Il prezzo della disuguaglianza. Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro

Joseph E. Stiglitz

Traduttore: M. L. Chiesara
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2013
Pagine: XXXVI-474 p., Brossura
  • EAN: 9788806214579
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    alce67

    24/09/2014 14:41:51

    Il tema dell'equità trattato da un economista e rilanciato come presupposto di stabilità, democrazia e sviluppo è molto interessante. Stieglitz ci da un interpretazione dettagliata e illuminante di come si sia approfondita la disuguaglianza negli Stati Uniti e come questo minacci il futuro stesso del loro sviluppo economico e sociale. Da trent'anni il paese ha intrapreso un percorso che rinnega lo stesso "sogno americano". Il trattato è un pò ridondante e avrebbe potuto seguire un filo logico più rigoroso. E' inoltre molto ricco nello spiegare il fenomeno, un pò generico nel proporre soluzioni. L'opera vale per la quantità delle informazioni contenute e per la qualità delle argomentazioni su economia, politica e società.

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    Claudio

    16/11/2013 00:21:44

    Quella di Stiglitz è un gran bella analisi della situazione socio-economica americana attuale, ma che può esser applicata, con risultati del tutto equivalenti, a quella europea, italiana in particolare. Lo Stato cosiddetto democratico (di qua e di là dell'Atlantico, nota del lettore) è stato posto nell'incapacità di controllare la finanza propria, e quella altrui che scorrazza in casa, e di legiferare di conseguenza. L'impressione che se ne ricava (ed a quanto risulta è la realtà) è che alcuni centri di potere globali (pecunia non olet) sono in grado di condizionare scelte di legislazione "democratica", le quali in realtà favoriscono una ridotta aristocrazia del movimento del denaro (1% della popolazione o poco più) che crea remunerazione senza prodotto, del tutto fine a sé stessa, a scapito del rimanente "demos" che vien ridotto a spettatore e vittima di scelte spacciate come indispensabili ad evitare il peggio. Ma di peggio non c'è. C'è anche un piccolo accenno all'euro, che parrebbe esser un creatura sterile creata a tavolino, congruente con il progetto di rimpallo della finanza globale; ma l'analisi non viene ulteriormente approfondita. I rimedi proposti da Stiglitz sembrano ricette un po' scolastiche, ma l'importanza prevalente del libro è il valore del "j'accuse" che arriva da un Nobel dell'Economia, con una carriera e una posizione ben rilevanti nell'establishment che egli stesso analizza con forte critica. Da leggere (e spaventarsi).

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    roberto

    29/08/2013 15:01:42

    I temi sono affrontati da un punto di vista piu' politico che economico; e' quindi naturale che l'autore, anche nelle soluzioni proposte per contrastare il gap crescente tra il 99% della popolazione e il privilegiato 1%, si sia concentrato quasi esclusivamente sulla situazione americana. Tutti gli elementi descritti sono comunque ben visibili in una evoluzione disfunzionale del capitalismo in tutto il mondo e specialmente in Europa. Purtroppo, se gia' Stiglitz non e' totalmente ottimista nella futura capacita' dell'America di invertire questa tendenza, lo e' ancora meno per quanto riguarda l'Europa. Come dargli torto?

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    Stefano Vaglio Laurin

    07/04/2013 23:44:12

    Il tema della disuaglianza ha radici antiche, vede le sue origini gia' dalle prime forme di comunita' organizzata.Spesso si e'intrecciato con quello della stratificazione sociale ed ha alimentato ideologie,movimenti,teorie economiche. Ha appassionato J.Jaques Rousseau,Karl Marx, sindacalisti ed economisti.La visione di Stiglitz esposta nel libro e' quella che la disuguaglianza oggi si esprime nella societa' americana concretizzandosi in due blocchi di dimensioni inversamente proporzionali, l'uno che rappresenta l'1 % in termini di unita' umane ma che detiene le leve dell'economia , della politica ( tout court : del potere) e l'altro , numericamente superiore , significante il 99% ,che subisce le decisioni penalizzanti della controparte. Quella di Stiglitz e' la constatazione che la democrazia fondata su " una testa, un voto " e' stata rimpiazzata da una forma di controllo che poggia sul dogma " un dollaro, un voto " . Stiglitz e' bravo nel testo a descrivere i meccanismi economici attuati , le mosse compiute sulla scacchiera politica e le speculazioni intraprese dai centri di potere a discapito dei comuni cittadini, caricati degli oneri di una globalizzazione finalizzata esclusivamente all'arricchimento di quel " maledetto " 1%. Il viaggio di Stiglitz e' tutto dentro l'America, ma le situazioni presentate sono spesso assimilabili a quelle vissute in Europa:basta cambiare valuta di riferimento e volti dei politici.Comunque sia Stiglitz oggi e' voce autorevole di denuncia dell' erosione della democrazia,che si accompagna fisiologicamente alla perdita progressiva delle conquiste sociali.Occorre una risposta urgente del 99%. Stiglitz avanza diversi modelli di reazione.Utilizzando pero l'attuale meccanismo elettivo,quello vigente,democratico e rappresentativo,nutro dubbi di poter assistere a cambiamenti epocali.Necessario elaborare un nuovo modello di Stato in cui il 99% possa agire realmente nel proprio interesse.Ma cio'richiede un altro libro .

