Traduttore: T. Landolfi
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2011
In commercio dal: 2 novembre 2011
Pagine: 140 p., Brossura
  • EAN: 9788845926457
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Descrizione
Appartenente a una famiglia dell'aristocrazia moscovita, Fèdor Ivanovic Tjutcev (1803-1873) fu diplomatico oltre che eminente poeta, e dopo aver iniziato la carriera nel Collegio degli Affari esteri di Pietroburgo operò come incaricato speciale a Monaco di Baviera - dove frequentò Heine, Schelling e gli ambienti del Romanticismo tedesco - e a Torino, dove visse dal 1837 al 1839. Nel 1836 alcune sue liriche furono pubblicate dalla rivista di Puskin "Il contemporaneo", suscitando i primi, ampi consensi. Nel 1844 tornò definitivamente in Russia, mentre la sua fama di poeta cresceva dopo i riconoscimenti tributatigli da Turgenev, Fet, Dobroljubov. Il suo universo poetico è un coacervo di visioni cosmogoniche e di rappresentazioni metafisiche che rispecchiano un dualismo di tipo manicheo: vi sono due mondi, il Caos e il Cosmo, e il secondo altro non è se non l'organismo vivente della natura, un'essenza viva e pulsante ma secondaria rispetto al Caos, l'unica vera realtà, di cui il Cosmo rappresenta un'effimera scintilla. La cosmogonia di Tjutcev si nutre di contrasti tra inaccessibili vertici di perfezione e desolate lande nordiche o spaventosi abissi dominati dal disordine notturno e dall'instabilità spettrale del fato. A questo mondo che non conosce la gioia del possesso, ma solo la perdita, la caduta, il rimpianto, e insieme la vertigine del solitario destino umano, dà voce la versione di Tommaso Landolfi, scrittore affine a Tjutcev per sensibilità e magistero poetico.

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    MD

    19/10/2018 08:29:33

    Un’ampia, stupenda raccolta di poesie che attraversa gran parte dell’800, la prima risalente al ’25 e l’ultima, quella che conclude il libro, datata 1873. Sono tradotte da Tommaso Landolfi; il che, per il lettore italiano, è luce su luce, e cioè aggiunge ulteriore valore alla grandezza di Fëdor Tjutčev. Sono poesie e devono essere lette, vissute, meditate in solitudine e silenzio, abbandonate e riprese in mano: siamo – come ho detto – nel grandissimo Ottocento russo e simbolista, e di lontano lampeggiano scorci della natura nella loro luce nordica, cupa ma piena, con i suoi riflessi sulla persona, le sue ascendenze ascrivibili alla Naturlyrik; enormi boschi e sovrane pianure intervallate da acque stagnati ma vive; versi dedicati al caos, alla sua forma originaria e, in fondo, salvifica perché alfa, origine di ogni cosa, humus orfico dal quale tutto dipende e tende a rinascere. Poi, l’amore così fragile e inevitabile, legato alla bellezza del momento, solo visibile spiritualmente, calore di fiamma lontana, presenza e gioia, permanenza. E, ancora, rapidi trapassi di tempi, intrecciarsi delle età della vita e il lasciarsi illuminare dal mattino, dalla giovinezza con la sua forza, con il suo fuoco e l’irruenza tutta belluina, e a che pro? se non per crescere, conoscere il mondo, assimilarsi all’ambiente, confrontarsi con i buoni autori del passato, con la novità grande degli stravolgimenti della storia, con gli spazi eterni dello spirito, con la religiosità, con il cupo pozzo di tristezza accidiosa dei momenti disperati. Il lettore – come è tipico di questa collana Adelphi, di piccolo formato ma di grande valore – è lasciato solo, a tu per tu con le poesie, senza prefazioni preamboli né postfazioni, e gli si propone la necessità di una seconda vista, nel leggere Tjutčev, un’attenzione dinamica alla parola poetica in tutta la sua valenza di sentimento, di metafora, di simbolo – infine, col consenso improvviso di tutto se stesso. «Sappi in te stesso vivere» (“Silentium”).

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