Psicoanalisi come percorso - Franco Borgogno - copertina

Psicoanalisi come percorso

Franco Borgogno

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Anno edizione: 1999
In commercio dal: 26 febbraio 1999
Pagine: 240 p.
  • EAN: 9788833956121
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Psicoanalisi come percorso

Franco Borgogno

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Il titolo indica il "percorso" personale dell'autore attraverso la psicoanalisi, nella pratica clinica e nell'insegnamento. Ma "percorso" indica anche l'esigenza, per chi si occupa di psicoanalisi, di tenere sempre presente la storia di questa disciplina, i cui fili conduttori possono essere rintracciati e acquisire plausibilità solo in un dialogo tra gli analisti e con i maestri del passato. Il contributo del paziente è essenziale in questo cammino, perciò "percorso" è un modo per definire l'esperienza stessa della psicoanalisi, come progresso faticoso e arricchente.
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    Jo

    19/09/2018 19:56:28

    Un testo fondamentale per chi vuole fare della psicoanalisi il suo mestiere. L'autore descrive il proprio originale punto di vista rispetto al percorso analitico sottolineando l'importanza del viaggio, della scoperta e della condivisione di esperienze con un gruppo che sappia sostenere le nostre idee d farle fruttare. In quest'ottica riscopre autori e testi psicoanalitico poco conosciuti evidenziandone l'immensa ricchezza.


recensioni di Conforto, C. L'Indice del 1999, n. 06

La scelta di Borgogno, etica in quanto rimanda all’assunzione di una responsabilità personale espressa dalla costruzione di un proprio modello di lavoro, si va in questo libro arricchendo attraverso il dialogo con quelli che, con Boccanegra, chiamerei i suoi colleghi fidati (Freud, Heimann, Bion, Ferenczi soprattutto).

Nella rilettura dei loro contributi, rispettosa e attenta ma libera da dipendenze idealizzanti, sta una grande sostanza del lavoro. Il caso del piccolo Hans come revisione tecnica è paradigmatico: in questa proto-supervisione della relazione Hans - suo padre, Borgogno coglie un modo di porsi di Freud che appare distante da quello, più rigido, controtransferalmente difeso, presente nel precedente lavoro con Dora. Il Freud del piccolo Hans "prospetterebbe (...) quell’‘ascolto dell’ascolto dell’analista’", ripreso recentemente da Haydée Faimberg, che spingerebbe il terapeuta a interrogarsi sul significato che hanno assunto nel paziente le interpretazioni, ovvero quale traduzione di esse hanno compiuto gli oggetti interni, come le hanno reinterpretate.

L’omaggio a Paula Heimann è un modo per raccontare il coraggio di chi si addentra nelle complessità del controtransfert e nel far ciò lavora con se stesso per "far posto all’‘altro’ e a riceverlo": così, nel tratteggiare con parole sue il vertice psicoanalitico della Heimann, invitando il terapeuta a non disconoscere la ricchezza di affetti e fantasie che nascono in lui nell’interazione col paziente, e che inevitabilmente si rifletteranno nel transfert del paziente, ho la sensazione che le voci di Heimann e di Borgogno si completino a vicenda, frutto del lavoro di una coppia che è a sua volta sorretta dalla affettuosa intimità con i pensieri trasmessi da predecessori deidealizzati, quindi umani, fragili e geniali come Freud e Ferenczi e Winnicott.

È una puntualizzazione del modo di intendere la relazione psicoanalitica che si articola su concetti che stanno occupando e occuperanno sempre più spazio: l’holding di Winnicott, la rêverie di Bion, il campo bipersonale dei Baranger, il posto per l’altro di Di Chiara, il contenimento inteso da Rosenfeld come dimensione mentale caratterizzata dall’estrema attenzione del terapeuta nell’aprire alle comunicazioni del paziente aree poco sensibili della propria mente.

In un seminario a Milano del 1982, Rosenfeld, commentando le difficoltà dell’analista ad accogliere e condividere gli aspetti più orribili e disgustosi del paziente (così come era accaduto un tempo alla madre), osservò: "Egli [il paziente] teme che lei [analista] sarà incapace di contenere la situazione. Qui il contenere significa elaborazione mentale particolareggiata del significato". Ho riportato questo stralcio di supervisione non per suggerire un confronto tra alcuni modi di intendere l’interpretazione quanto per segnalare una confluenza di posizioni analitiche che sottendono una rinnovata attenzione, nella psicoanalisi europea, alla straordinaria rilevanza della reciprocità di intese e malintesi nella coppia madre-bambino, nella sua imprescindibile significatività per lo sviluppo e l’organizzazione psico-fisica dell’individuo, delle cui coordinate tiene necessariamente conto il lavoro dell’analista.