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  Da decenni, nel nostro paese, la parola "disuguaglianza" è scomparsa dal linguaggio della politica, dei partiti, dei media, di gran parte degli accademici. Questo accade in un'epoca in cui le disuguaglianze di reddito e di ricchezza sono diventate abissali. Nel mondo, poche decine di milioni di individui possiedono ciascuno una ricchezza pari a 1315 volte quella di ciascuno dei tre miliardi e mezzo di individui che formano la base della piramide. In Germania, l'indice di Gini applicato alla ricchezza sfiora ormai lo 0,8, come dire che poche migliaia di famiglie detengono la maggior parte del patrimonio immobiliare e finanziario del paese. In Italia il 60 per cento dell'Irpef proviene dal reddito da lavoro dipendente, e il 30 per cento dai pensionati: di contro, imprenditori, commercianti, professionisti pagano oramai appena il 10 per cento. E negli Stati Uniti, da cui ci arriva il libro di Stiglitz, l'1 per cento dei contribuenti percepisce quasi un quarto di tutto il reddito nazionale. Dove sta il problema a fronte di una distribuzione di reddito e ricchezza così diseguale? Nel fatto che i super-ricchi possiedono yacht lunghi 100 metri e i poveri nemmeno una barchetta di plastica? oppure che i primi vivono in ville con venti stanze e i poveri in alloggi di 60 metri quadri a due ore di metro o autobus dal posto di lavoro, dei quali fanno fatica a pagare le bollette ‒ un fatto da cui si può concludere che l'attuale distribuzione è profondamente ingiusta? Sono molti coloro che giungono a tale conclusione. Ma Stiglitz mostra che l'ingiustizia economica, per quanto riprovevole, non è il punto cruciale. Esso è da vedere piuttosto nel fatto che l'1 per cento al culmine della piramide sociale, oltre all'economia, controlla pure la politica e i media. "Se in un paese il potere economico viene distribuito in modo troppo disuguale, ne deriveranno conseguenze politiche" scrive Stiglitz. E prosegue: "Chi è ricco userà il proprio potere politico per plasmare lo stato di diritto affinché gli offra una cornice in cui essere libero di sfruttare gli altri. (…) In generale, se alcuni gruppi controllano la politica, la useranno per definire un sistema economico che li favorisca attraverso leggi e regolamentazioni in materia fallimentare, relative alla concorrenza, alla proprietà intellettuale o le imposte; oppure, indirettamente, attraverso i costi di accesso al sistema giudiziario". È dubbio che questo libro possa convincere le corporation, il mondo produttivo, che un tasso eccessivo di disuguaglianza danneggia anche loro. Ma prima o poi dovranno pure rendersi conto che i bassi salari, la disoccupazione, il lavoro precario diminuiscono irrevocabilmente il numero di coloro in grado di acquistare i beni e i servizi che le corporation fabbricano. I ricchi non consumano abbastanza per compensare la riduzione della domanda del 90 per cento della popolazione, da un lato perché sono pochi, dall'altro perché, a onta di quanto affermano molti economisti, preferiscono impegnare il loro denaro in operazioni volte a produrre altro denaro piuttosto che destinarlo a investimenti produttivi. Il libro di Stiglitz si rivolge primariamente all'America, di cui denuncia il degrado politico ed economico. Ma l'autore conosce bene l'Europa, e ha fatto parte di commissioni che avevano il compito di suggerire riforme finanziarie a governi europei. Per cui quanto scrive si attaglia assai bene pure alla situazione europea. Dove il connubio tra economia e politica non è mai stato così intenso ed evidente – per chi voglia vederlo. In primo piano ci sono le "porte girevoli", che vedono di continuo transitare personaggi noti dall'una all'altra. In secondo piano ci sono le direttive, i memorandum, le richieste