Categorie

Edoardo Sanguineti

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2006
Pagine: 107 p. , Brossura
  • EAN: 9788806183011
Che i poeti siano soliti intitolare Quaderno di traduzioni i loro esercizi di versione dai classici antichi o moderni è abitudine invalsa (del 1948 – per fissare un riferimento autorevole – è il Quaderno di traduzioni di Montale nelle edizioni della Meridiana). Se quel titolo viene scelto da Sanguineti, cui non manca certo l'estro del titolista (dal Laborintus al Mikrokosmos), la cosa merita una riflessione. "Quaderno" sta a significare paziente, puntuale, esercizio di applicazione: e lo è certo, quello del Sanguineti traduttore, meticoloso ed espertissimo, come dimostrano le prove di resa per teatro dai tragici greci e latini e non solo, dalle Baccanti di Euripide (1968) al Cerchio di gesso del Caucaso di Brecht (2003) e oltre. Da decenni Sanguineti coltiva dunque quell'esercizio, accompagnandolo con dense riflessioni teoriche: un'attività, la sua, parallela a quella del poeta, consacrata ora dal volume Rizzoli che raccoglie, sotto il titolo di Teatro antico. Traduzioni e ricordi (pp. 250, € 9,20, Rizzoli, Milano 2006) parte considerevole di quell'esperienza.
Ma restiamo al Quaderno, che riunisce tre mostri sacri della scrittura di tutti i tempi: il Lucrezio di Natura, Amore, Morte, un trittico liberamente estrapolato dal De rerum natura e destinato all'opera di Luca Lombardi, Lucrezio. Un oratorio materialistico; lo Shakespeare dei Sonetti concettosi e ambigui, illustrati nel 2004, per Manni, da Mario Persico; il Goethe ironico, sensuale e licenzioso delle Elegie romane e degli Epigrammi veneziani, accompagnati anch'essi, in un volumetto uscito a Bellinzona nel 2003, da disegni di Persico. Riunite ora nella collana bianca Einaudi, con testo a fronte, le tre voci risultano come risemantizzate dall'accostamento anomalo, spiazzante: perché non c'è dubbio che il Lucrezio del materialismo cosmico strida con lo Shakespeare manierista, ed entrambi siano in frizione con il Goethe parodico e trasgressivo. Il Quaderno rivela così, fin da subito, sotto la composta eleganza della veste grafica, un tessuto testuale calibrato sugli attriti e sulla polisemia: lo conferma il testo in copertina, proposto come icona del volumetto, che ci rivela un Goethe sorpreso nei panni di un saltimbanco poeta, mentre canta in forma di epigramma la piccola Bettina, contorsionista in erba che lo affascina ("ma io canto Bettina, per intanto: / e, in verità, saltimbanchi e poeti / sono stretti parenti, propriamente: / volentieri si cercano, e si trovano:").
Libretto prezioso e delizioso, questo Quaderno: i cultori del Sanguineti poeta non faticheranno a riconoscervi i modi di una fedeltà al procedere per fasi e registri contrastivi, in sistema aperto. Quanto ai cultori del Sanguineti traduttore, essi troveranno conferma di una capacità rara di aderire al testo fino al calco, con rispetto assoluto dell'originale, e insieme di tradirlo, il testo, manipolarlo, "imitarlo", per evidenziarne l'inattualità, difenderne la diversità. Anche se il tradimento avviene qui solo tra le righe, va scovato – ha scritto Gilda Policastro recensendo il Quaderno sul n. 30 di "Alias"– sotto il piglio "superstiziosamente filologico": il traduttore, insomma, pare trattenersi dal divenire traditore, lo fa in modi criptici ('larvatus' prodet, davvero) rispetto ad altre sue prove che puntano piuttosto a rendere gli effetti di dicibilità del testo, esasperandone le ossessioni linguistiche.
Capita così che la voce di Lucrezio conservi la solennità che si addice al poema della "natura universale", di cui si rispetta la sacralità laica, con la selezione di passi che celebrano l'eternità della materia, la solidità dei corpi, l'amore come attrazione fisica, la morte come cancellazione della sensibilità: è il largo respiro dell'iperbato a restituire la complessità sintattica del periodare latino, rigorosamente rispettata nella sua per nulla enfatica magniloquenza. Ma qualcosa si dovrà poi dire dell'infittirsi della deissi, non a caso subito esibita nel primo verso della sezione Natura ("questo errore dell'animo, dunque, e queste tenebre, è necessario / che non i raggi del sole, non le frecce luminose del giorno, / le disperdano", a fronte di "hunc igitur terrorem animi tenebrasque necessest"), o della scelta di sciogliere il punto fermo in continuità discorsiva, o della concretezza restituita, in Amore, al desiderio carnale: e basta un niente, la semplice rimozione di una congiunzione copulativa, ad esempio, per agevolare l'impatto dei corpi, mentre l'infittirsi delle virgole ne rende il fremito ansante ("e non lo sanno, di che cosa, prima, godere, con gli occhi, con le mani:", a fronte di "nec constat quid primum oculis manibusque fruantur"). La parola acquista valenza visiva, gestuale, dislocata magari in posizione di rilievo, come nel verso che chiude la sezione ("finché le membra si sciolgono, per la violenza del piacere, disfatte", a fronte di "membra voluptatis dum vi labefacta liquescunt").
Manca lo spazio per esemplificare più oltre il piacere e il fascino di una lettura che lascia davvero il segno: come quando, in Morte, la parola racconta l'orrore del deforme, del putrido, o acquista un'intensità leopardiana per esprimere la volontà di resistere al distacco dalla vita ("e non si spoglia, e non si strappa, lì dalle radici, via, dalla vita:", a fronte di "nec radicitus e vita se tollit et eicit": come scordare il Leopardi che si interroga, nel Canto notturno, sul "perir dalla terra"?).
Quanto a Shakespeare, alle virtuosistiche prove di un concettismo di cui i Sonetti offrono un esempio mirabile, pare che Sanguineti si impegni davvero in una gara di destrezza: e non sfiguri di certo, si tratti di rendere l'ambiguità di un'allusione oscena (come nel sonetto 20, nel gioco tra thing e nothing, "ente" e "niente" per il traduttore), o di rispettare gli obblighi formali, i parallelismi, le sonorità che il manieristico procedere di Shakespeare impone, magari esasperandone il plurisenso o livellandolo tonalmente sino a una cadenza piana, normalizzata.
"Fare le poesie, che bel mestiere!" confessa in versi il saltimbanco poeta, rendendo più scanzonato il Goethe degli Epigrammi veneziani ("Dichten ist ein lustig Metier"). E che bel mestiere tradurle, quando si possiede al massimo grado nitore linguistico e acribia critica, e si penetri giocosamente, acrobaticamente, sin nell'etimo della parola, per decifrarla e tradirla, in pieno rispetto, in sorvegliata infedeltà.
  Niva Lorenzini
 

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    Anna

    21/06/2011 17.08.20

    Affascinante lavoro di traduzione come riproposta poetica

Scrivi una recensione