Il pugnale e il veleno. L'assassinio politico in Europa (1400-1800)

Georges Minois

Traduttore: A. Ieva
Editore: UTET
Anno edizione: 2005
Pagine: XIII-393 p., Rilegato
  • EAN: 9788802074160
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Se l'assassinio politico è antico quanto le società organizzate, la sua storia in Europa nei secoli XV-XIX (cioè, indicativamente, tra la soppressione del re inglese Riccardo II, 1400, e il primo, fragoroso attentato terroristico moderno in Rue Saint-Nicaise contro Bonaparte, 1800) può meritare un'attenzione specifica nel rapporto con la genesi delle istituzioni moderne. Il passaggio infatti "dall'assassinio nascosto e turpe all'attentato plateale" interpella dimensioni filosofiche, religiose e appunto politiche che questo saggio brillante affronta con ricca documentazione: a partire da una prima fase – tra il 1400 e il 1550 – in cui il delitto è posto al servizio delle cause dinastiche e familiari. Si parla di "tirannicidio", termine la cui estensione è giocata spesso nei dibattiti a posteriori su singoli fatti di sangue, e con la distinzione (poi nota per secoli) fra "tiranni di usurpazione", cioè venuti al potere illegalmente, e "tiranni di esercizio", cioè sovrani legittimi che abusano del proprio potere. Tra i singoli fatti di sangue, è poi possibile individuare vari "stili" – "all'inglese" nell'ottica di un accrescimento di potere dello stato moderno (sovrani delegittimati e poi fatti scomparire), "alla francese" in opposizione allo sviluppo di quello stesso potere, "all'italiana" come adattamento del tirannicidio antico alle nuove realtà di conflitti familiari e società dei Comuni.
Il sessantennio successivo, con le feroci guerre tra cattolici e riformati, delinea una seconda fase in cui il tirannicidio si proclama al servizio della causa religiosa – soprattutto in Francia e in Inghilterra – e il relativo dibattito arma la mano di interi filoni di opposizione o singoli fanatici. È l'epoca dei monarcomachi protestanti, che all'idea di contratto sociale ancora in embrione associano un diritto al tirannicidio, e sul fronte opposto dei leghisti cattolici; della riflessione sul tema tra i Gesuiti, che ne determinerà l'immagine stereotipa di suscitatori d'omicidi; e degli aristocratici Scontenti – il nome è un programma – verso i clan gestori del potere. Gli attentati, riusciti o meno, si contano a decine, e nuovo punto di svolta sarà il 1610 con l'assassinio di Enrico IV e l'esecuzione (spaventosa, come d'uso) dell'attentatore Ravaillac: un evento drammatico che segna nei fatti, per un complesso di fattori insieme sociologici e istituzionali, il rigetto collettivo di tale forma estrema di lotta. A concorrere in Francia al sorgere dell'assolutismo è anche il dibattito degli Stati generali sul tirannicidio, che nei decenni successivi diviene non solo più raro e più soggetto a biasimo, ma diverso quanto a obiettivi: non più i monarchi, in genere, ma i loro potenti ministri o favoriti, di volta in volta eliminati (Wallenstein, Buckingham, Concini) oppure salvi grazie ai nuovi apparati spionistici e polizieschi (Richelieu, Mazzarino).
Il colpo di temperino con cui il disperato Damiens ferisce (lievemente) Luigi XV, nel 1757, inaugura una quarta fase e rappresenta il primo attentato mediatico: grottesco e terribile è il gioco manipolatorio con cui un re detestato diviene oggetto di pubblica beatificazione, mentre i philosophes ammutoliscono di curioso stupore. Se poi di retroguardia appaiono i tirannicidi aristocratici contro i despoti illuminati di Portogallo e Svezia, idealmente all'avanguardia risulta quello gestito (o paventato, un po' in tutta Europa) da parte dei giacobini: e dal rotolare della testa del tiranno Capeto ai complotti realisti contro Napoleone il tempo è breve. Ma tra vittime innocenti di cariche esplosive, autodefinizione dei terroristi come "combattenti", metodi "moderni" d'indagine e manipolazioni assortite dell'opinione pubblica, il quadro vira ormai verso il terrorismo che conosciamo. "Il tirannicidio caratterizza una società di doveri e si presenta come la sanzione inflitta al responsabile che non ha adempiuto ai suoi; l'attentato terroristico mostra la società dei diritti, dove gli individui convinti del carattere legittimo delle loro rivendicazioni si ritengono nel giusto quando colpiscono i rappresentanti di un ordine che essi considerano iniquo". In qualche modo, conclude provocatoriamente l'autore, "proclamando i diritti dell'uomo quando non ha i mezzi materiali per garantirne il rispetto, la democrazia ha preparato la strada all'attentato terroristico".
  Franco Pezzini