inviate perentoriamente da Bruxelles o da Francoforte ai governi europei: documenti che sono stati sì messi a punto da funzionari, ma il cui testo base proviene molto spesso dai centri del potere finanziario o dai suoi think tanks. Un giudizio aspro viene espresso dall'autore sui processi di liberalizzazione e privatizzazione, e anche qui quanto dice sugli Stati Uniti si attaglia bene all'Unione Europea e all'Italia. In tutto il mondo le privatizzazioni hanno consentito alle corporation che hanno acquisito beni e aziende pubbliche di realizzare immensi guadagni. Avessero almeno generato maggior efficienza nella gestione, o servizi e prodotti migliori. Ma non è andata così. Un caso esemplare è stata la privatizzazione più grande mai realizzata negli Stati Uniti, quella della compagnia produttrice dell'uranio arricchito usato per le centrali nucleari. Per oltre quindici anni la compagnia privatizzata è stata tenuta in piedi dai sussidi governativi; di recente è stato proposto di rinazionalizzarla. La privatizzazione delle pensioni della Social Security, propugnata dal presidente Bush nei primi anni 2000, è fortunatamente andata a monte, poiché la crisi finanziaria iniziata nel 2007 ne avrebbe spazzato via gran parte del patrimonio. Nel Regno Unito, la privatizzazione delle pensioni, seppure parziale, ha ridotto l'ammontare delle pensioni erogate del 40 per cento. Per non parlare del sistema sanitario. Esso costa negli Stati Uniti il 16 per cento del Pil, e assicura a decine di milioni di persone una protezione ridotta; nei principali paesi dell'Unione Europea costa all'incirca la metà, e protegge nella stessa elevata misura tutta la popolazione. Molto spazio dedica Stiglitz a quella che è stata chiamata l'isteria del deficit. Negli Stati Uniti il bilancio federale è stato gravato dalle spese militari, che solo per l'Iraq si sono aggirate sui tremila miliardi di dollari, e dal salvataggio delle banche, costato almeno tre volte tanto. Inoltre è stato dissanguato dai tagli alle imposte regalati da Bush ai contribuenti più ricchi. Nell'Unione Europea i salvataggi delle banche sono costati almeno duemila miliardi, mentre altri buchi miliardari venivano scavati nei bilanci pubblici, compresi quelli degli enti territoriali, dagli sgravi di imposta e dallo spostamento dei capitali e dei redditi in giurisdizioni offshore. Posti dinanzi a tale critica situazione, i governi hanno deciso che per uscirne era necessario tagliare le pensioni agli strati sociali medio-bassi, e con esse la sanità, i servizi pubblici, gli asili. Come dice Stiglitz, si trova sempre il denaro sufficiente ad acquistare un jet da guerra (chissà se pensava agli F35 cui l'Italia vorrebbe destinare miliardi), ma non ne avanza per aiutare i mutuatari in difficoltà a rimanere nelle loro case, o per trattare con le grandi case farmaceutiche una riduzione del prezzo dei medicinali. Sorprende un po', nell'ultimo capitolo, la modesta portata delle riforme che Stiglitz propone per "contenere" il settore finanziario. Dopo avere bacchettato a lungo gli errori e la vocazione predatoria del settore, e documentato come esso abbia concorso ad aggravare la disuguaglianza nel mondo, proporre di restringere la leva del debito, rendere più trasparenti e competitive le banche, o limitare i bonus che incoraggiano l'assunzione di rischi da parte dei dirigenti, sembra davvero un po' poco. Ma si riconosca a un economista liberal, membro dell'establishment e dei circoli economici internazionali, il merito di aver fatto qualcosa che i partiti cosiddetti di sinistra europei, compresi quelli italiani, non si sognano più nemmeno di tentare: discutere con competenza e con passione civile di disuguaglianza, di distribuzione del reddito, e perfino di lotta di classe.   Luciano Gallino