Recensioni Promemoria

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    11/05/2020 13:55:05

    Forse non è appropriato parlare di poesia, ma i "promemoria" di Andrea Bajani certo ne possiedono il senso evocativo. Amore, morte e inquietudine si alternano riga dopo riga, pagina dopo pagina, attraverso immagini sfocate ma dense di emozionalità. Una raccolta estremamente personale, nella quale si possono intuire le esperienze dell'autore, il cui fulcro è l'esigenza inalienabile di comunicare attraverso le parole, a volte impossibili da tenere a freno. È di certo un testo da centellinare, senza fretta, o da provare a riprodurre come esercizio quotidiano di riflessione e catarsi.

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    10/11/2017 09:43:12

    Poesie limitate a pochi versi, prosastici o cantilenanti, ironici o angosciati, a scandire il susseguirsi giornaliero delle attività domestiche e lavorative, o l’alternarsi delle emozioni e dei sentimenti. Mansioni quotidiane da espletare, con noia oppure con rigoroso senso del dovere, sorridendo o imprecando, in un minuzioso elenco di verbi all’infinito che aprono la maggior parte delle composizioni: Richiamare, Restituire, Prendere, Imparare, Ricordarsi, Aspettare, Andare, Cercare, Continuare… Esortazioni che l’autore rivolge a se stesso, quasi fossero un incoraggiamento ad affrontare la giornata particolare e l’esistenza in generale senza lasciarsi sopraffare dall’angoscia, dalla distrazione, dall’insofferenza. Nelle piccole incombenze casalinghe: “Cambiare la lampadina alla madonna / con bambino fulminata sulle scale. / Scendere in cantina per verificare / se scatta il numerino al contatore. / Tornare su a controllare se funziona. / Se ancora non si accende bestemmiare”. Negli impegni sociali e nelle questioni sentimentali: “Prendere una pillola ogni sera / per dormire. Trasformare / la disperazione in infelicità. / Scegliere quale preferire. / La dottoressa riceve il giovedì”. Ironia e autoironia, con l’amara constatazione dei fallimenti propri e altrui, la non adesione dei progetti ai risultati, il perpetuo perdere e perdersi nello stillicidio di giorni, incontri, convenevoli e vano affaccendarsi. La maschera da indossare trova una sottolineatura stilistica nell’uso reiterato, quasi parodistico della rima, tipico delle filastrocche, degli strambotti, dei canti carnascialeschi. C’è sarcasmo ma c’è anche dolore, non appena si affrontano i ricordi e le figure più care dell’infanzia, nel rimpianto di un’ingenuità tradita, di un’attesa delusa. Per cui se il frequente aculeus finale può sterzare nel sogghigno, sa anche trattenersi quando valuta intellettualmente l’arcana responsabilità della parola, il suo segreto incanto.

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