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Editore: Einaudi
Anno edizione: 2013
Pagine: 596 p. , Brossura
  • EAN: 9788806210755
  Uno dei maggiori storici contemporanei, Robert Darnton, ha spesso tratto spunto per le sue innovative ricerche storiche da qualche evento singolare, bizzarro: un massacro di gatti alla vigilia della Rivoluzione francese, la circolazione di romanzetti osceni nel tardo Settecento, le discrepanze tra le narrazioni della favola di Cappuccetto Rosso. È un metodo che dà i suoi frutti anche in questo oggetto narrativo scritto da Roberto Santachiara e Wu Ming 1, che sono partiti da un curioso avvenimento accaduto durante la seconda guerra mondiale, quando uno scalatore italiano, Felice Benuzzi, rinchiuso in un campo di prigionia in Kenya, evade assieme ad altri compagni, scala il monte Kenya raggiungendo Point Lenana per piantarvi una bandiera italiana, e poi, ridisceso, si riconsegna ai britannici. Fosse stato un atto di propaganda fascista, non ci sarebbe nulla di anomalo. Ma ciò che Benuzzi intendeva fare non era esaltare, ma riscattare la propria italianità dalla vergogna del fascismo e del colonialismo, dalla parte del torto. Perché, allora, proprio con un'ascensione sul Kenya, che Benuzzi narrerà in due libri, italiano (Fuga sul Kenya) e inglese (No Picnic on Mount Kenya), scritti durante la prigionia? È da questo interrogativo, e da una vecchia copia di Fuga sul Kenya, allora fuori catalogo, che muove le mosse la strana coppia formata da un narratore saltuario, ma esperto scalatore, e da un narratore di professione, ma uomo di pianura del tutto ignaro di montagne, e perciò predisposto all'esperienza della "prima volta" nell'ascendere il Kenya ripercorrendo la via di Benuzzi e dei suoi compagni: perché per capire la montagna bisogna entrarci, nella montagna, bisogna farne esperienza. La montagna, come la vita reale, non si sfoglia. E come la vita reale, la montagna è un oggetto narrabile solo al prezzo di avvolgere le molte storia di cui è intessuta in una corda, e lasciare che dalla corda delle storie pendano i filacci di altre storie, alcune a loro volta narrate, altre lasciate a narratori a venire. Quella che poteva essere una semplice biografia di un triestino che ha attraversato il Novecento diventa così la storia del triestino, e della città in cui nacque e che nel corso della sua vita cambiò quattro bandiere, della terra in cui sorge la montagna che scalò e di quelle limitrofe, dei popoli che l'abitavano da sempre e di quelli che li soggiogarono con ferocia inumana in nome dell'impero d'Albione o del re e del duce di un impero da operetta, dei fiumi di sangue dei fucilati e delle nubi di gas che sterminarono a migliaia gli indigeni in nome del progresso bianco; e ancora, la storia delle idee che mossero il colonialismo italiano, e di quel coagulo chiamato fascismo che le incarnò nell'esercizio del potere, dei sommersi che perirono nei Lager italo-tedeschi in Friuli o nella Jugoslavia o combattendo la dittatura fascio-bruna, e dei salvati che resistettero, o semplicemente scamparono in qualche modo, e ancora… E la montagna? Ovvero, le montagne? Le montagne sono, in questo libro, ovunque: sono già lì quando arrivano gli esseri umani, per conquistarne le terre bagnate dalle loro ombre o per scalarle aprendo nuove vie; sono lì a ricordare che c'erano già, e ci saranno anche dopo; sono l'obiettivo, l'oggetto di un'ossessione, o semplicemente lo sfondo. Sono il punto di vista che permette di comprendere e narrare i movimento di quei some insects called "human race": il Novecento e gli orrori che lo hanno attraversato visti dal punto di vista della Montagna e degli uomini che per passione, per mestiere, per prendere la via delle armi contro il nazifascismo, le scalarono e finirono con farne parte. E quindi, anche – ed era inevitabile – la storia degli alpinisti, del modo in cui il loro rapporto con la montagna si è evoluto nel lungo XX secolo: una storia quasi ignota ai più, ma dotata di un altissimo potenziale allegorico. Basterebbe il confronto tra l'alpinismo muscolare, eroico, statutario del maschio virile, ovvero il tentativo di imporre una fascistizzazione dell'alpinismo da parte del regime, contrapposto all'eleganza quasi ballerina di un Emilio Comici, la cui vita è una delle storie più belle tra questa mille e una. La figura di Comici, che danza tra le pagine di questo libro come il suo corpo faceva tra le vie alpine, diventa emblema del fallimento dell'antropologia fascista, e simbolo di quell'"antifascismo esistenziale", categoria mutuata dalla storiografia e ampliata alle minuzie della vita quotidiana per dimostrare il fallimento, prima dell'8 settembre, della fascistizzazione degli italiani. Un fallimento che ha una coda velenosa: la rimozione – o meglio, la forclusione – della causa ha lasciato in circolo gli effetti, le tossine disseminate sotto il mito degli "italiani brava gente". Al fascismo criminale dei Mussolini, Graziani, Roatta, Badoglio è subentrato un microfascismo che si annida dentro di noi, le cui manifestazioni richiedono anamnesi e antidoti: narrazioni come questa valgono tanto per le une quanto per gli altri.   Girolamo De Michele

