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Piemonte medievale. Forme del potere e della società. Studi per Giovanni Tabacco

Editore: Einaudi
Collana: Saggi
Anno edizione: 1985
Pagine: 305 p.
  • EAN: 9788806582487

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recensione di Cammarosano, P., L'Indice 1985, n.10

L'aspetto unificante degli undici saggi che compongono questo volume e l'attenzione ai modi in cui i1 potere pubblico organizzò le varie realtà locali, le forme di vita collettiva delle popolazioni piemontesi. Negli anni trascorsi Giovanni Tabacco e la sua scuola hanno offerto contributi di importanza primaria sui fenomeni di diffusione, disgregazione e capillarizzazione delle prerogative di comando sugli uomini, realizzatesi in Piemonte come altrove a partire dal secolo X e proseguiti sino alla fine del medioevo, intorno a comunità di castello e di villaggio, ad opera di chiese e di aristocrazie locali. Ma le ricerche raccolte qui sono focalizzate sui momenti più centralistici cioè su quei modi di raccordo e di ricomposizione che si svolsero pienamente dal Ducento, anche se furono in parte assisi su quadri istituzionali di origine più antica. Gli spazi in cui si articola questo "Piemonte medievale" sono così quelli delle città con i loro distretti (primeggia ovviamente Asti, ma un po' di tutte si parla) e delle formazioni principesche territoriali: Savoia-Acaia, Monferrato e Saluzzo.
Del binomio potere e società evocato nella titolatura del volume è insomma il primo termine quello che più caratterizza la problematica di insieme. Ed è una problematica che ha dato la tonalità anche a quei contributi che per l'esperienza dell'autore o per la natura dell'argomento si sarebbero potuti inclinare su un terreno differente. Così Rinaldo Comba, studioso di paesaggi rurali e di insediamenti, ha voluto parlare qui non delle formazioni spontanee e di fondo, ma delle "villenove del principe", cioè delle iniziative di popolamento e di ristrutturazione dell'habitat promosse dalla fine del Duecento dai Savoia in funzione del proprio predominio politico su signori e comunità locali (pp. 123-141); ed Enrico Artifoni affronta la questione della "marginalità" sociale nel tardo medioevo a partire dai modi in cui gli statuti piemontesi giunsero a definire una categoria di "ribaldi", e le istituzioni pubbliche ad inquadrarli entro la speciale giurisdizione di un "podestà dei ribaldi" connesso con "i meccanismi istituzionali di controllo della prostituzione e dell'azzardo" (pp. 227-248). È ancora questo ordine di interessi alle forme del potere che inquadra i tre saggi assai tecnicistici in cui studiosi di diplomatica medievale (Gian Giacomo Fissore, Marisa Bosco, Patrizia Cancian) mettono in evidenza le connessioni fra la cultura notarile, l'inserimento dei notai nelle esigenze di produzione documentaria dei titolari di pubbliche autorità e la dialettica fra un momento più propriamente notarile ed un momento cancelleresco (enucleato cioè attorno ad un centro di potere che si atteggi consapevolmente a produttore di documentazione) nelle scritture documentarie piemontesi dei secoli XXIII (pp. 143-204).
Questa attenzione alla struttura formale dei testi, ovviamente centrale nei saggi di diplomatica ma ricorrente anche in altri contributi del volume, si riconduce ad una più generale sensibilità verso il momento della consapevolezza e della cultura del potere. Se l'evoluzione del potere politico medievale viene considerata come "una sperimentazione continuamente in atto e aperta a ogni esito" (così nella premessa, p. XV), il tentativo è quello di cogliere i modi della coscienza e della riflessione realizzatisi ad ogni fase di quelle formazioni spontanee. Ma i testi tardomedievali che si prestano in maniera più diretta ad analisi del genere sono oggetto di un solo contributo specifico, quello di Alessandro Barbero sulla storiografia di corte del Quattrocento piemontese (pp. 249-277); mentre ad opere come la breve cronaca ufficiale del comune di Asti scritta da Ogerio Alfieri alla fine del Duecento o il trattato di Teodoro I Paleologo, marchese di Monferrato, del 1326, sono state dedicate attenzioni marginali (rispettivamente entro il saggio di Grado G. Merlo sugli ordini mendicanti nella prima metà del Duecento, pp. 207-226, e in quello di Aldo A. Settia sul "principe e l'esercito nel Monferrato dell'età avignonese", pp. 85-121). Per il resto il momento della consapevolezza del potere viene individuato attraverso analisi che si esercitano sulla documentazione corrente di matrice notarile e cancelleresca, legislativa e amministrativa, e dunque sui formulari, sui modi di definizione di territori e istituti, sulla struttura formale degli atti. È per queste vie che nella prima sezione del volume, dedicata alle città fra il secolo X e gli inizi del Duecento, Giuseppe Sergi cerca di evidenziare una nozione di potere pubblico cristallizzatasi intorno alle città e Renato Bordone individua nel corso del secolo XII "una crescente presa di coscienza" dell'autonomia e del ruolo politico cittadino (i saggi rispettivamente alle pp. 5-27, 29-61).
