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Da uno dei migliori scrittori britannici contemporanei, un romanzo spiritoso e tagliente, una feroce critica sociale e politica travestita da giallo.
«Jonathan Coe è forse lo scrittore più interessante della sua generazione.» - Nick Hornby
Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
La prova della mia innocenza di Jonathan Coe è un romanzo che parte fortissimo e conferma, per buona parte della lettura, il talento dell’autore. La storia si presenta inizialmente come un’indagine su una morte sospetta legata ad ambienti politici e ideologici della Gran Bretagna contemporanea. Il lettore viene coinvolto in una trama che mescola mistero, satira e osservazione sociale, in perfetto stile Coe. Per circa tre quarti del libro, tutto funziona grazie alla scrittura è brillante, ai personaggi che appaiono credibili, ed al solido intreccio. E soprattutto, si ritrova quel piacere tipico di Coe: riconoscere rimandi, collegamenti, personaggi che appartengono a un universo narrativo più ampio, dove le famiglie (Winshaw, Trotter…) diventano chiavi di lettura della società britannica. Poi però qualcosa si rompe. Coe introduce un meccanismo meta-narrativo – una sorta di “romanzo nel romanzo” vicino all’autofiction – che ribalta la percezione della storia. L’intenzione è chiara: riflettere su verità, narrazione e costruzione del racconto. Ma il risultato è spiazzante in senso negativo. Il lettore, che ha seguito un’indagine con attenzione, si ritrova improvvisamente a dubitare di tutto: • cosa è reale? • cosa è inventato? • cosa ha davvero senso seguire? La sensazione finale è quella di un percorso che si interrompe proprio quando dovrebbe arrivare a compimento. Non tanto per la complessità, quanto per una frustrazione narrativa: è come se l’indagine si dissolvesse sotto i piedi del lettore. Resta la qualità della scrittura e la capacità di Coe di costruire un grande affresco della società inglese. Ma qui il gioco intellettuale finisce per prevalere sulla storia. Un buon romanzo, ma con un finale che lascia l’amaro in bocca.
La prova della mia innocenza di Jonathan Coe è un romanzo che parte fortissimo e conferma, per buona parte della lettura, il talento dell’autore. La storia si presenta inizialmente come un’indagine su una morte sospetta legata ad ambienti politici e ideologici della Gran Bretagna contemporanea. Il lettore viene coinvolto in una trama che mescola mistero, satira e osservazione sociale, in perfetto stile Coe. Per circa tre quarti del libro, tutto funziona grazie alla scrittura è brillante, ai personaggi che appaiono credibili, ed al solido intreccio. E soprattutto, si ritrova quel piacere tipico di Coe: riconoscere rimandi, collegamenti, personaggi che appartengono a un universo narrativo più ampio, dove le famiglie (Winshaw, Trotter…) diventano chiavi di lettura della società britannica. Poi però qualcosa si rompe. Coe introduce un meccanismo meta-narrativo – una sorta di “romanzo nel romanzo” vicino all’autofiction – che ribalta la percezione della storia. L’intenzione è chiara: riflettere su verità, narrazione e costruzione del racconto. Ma il risultato è spiazzante in senso negativo. Il lettore, che ha seguito un’indagine con attenzione, si ritrova improvvisamente a dubitare di tutto: • cosa è reale? • cosa è inventato? • cosa ha davvero senso seguire? La sensazione finale è quella di un percorso che si interrompe proprio quando dovrebbe arrivare a compimento. Non tanto per la complessità, quanto per una frustrazione narrativa: è come se l’indagine si dissolvesse sotto i piedi del lettore. Resta la qualità della scrittura e la capacità di Coe di costruire un grande affresco della società inglese. Ma qui il gioco intellettuale finisce per prevalere sulla storia. Un buon romanzo, ma con un finale che lascia l’amaro in bocca.
Noioso. Prolisso. Trama inconsistente. Delusione
Recensioni
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