È nella drammaticità del capitolo 5, Spoilt children, che Borgogno entra in maniera diretta nel territorio della grave distruttività e dell’odio con il quale si incontra nel lavoro analitico e la cui genesi è da lui inserita nel rapporto infante-ambiente, inteso come "la mente della madre e la qualità delle relazioni fra i genitori e fra i genitori e i figli".

Nell’analisi di questi gravi pazienti (adolescenti e adulti) l’autore si sofferma su due "fenomeni di base della [loro] sofferenza – l’intrusione parentale e la conseguente estrazione di parti vitali ed evolutive dell’Io". Qui Borgogno assume una posizione netta, a favore della terapeuticità del non denegare (per motivi difensivi) che i danni, i deficit, l’odio che il paziente manifesta e che ripropone nell’analisi possano ricondursi a influenze, a sottili e impercettibili violazioni subite nell’infanzia.

Questi rilievi, che assumono massima evidenza nell’osservazione e nel trattamento delle condizioni psicotiche, riportano l’autore a riconsiderare le prime osservazioni analitiche sulle deformazioni dello sviluppo mentale indotte da situazioni traumatiche nell’infanzia.

Acquista così pieno significato il ritornare di Borgogno, negli ultimi capitoli, sulle anticipatorie posizioni di Ferenczi. Esse sono precedute da due scritti che riguardano l’ultimo Bion, quello di Memoria del futuro (1997; Cortina, 1998) e del particolarissimo volume di note e riflessioni (dal 1958 al 1979) pubblicato postumo, Cogitations. La personale lettura che Borgogno propone è funzionale al progetto di stimolare lo psicoanalista a evitare la prigionia della mente, catturabile da ciò che non crea eccessiva inquietudine, da ciò che, essendo troppo noto e "tradizionale", può "mortificare" la capacità di liberamente osservare, sperimentare: per mantenere insomma "la specie ‘psicoanalista’" fuori da uno stato di cattività. Qui Borgogno ricorre inizialmente al Bion teorico della Memoria del futuro: un Bion, esploratore della complessità della mente e dei suoi sconvolgenti contrasti, individuabili nella sua estensione relazionale e nello stesso tempo nella capacità di conoscere solo se stessa, anche nella relazione analitica: ad esempio quando l’analista, accogliendo il sogno del paziente, può risognarlo entro se stesso e proporre infine il: "Mi è venuto in mente questo", descrivendo ciò che è accaduto dentro la sua strutttura psichica. Un Bion che è altresì, come Borgogno ricorda, portatore schivo di un credo nella possibilità che la mente abbia un futuro, inteso come disposizione a crescere.

È nel capitolo dedicato a Cogitations che compare ancora più netta l’esigenza di Borgogno di seguire la conferma del suo modo di porsi come psicoanalista. Se è vero che l’incontro psicoanalitico è soprattutto un’esperienza in cui parlano le emozioni, allora la validazione del lavoro di Bion non può che giungere dalla scoperta di un Bion evocatore di emozioni, "eroe tragico" che tenta disperatamente di affermare la propria individualità, il valore della soggettività tendenzialmente soffocata dalla forza gregariante del gruppo.

Della rilettura di Ferenczi Borgogno offre diversi spunti di riflessione, ancora attualissimi, e in cui l’intreccio fra condizioni traumatiche (emozionali) subite dal bambino e avvenimenti di fraintendimento e di sottovalutazione di esigenze e bisogni del paziente mi pare costituisca l’ossatura fondamentale. Paradigmatico è il pensiero di Ferenczi a proposito del diniego, modalità familiare traumatica di disconoscere la percezione del reale del proprio figlio, deprivandolo della fiducia nei propri modi di accogliere la realtà. Scrive: "Il trauma appartiene così, per Ferenczi, al campo del non nominato, non detto, non capito e simbolizzato, ma certamente – a suo avviso – vissuto e sperimentato". Il passo successivo è di collocare questo non compreso fra i rischi e le trappole controtransferali più insidiose per l’analista. Rivolto all’analista è, di conseguenza, l’invito-speranza a disporsi ad apprendere dal paziente, porgendo ascolto alle sue verità che il paziente tenta di far giungere al terapeuta. Il libro si conclude senza una conclusione definita, work in progress consegnato al lettore.

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