In questo duplice motivo - forme del potere come fuoco cui ricondurre un complesso di esperienze della vita sociale del medioevo, ed elementi di consapevolezza politico-culturale - va riconosciuto il segno che è stato impresso sui vari autori del volume pure molto diversi per rispettivi percorsi intellettuali e modi di scrittura, dall'insegnamento di Giovanni Tabacco. I saggi raccolti qui sono tutti di suoi allievi e collaboratori, riuniti da una quindicina di anni in quella che è oggi una delle scuole meglio caratterizzate della medievistica italiana. Mancano nel volume autocompiacimenti e celebrazioni di gruppo, il riconoscimento del magistero di Tabacco è contenuto in modi di sobrietà estrema, lo sforzo è palese di produrre un omaggio che sia tutto nelle cose, nel rigore dei metodi, la densità delle informazioni, la volontà di proporre ricerche in direzioni nuove e non attardarsi su esperienze anche importanti della propria tradizione di studi. La fisionomia di scuola è nondimeno evidente: in questo stesso stile, se si vuole, ma soprattutto in quell'approccio alla tematica del potere medievale, e nel suo risvolto polemico; che consiste nel rifiuto di una scrittura storiografica "globalizzante", intesa cioè ad ancorare a uno spazio territoriale - nella fattispecie, una regione - un insieme di analisi ed elaborazioni su aspetti molteplici dell'evoluzione storico-culturale. Rapidamente definito nella premessa collettiva come "realtà di grandi compresenze" e ricca di contraddizioni, il Piemonte non configura per gli autori un terreno entro cui "costruire un ennesimo modello interpretativo globale del medioevo a livello regionale" (l'allusione deve essere ad alcune opere della storiografia francese, dato che alla medievistica italiana gli studi di dimensione regionale sono sostanzialmente estranei), e suggerisce invece una indagine "per situazioni" (p. XI). Non viene riconosciuto d'altra parte nessun carattere unitario del Piemonte medievale se non nei termini di un "contenitore di diversità interagenti e perciò - qui la sua peculiarità - un laboratorio di ricerca in cui si fanno coesistere modelli, si organizzano i poteri in sistemi di convivenza, si danno risposte tanto più articolate quanto più ardui sono i problemi" (p. XIII).
Tanto più fortemente viene respinta una connotazione unitaria in termini negativi, lo "stereotipo storiografico" (così Merlo a p. 208, nota 4) che consisterebbe nella definizione del Piemonte in termini di perifericità, estraneità o arretratezza rispetto alle evoluzioni dell'Italia centro-settentrionale nel medioevo. Lo sforzo compiuto in molti saggi è, da una parte, quello di articolare la storia regionale nei suoi momenti di differenziazione e contrapposizione: tra città e città, tra città e principati territoriali, tra differenti atteggiamenti dei principati: dall'altra, di ricondurre i vari momenti a situazioni analoghe della vicenda medievale del nord e del centro d'Italia. Così ad esempio Bordone distingue alle "origini del movimento comunale" l'evoluzione delle città a nord del Po, dove si ebbe un precoce sviluppo di clientele feudali dei vescovi che assunsero poteri di signoria e quindi condizionarono la formazione sociale delle prime organizzazioni dei comuni, secondo un modello assimilabile a quello proposto da Hagen Keller per l'evoluzione milanese; e quella di Torino, Asti, Alba, in parte Tortona, che proprio per un ritardo nello svolgimento feudalsignorile avrebbero concluso su un modello più semplice e corrente di evoluzione della città comunale. Barbero distingue la storiografia principesca sabauda, espressione dl una tradizione culturale essenzialmente francese, da quella delle corti di Monferrato e Saluzzo più aperte alle esperienze della storiografia umanistica italiana; ma poi inserisce entrambe le correnti nel contesto della generale "involuzione di una storiografia che ovunque in Italia, con la considerevole eccezione di Venezia, finirà per allinearsi a partire dal secolo XVI su rigidi schemi di celebrazione dinastica".
Nel suo complesso dunque questo volume miscellaneo rappresenta un contributo notevole verso una individuazione degli spazi del medioevo italiano; compresi naturalmente gli spazi 'esterni', come le influenze culturali di Francia o le proiezioni di principi e corti verso terre lontane (in questo senso si può leggere il contributo di Mario Gallina sull'impresa dei Monferrato su Tessalonica pp. 65-83). Come attraverso le considerazioni di questi spazi medievali si possa giungere a definire delle "regioni", e quale sia stato il ruolo del medioevo nella formazione delle fisionomie regionali italiane, è una questione aperta, sulla quale devono convergere altre problematiche oltre a quella della storia politica e istituzionale.