione/incomprensione tra Artefice e libero arbitrio guidato dall’intreccio di paure, speranze e pulsioni

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    simone junior

    25/04/2008 17.53.02

    Piccolo romanzo divino (alla lettera). Il clero non è ben dipinto. Prete, Pretucolo e Vecovo C. sono peggio di Bettega, Moggi e Giraudo... Si salva però il cardinale di Ricci, uno su quattro, una speranza per la chiesa c'è. Interessante, anche, il discorso sui "generi" che viene fatto attraverso i personaggi secondari. Il genere è, diciamolo, vilipeso. C'è il romanzo rosa (la donnetta), il romanzo psicologico-erotico (l'allenatore e sua moglie) e il giallo-noir (il maresciallo e il chierichetto). Superba soprattutto la presa in giro del giallo, e di tutti quegli investigatori seriali da 12-13-14 libri che intasano il nostro mercato editoriale... Massimo dei voti: prova sofisticata e purissima.

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    berto

    21/04/2008 11.48.19

    Romanzo breve profondamente religioso (ma anti-cattolico) che si incarna in due personaggi multi-simbolo: il prete rappresenta il Potere (diabolico), mentre il calciatore rappresenta il Talento (divino)... E poi c'è una costruzione sapiente, che sbroglia a poco a poco la matassa di misteri: non si può davvero smettere di leggere fino all'ultimo rigore.

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