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Curatore: M. Adenzato, C. Meini
Anno edizione: 2006
Pagine: XXXIII-273 p. , Brossura
  • EAN: 9788833957616
"Stoppit" è davvero portentoso. Basta impugnare la bomboletta e, con un paio di spruzzate, si può riparare un rubinetto che perde acqua o far svanire il fumo di una sigaretta oppure far tacere il bambino del vicino che urla a squarciagola, solo per citare alcune delle sue mirabolanti capacità. Non cercatelo al supermercato, però: non è in vendita. Non tanto perché "Stoppit" è allo stato attuale soltanto il prodotto di fantasia di un cartone animato di Gary Larson, ma soprattutto perché un prodotto del genere è di fatto irrealizzabile. Semplicemente, e nessuno sembra stupirsene, non esiste qualcosa con cui è possibile far fronte a qualsiasi tipo di situazione. Quando si passa da ciò che sta in una bomboletta a ciò che accade nella scatola cranica degli umani, tuttavia, la situazione cambia notevolmente. L'idea che la mente umana possa essere un risolutore generale di problemi è una tesi che, oltre che dal senso comune, continua a essere sostenuta in psicologia.
A caratterizzare in proprio le abilità cognitive degli umani è il fatto che essi mettono in atto comportamenti estremamente flessibili. Ora, come dar conto di comportamenti di questo genere? La tesi classica, definita da Leda Cosmides e John Tooby "Modello standard delle scienze sociali", è che gli esseri umani siano così flessibili perché sono il portato quasi esclusivo dell'esperienza appresa e della cultura, non della loro biologia. Un modello del genere si sposa alla perfezione con l'idea che la cognizione umana sia guidata da una forma generale di intelligenza: dando ascolto al Modello standard – in cui il peso esplicativo viene spostato su ciò che avviene fuori dall'individuo – in effetti è sufficiente ipotizzare architetture cognitive estremamente povere. A dispetto della sua plausibilità intuitiva, tuttavia, un modello del genere non regge alla prova dei fatti e il libro Psicologia evoluzionistica, una raccolta di saggi curata da Cristina Meini e Mauro Adenzato, ce ne spiega i motivi. La ragione principale è che il Modello standard non è compatibile con l'approccio evoluzionista: la selezione naturale, in effetti, sembra aver favorito architetture cognitive ricche di costituenti innati (menti "modulari", come si usa dire). La tesi attorno a cui gravita la maggior parte dei saggi del libro è che non solo la flessibilità della mente non è in contrasto con architetture cognitive ricche articolate, ma che soltanto menti di questo genere possano dar conto di comportamenti plastici e creativi.
Gli umani (come tutti gli organismi, d'altra parte) hanno sempre a che fare con singoli problemi specifici, mai con astratti problemi in generale. Come sostiene Donald Symons nel suo saggio, in effetti, "non esiste qualcosa come un 'risolutore universale di problemi' perché non c'è nulla come un problema universale". La difficoltà cui va incontro il Modello standard appare in tutta evidenza quando si provi a costruire un sistema artificiale capace di simulare le abilità umane di risoluzione di problemi: senza dotare il dispositivo di una qualche conoscenza relativa al problema in questione, esso è semplicemente incapace di fare alcunché. La tesi di Cosmides e Tooby (considerati tra i padri fondatori della psicologia evoluzionistica) è che per far fronte alle sfide ambientali ciò che ci si deve aspettare è "che l'architettura della mente umana includa numerose specializzazioni cognitive adattive, funzionalmente distinte". A sostegno di questa tesi i due autori propongono la metafora della mente come un coltellino svizzero in cui ogni lama è buona per un determinato compito e non per un altro.
I saggi che compongono la seconda parte del libro (quella che costituisce l'ossatura centrale del volume) portano argomenti e prove sperimentali in favore della tesi secondo cui la flessibilità del comportamento umano è spiegabile in riferimento a sofisticati dispositivi innati. Il saggio di Elizabeth Spelke, ad esempio, delinea il quadro delle conoscenze iniziali di base di cui un sistema cognitivo deve rispondere per dare avvio a qualsiasi forma di apprendimento. Il capitolo di Dan Sperber, invece, mostra che la trasmissione culturale può darsi soltanto ipotizzando un'architettura cognitiva massivamente modulare: un'architettura, vale a dire, che estende anche ai sistemi concettuali le caratteristiche dei moduli che Jerry Fodor aveva riservato al sistema percettivo. In tutti questi casi sono sempre i criteri evoluzionistici a dettare le regole del gioco: come sottolineano Cosmides e Tooby, infatti, "per capire come funziona la mente gli scienziati cognitivi dovranno identificare i problemi per risolvere i quali i nostri meccanismi cognitivi e neurali si sono evoluti".
Oltre a giustificare il valore funzionale specifico dei sistemi di elaborazione di cui dispone la mente umana, l'approccio evoluzionistico è uno strumento potente di analisi per un motivo di carattere più generale. Un approccio del genere apre in effetti la strada a un nuovo modo di interrogarsi sulla natura del mentale. Se la psicologia cognitiva ha compiuto il primo passo del programma di naturalizzazione della mente legando la questione della sua natura (la domanda relativa al "che cos'è") al problema di come deve essere fatto un dispositivo fisico per realizzarla, è solo con la psicologia evoluzionistica che si compie l'ulteriore passo decisivo. L'approccio evoluzionistico analizza la natura di un determinato fenomeno considerandolo come una risposta alle pressioni selettive imposte dall'ambiente esterno. Da questo punto di vista, tale approccio rappresenta un passo in avanti rispetto alla psicologia cognitiva perché offre una spiegazione relativa al "perché" la mente è fatta in un certo modo. L'intreccio teorico tra le questioni circa "cosa sia" la mente, "come" funzioni e "perché" funzioni in un certo modo vincola indissolubilmente l'analisi filosofica alla ricerca empirica e apre la strada a un approccio genuinamente naturalistico del mentale.
Non è esagerato sostenere che i saggi raccolti in questo volume rappresentino un punto di svolta nelle indagini sulla natura della mente e che pubblicare questi saggi in italiano ha il valore di un'operazione culturale importante. La distinzione tra "scienze della natura" e "scienze dello spirito" è ancora forte nel nostro paese: considerare l'essere umano secondo una linea di continuità con il mondo animale è un modo per superare il dualismo implicito in tale distinzione. Una testimonianza del fatto che nessun approccio naturalistico al mentale può essere pensato indipendentemente dal quadro teorico dell'evoluzionismo.
  Francesco Ferretti