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Editore: Giunti Editore
Collana: Cataloghi mostre
Anno edizione: 2015
Pagine: 368 p. , ill. , Brossura

8 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Arte, architettura e fotografia - Forme d'arte - Forme d'arte non grafiche - Scultura

  • EAN: 9788809803381
  Nel 2007 il J. Paul Getty Museum di Los Angeles e il Ministero per i beni e le attività culturali stabilirono un accordo di cooperazione culturale, tra i cui risultati è compresa la mostra dedicata ai bronzi monumentali del mondo ellenistico allestita quest'anno prima a Firenze e poi a Los Angeles. Le opere in bronzo dell'età ellenistica, l'epoca che convenzionalmente è compresa tra la morte di Alessandro Magno (323 a.C.) e quella di Cleopatra (30 a.C.), ultima regina del regno Tolemaico, sono ormai numerose grazie ai rinvenimenti degli ultimi due secoli; sono però solo una minima percentuale della selva di sculture che popolava piazze (agorai e fori), santuari, monumenti funerari, palazzi reali, edifici pubblici (ginnasi, sale per assemblee, teatri). Al contrario, ci è pervenuta una grande quantità di sculture in marmo. La nostra percezione del mondo classico e delle sue manifestazioni artistiche è fortemente condizionata dalla casualità della documentazione pervenutaci: ciò vale per le fonti scritte come per gli oggetti. Per secoli si è pensato che opere celebri come il Laocoonte, il Torso di Belvedere e altre sculture famose fossero originali greci, mentre furono realizzate da botteghe di copisti che molto probabilmente tradussero in marmo opere bronzee. L'estetica del Settecento ha costruito e trasmesso l'immagine delle sculture candide della statuaria classica che, nonostante le numerose evidenze della sua policromia giunte dalle scoperte all'inizio del XIX secolo, resiste nell'immaginario comune. Le sculture in bronzo popolavano città e santuari greci fin dall'età arcaica e dal V secolo a.C. le botteghe furono attivissime nella produzione di bronzi raffiguranti atleti, eroi, divinità. Dall'età di Alessandro Magno in poi produzione e tipologie rappresentative si ampliarono. Il fatto che i bronzi antichi abbiano un impatto minore sulla nostra percezione di visitatori di musei si deve alla ragione banale che essi non sono sopravvissuti, se non casualmente, perché il metallo con cui furono fabbricati era prezioso e in genere veniva rifuso. Perciò le sculture bronzee che osserviamo sparse nei musei del mondo provengono da rinvenimenti casuali: relitti come quello di Mahdia, al largo delle coste della Tunisia, oppure i bronzi di Riace dal mar Ionio o l'Apoxyomenos dalle acque della Croazia o, caso raro, l'Auriga di Delfi, sepolto da un terremoto già nel IV secolo a.C. Le sculture di bronzo viaggiavano in età romana, trasportate dai loro luoghi di origine a Roma o in altri centri dell'impero per abbellire portici pubblici e dimore private: le navi talvolta facevano naufragio, talvolta ci si doveva liberare del carico per salvare l'imbarcazione. La mostra, di cui il catalogo dà una fedele testimonianza, raccoglie la scultura bronzea ellenistica, di un'epoca cioè in cui società e cultura figurativa si trasformano sostanzialmente. Nell'introduzione i due curatori offrono una panoramica dei problemi affrontati, sul valore del bronzo nel mondo antico, sulla riscoperta della scultura bronzea ellenistica e sugli studi attuali. Lascia perplessi la loro affermazione che nel Rinascimento gli studiosi tentarono di collegare gli artefatti conservati alle fonti, una pratica che – salvo qualche rara eccezione – caratterizza invece gli studi archeologi dell'Ottocento, quando infatti furono identificate e attribuite ai loro autori sculture come il Doriforo e l'Apoxyomenos. Ancora più singolare sembra l'affermazione che le statue bronzee all'epoca erano stimate come originali: c'è da chiedersi quali statue bronzee si potevano vedere nel Rinascimento. L'affermazione è giusta se riferita invece alle più celebri sculture in marmo, considerate originali greci, mentre dall'inizio del XVIII secolo si cominciò correttamente a mettere in dubbio questa opinione. Il catalogo offre una serie di saggi che affrontano la questione dei bronzi ellenistici da molteplici punti di vista. Uno di essi è il contesto della scoperta: per gran parte della statuaria bronzea ellenistica, come quella precedente, non si conosce la collocazione originale. Il saggio di Sean Hemingway si dedica a questo argomento, senza entrare in dettaglio nelle attribuzioni, come nel caso della statuetta bronzea da Ercolano, supposto modellino della figura di Alessandro nel monumento lisippeo che commemorava la battaglia del Granico, oppure accettando univocamente la ricostruzione di Andrew Stewart del cosiddetto Piccolo Donario di Attalo I, mentre non ritiene di far menzione – seppur per confutarla – dell'ipotesi di Filippo Coarelli. Il contributo è integrato dallo scritto sui recentissimi rinvenimenti di bronzi dall'Egeo, come lo splendido torso di statua equestre del III-II secolo proveniente da Calimno. Uno dei saggi più significativi per chiarezza di linguaggio e solidità argomentativa è quello di Carol Mattusch, la studiosa americana che da anni si dedica al problema dei bronzi con un approccio concreto per superare il semplice approccio stilistico, spesso inconcludente. Adottando l'evidenza delle tecniche di produzione si è giunti a una comprensione migliore della statuaria bronzea, una produzione che si adattava alla produzione di multipli. La datazione di queste opere è spesso resa problematica dal fatto, già noto a Winckelmann, che in età romana gli scultori eseguivano opere secondo gli stili precedenti, arcaico e classico. Chris Hallet affronta il tema di come gli artisti lavoravano in stili retrospettivi, talvolta con vere e proprie contraffazioni. Gli artisti ampliarono e variarono il corpus dell'arte greca antica con opere "alla" Fidia e Policleto, che i due grandi bronzisti del V secolo a.C. non avevano mai realizzato. In tal modo gli artisti di età romana resero l'eredità artistica greca funzionale all'epoca in cui vivevano. Hallet avanza l'ipotesi, condivisibile, che molti bronzi collezionati dai romani come opere di V e IV secolo a.C. fossero in realtà falsi eseguiti alla loro epoca. Nel saggio sul colore del bronzo si affronta un tema che negli ultimi anni è diventato consueto almeno per quanto riguarda la scultura marmorea. Anche in questo caso la nostra percezione dei bronzi antichi è falsata dai fenomeni di corrosione che hanno alterato la superficie; quando uscivano dalla bottega le sculture avevano un colore dorato simile all'oro. Oltre a ciò l'effetto della policromia era ottenuto con la lavorazione separata dei dettagli (ciglia, occhi, labbra, capezzoli, denti) che erano realizzati in rame, argento, pietre dure, avorio e altri materiali, in maniera da rendere le sculture più vicine al vero. Il catalogo ha ottime illustrazioni e mette a disposizione un utile apparato bibliografico aggiornato. Spiace che non ci sia una sezione diremmo così di cultura materiale, in cui mostrare in concreto i ritrovamenti odierni, ma anche quelli antichi, come nel celebre rilievo votivo dell'aruspice Fulvius Salvis, di età repubblicana, proveniente da Ostia.   Marcello Barbanera