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Marco Belpoliti

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2007
Pagine: 206 p. , ill. , Brossura
  • EAN: 9788806171582
La copertina del nuovo libro di Marco Belpoliti riproduce lo schizzo a penna di una ruota di luna park. Un'immagine di per sé incline a evocare idee serene e positive: l'infanzia, la leggerezza, il divertimento, il gioco. In seconda istanza, la si potrebbe associare a valori simbolici non immuni da fatalismo o malinconia: il moto circolare e quindi l'andamento ciclico del tempo, oppure – visto che sulla ruota non appaiono figure umane – la crepuscolare stanchezza della festa conclusa. Ma in realtà questa immagine ha il valore di una secca antifrasi. A rivelarlo è la didascalia sottostante, di pugno dell'autore (così come il disegno stesso, uno dei tanti che illustrano il volume): "La ruota dei bambini di Cernobyl". Le giostre, che si trovano nell'abitato di Pripiat', vennero inaugurate il 25 aprile 1986. Funzionarono un solo giorno, la vigilia dell'esplosione di uno dei reattori della vicina centrale nucleare. Da allora la ruota è immobile, come un orologio rotto: e segna una lacerazione irreparabile del tempo, la negazione brutale e ultimativa di ogni possibile idillio. A breve distanza, il greve sarcofago di cemento armato che tiene a bada il materiale radioattivo: una specie di bunker che tende a sprofondare, minacciando ulteriori e ancor più terrificanti catastrofi.
La prova è una raccolta di appunti di viaggio, presi durante la lavorazione del film La strada di Levi (nelle sale all'inizio dell'anno, ora disponibile in dvd). In coppia con il regista Davide Ferrario, Belpoliti ha progettato e realizzato una replica dell'avventurosa anabasi narrata da Primo Levi nella Tregua: dalla Slesia all'Italia attraverso Ucraina, Bielorussia, Romania, Ungheria, Slovacchia, Austria e Germania. Otto mesi, dal 27 gennaio (data dell'ingresso dell'Armata rossa ad Auschwitz) fino all'arrivo a Torino il 19 ottobre, il ritorno a una difficilissima normalità, l'attesa di una "prova" che i reduci del lager presagiscono con timore, fra ricordi assillanti e incubi atroci.
Qual è il senso di tale operazione? Una parte della risposta credo si debba cercare nel confronto con altri viaggi della memoria; primo fra tutti, il viaggio ad Auschwitz, che oltre a ispirare opere letterarie (Campo del sangue di Eraldo Affinati, 1997) è un'esperienza condivisa da migliaia e migliaia di persone, come i pellegrinaggi religiosi d'ogni epoca. Ecco: il viaggio che Belpoliti ci propone si può definire in antitesi al pellegrinaggio inteso come percorso "orientato", intrinsecamente significante, che dalla più o meno esplicita sacralità della meta ricava valore e legittimità. In fondo al tragitto del pellegrino c'è infatti un luogo assoluto, epifanico, che equivale simbolicamente al centro del mondo: si tratti di Gerusalemme o della Mecca, della grotta di Fatima o del crematorio di Birkenau. Quello che Primo Levi compì nel 1945 fu invece un viaggio assurdo, un insensato (e involontario) vagare per un'Europa in rovine, eppure piena di vita: una sospensione che inopinatamente dilazionava la dolorosa verifica dell'umanità sopravvissuta al lager.
Ora, in quanto ripetizione di un cammino altrui, il viaggio di Belpoliti acquista di per sé valore di commemorazione. Ma il vero recupero di senso avviene su un piano diverso. Prima per i sopralluoghi insieme a Ferrario, poi per le riprese
con l'intera troupe, Belpoliti si trova infatti a ripercorrere un itinerario che rimane comunque privo di meta: emblematico è il fatto che non riesca a individuare con precisione il punto estremo della peripezia, la Casa rossa di Staryje Doroghi (del resto presentata da Levi come una sorta di limbo). In compenso, ogni singola tappa appare caratterizzata da altre macerie, diverse e simili a quelle dell'immediato dopoguerra: altre tensioni, altri sforzi di rinascita, altri cortocircuiti fra memoria e oblio. Dalle acciaierie di Nowa Huta alla stazione di Žmerinka, dal mercato di Leopoli al Parco delle statue di Budapest, i cascami del passato recente si mescolano con nuovi monumenti e nuovi musei, i costumi tradizionali e le vestigia ottocentesche si incontrano con l'avanzare di una vorace, imprevedibile modernità.
Ciò che la "strada di Levi" restituisce, sessant'anni dopo la fine del conflitto mondiale e sedici dopo la caduta del Muro di Berlino, è dunque il senso dell'inesorabile contingenza del reale, con cui ciascuno di noi è chiamato a misurarsi. Nessun punto di riferimento sicuro, nessun santuario o oracolo: bensì, più laicamente e fuori da ogni risvolto teleologico, una serie di eventi e di conflitti, di paradossi e di catastrofi (il precedente libro di Belpoliti si intitolava, non a caso, Crolli), protesa verso un incerto futuro. L'andare conta insomma più dell'approdo: lo sguardo mobile che esplora, più di quello che fisso contempla. E nulla si confà a questo assunto meglio di un impianto diaristico, tutto lampi e frammenti, interrogativi, "sincronie". In questa luce, il ruolo che Levi assume è quello del maestro di osservazione: spregiudicato, curioso, alieno da ogni semplificazione frettolosa, conscio dell'infinita varietà e complessità delle cose e dell'importanza cruciale del nesso fra conoscenza e occasioni. Di qui, anche, la necessità di un libro che, se per un verso segue il film insieme a cui è nato, per un altro lo trascende. Le immagini hanno un'immediatezza e una concretezza insostituibili (e ciò vale anche per i disegni e le fotografie); ma, come nota Belpoliti, "per capire occorrono le parole". Sia pur veloci, dimesse, concise, e vergate nei ritagli di tempo sui Moleskine.
  Mario Barenghi