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    Michele Lucivero

    01/09/2016 10.23.16

    Non si pensi di leggere semplicemente un romanzo quando si legge Wu Ming: la maggior parte dei volumi pubblicati dal collettivo, in tutte le sue varianti e collaborazioni, eccede rispetto alla struttura tradizionale del romanzo e si fonde con una serie differenziata di generi e giochi letterari che non hanno simili nella storia della scrittura italiana. Tuttavia Point Lenana, per vocazione, è ciò che più sia avvicina ad un romanzo di formazione: il racconto di un'esperienza edificante - per i due autori - sulle orme del racconto di un'esperienza di liberazione - del protagonista; un romanzo nel romanzo. Ma non solo, c'è anche la disamina accurata di un secolo di vicende coloniali italiane, fitta di prospettive partigiane sulle responsabilità e sulla costruzione di un fascismo troppo spesso passato come ingenuamente paternalistico, di cui si è preferito occultare l'aspetto liberticida e crudele, foriero di un razzismo ancora oggi strisciante, anche se mai dichiarato. E poi l'irredentismo, i territori contesi di Trento e Trieste, spine nel fianco della storia patria, confini labili e inesplorati dove germogliano floridi ibridismi culturali, pericolosi per la monolitica identità fascista. È partigiana la scrittura di Wu Ming, si affermava poco fa, ma cosa dire della letteratura di Carducci, Pascoli e D'annunzio, con cui ancora tediamo gli italici studenti, quando celebrano la guerra, l'irredentismo e il colonialismo? Ad ogni modo, non sfugga che la costante del testo, di cui il titolo è espressione fin troppo chiara, è la celebrazione della montagna, l'ebbrezza della conquista della vetta, l'emozione che solo la prospettiva del mondo guardato da una cima può dare. Alla fine non resta che prendere sacca e scarponi e fare i conti col la propria storia, una storia che parte dalla propria geografia.

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    Soulfly

    04/01/2014 19.28.48

    Un bellissimo libro sulla montagna...un grande romanzo storico, genere in cui WuMing è imbattibile. Ricco di precisi e documentati riferimenti storici che personalmente adoro trovare nei romanzi. Ho apprezzato molto la dedica alla Libera Repubblica della Maddalena. Bentornati e lunga vita ai WuMing!

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    Vittorio pisa

    14/10/2013 18.44.47

    Tanto per rimanere in tema, la lettura di questo libro e' stata una salita lenta e faticosa, ma alla fine anche appagante. Non un vero e proprio romanzo, bensì un saggio storico. l'impresa di Benuzzi, prigioniero di guerra in africa che scappa dal campo di prigionia inglese per salire sul monte Kenia e poi farvi ritorno (dopo aver piantato sulla cima il vessillo italiano) costituisce il movente per parlare di alpinismo, dell'irredentismo triestino, del fascismo, della guerra e del colonialismo italiano. Come dietro una lente la descrizione, minuziosamente documentata di un particolare serve per descrivere la situazione generale. Tuttavia proprio il ricorso ad una elencazione eccessiva di dati e notizie rallenta troppo la narrazione e appesantisce la lettura. Questo costituisce il maggior difetto del libro. Peccato perché quando la narrazione si concentra sulle vicende che hanno interessato la vita del protagonista, Benuzzi appunto, e le vicende storiche del periodo restano sullo sfondo, il romanzo prende vigore e la lettura e' interessante e piacevole. La partigianeria degli autori nel prendere posizione durante la descrizione degli eventi storici i e' troppo manifesta e stride con l'idea del romanzo storico. Inaccettabile che la tragedia delle foibe venga liquidata in tre righe. Fatte queste premesse resta un libro apprezzabile ed una lettura consigliata. Non per tutti, comunque.

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    Fabio Ponzana

    25/08/2013 12.01.55

    In effetti è un libro estremamente di parte, talvolta troppo. Eppure trovo Wu Ming sempre molto intrigante, e come uomo di Storia non posso che convenire riguardo alla bellezza del narrato. Non vedo, e non sono proprio accusabile di sciovinismo, che cosa ci sarebbe stato di male se i tre fuggitivi italiani avessero issato il tricolore sul Point per...patriottismo. Di più? Sono convinto che l'abbiano fatto proprio per quello. Da leggere: averne di libri che invitano alla discussione ed al confronto come questo.

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    franco

    24/06/2013 09.56.04

    Nonostante l'impostazione politica palesemente schierata e parziale (emblematica in questo senso la sottovalutazione del fenomeno delle foibe, considerato alla stregua di una reazione inevitabile e necessaria e quindi giustificabile pur nella sua efferatezza), si tratta di un libro veramente di alto livello, dove la meticolosa ricostruzione storica si fonde con le esistenze dei protagonisti realizzando un mix riuscito e affascinante.

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    Alessio

    23/05/2013 07.47.45

    La storia individuale che diviene storia collettiva, storie troppo spesso dimenticate nell'eterno presente. Sperando di trovare anche noi quella che per Felice era la montagna, innalzandoci al di sopra del vociare incessante di questo mondo.

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    Filippo

    11/05/2013 16.57.24

    Partendo da una vicenda personale unica (la conquista del Monte Kenya scappando da un campo di prigionia, per poi farvi ritorno) si sviluppa il racconto della vita notevole di un uomo (Felice Benuzzi) e del suo tempo. La questione di Trieste, la Grande Guerra, il fascismo e il colonialismo italiano sempre travisato e taciuto per consueta ipocrisia nazionale. Un capolavoro, toccante e tragico, come le vite coinvolte di protagonisti e vittime.

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