Quando lei era buona

Philip Roth

Traduttore: N. Gobetti
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2012
In commercio dal: 09/10/2012
Pagine: 303 p., Rilegato
  • EAN: 9788806210861
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    AdrianaT.

    10/12/2016 09:15:19

    Quando lei era buona, lui lo era meno... Un Roth minore, un Roth degli inizi. Dopo l'annuncio che non scriverà più, editorialmente, si è raschiato il fondo del barile. Fondo del barile o no, la mia decisione di completare la lettura della sua intera produzione letteraria non recede perché, nonostante che al di fuori del Zuckerman narratore e protagonosta non abbia trovato molta soddisfazione, ho capito fin dal suo primo libro che ho letto, 'La controvita', che 'Letting [him] go' non sarebbe più stato possibile.

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    saverio

    17/09/2016 15:38:54

    E' sempre sorprendente leggere Roth, ti entra nell'anima. E' fortemente dialogante, sembra quasi che stia discorrendo con te dell'anima. Della tua anima. Forse, è il miglior Roth. Dalla parte della donne che guardano meglio la stupida superficialità degli uomini.Spero proprio che riprenda a scrivere, abbiamo nostalgia della sua scrittura.

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    Roberto Agostini

    14/10/2014 10:29:28

    Raccontare la realtà, l'imprevedibile e il necessario che compongono la nostra sfida terrena. Raccontare il tempo di questa sfida, come può evolversi, essere determinata da fattori interni ed esterni, e, nel caso del maggior scrittore statunitense del secondo Novecento in questo suo libro (il terzo, apparso nel 1967) come può in breve implodere. Lucy, la protagonista assoluta di Roth, corre, senza saperlo nella prima parte del romanzo, verso il suicidio, avvenuto fra i mucchi di neve gelata del piccolo paese di quella provincia americana che è descritta come una gola di apparente benessere e infelicità interiore in cui gli individui precipitano di momento in momento: qui è la diciottenne studentessa del college, rimasta incinta del viziato ventenne Roy, la ragazza non facilmente dimenticabile dal lettore per le sofferenze che sfogliano i pochi anni che le rimangono. Lucy viene dal dolore, lo conosce, il padre alcolizzato, la madre succube, la nonna arcigna e il nonno troppo arrendevole, e va verso la morte: perché? Un carattere forgiato in un contesto contradditorio, le procura il disagio di non saper scegliere, ogni scelta di Lucy è abortita nell'abbandono dopo l'aleatoria suggestione, così la sua adesione al cattolicesimo dura poco, come l'amicizia con le altre, mentre solo la ripulsa verso il padre è costante, istinto distruttivo che la pervade, anche se il personaggio - Roth è un preciso psicologo - crede nella propria immagine di donna altruista, emancipata, consapevole ("buona"). Lo è anche, ma il registro è sbagliato, alimentato dalla negazione. Lucy, dunque, non vorrà abortire, sposerà controvoglia un uomo-bambino, non potrà perdonare, continuerà a dissacrare l'ambiente, mortificando se stessa. Senza volontà precise, suggerisce Roth, gli obiettivi, qualunque meta, si rivelano totem mostruosi, oppure forme di sabbia. Il romanzo accusa l'ambiente, gretto, vacuo. Ma anche Lucy che si è preparata a esserne vittima. Colpevole? Verso di sè? Un libro di domande.

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    paolo

    02/02/2014 15:52:01

    Lucy vive e affronta la sua breve vita come fosse una minaccia, e la attraversa aggrappandosi letteralmente a pochi, saldissimi, principi morali rispetto ai quali non ammette deroghe, n'è da se stessa ne' tantomeno dagli altri: non dal padre alcolizzato (cui non esita, bambina, a distruggere l'esistenza denunciandolo alla polizia), ne' dalla fragile madre (cui alienerà ogni possibile rapporto affettivo), n'è' dal giovanissimo marito (di cui non saprà tollerare le pur umanissime indecisioni) ne da tutti gli altri che, in modi diversi, proveranno a ridurne il fanatismo quasi militare, direi religioso, con il quale cocciutamente esige di plasmare, giudicandole in modo impietoso, le vite. Un gelo montante, inarrestabile, avvolge la sua esperienza umana, isolandola da ogni possibile affetto o comprensione, e sarà proprio la morte per assideramento a porvi fine. Un coraggiosissimo (e verbosissimo, forse troppo) romanzo giovanile cui Roth mette al servizio tutto il suo immenso talento, il suo rigore, la sua capacità d'indagine psicologica senza eguali. Letteratura altissima, come ormai non se ne trova più.

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    Giuseppe Russo

    30/01/2014 16:43:05

    Un ideale sottotitolo di questo strepitoso romanzo potrebbe essere: «Anatomia dell'odio». Lucy odia la vita che le è capitata, odia il padre alcolizzato e inetto, odia la madre così insopportabilmente passiva, odia l'uomo che decide di sposare senza amarlo, odia i propri parenti e quelli del marito; insomma, odia il mondo perché non si assoggetta alle sue esigenze morali e materiali. L'odio è la via di fuga da una adolescenza nella quale, lei ragazzina presbiteriana, si è lasciata affascinare dalla parabola di Teresa di Lisieux, per scoprire progressivamente la sua ineffettualità e constatare che soffrire per gli altri non serve a niente. Ma l'odio è anche un meccanismo di fascinazione che fa scaturire in lei un'attrazione irresistibile, con ovvie conseguenze sulla sua vicenda biografica. Quando prova per l'ultima volta a modificare la vita degli altri, percepisce la sensazione che «per sostenersi non avrebbe avuto altro che la forza del suo odio» (p. 301). Peccato che Lucy sia stata l'unica protagonista femminile nella vasta opera di Roth. Sarebbe stato interessante vedergli affondare il coltello anche in archetipi femminili degli anni '60 e '70.

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    silvia

    10/12/2013 21:45:49

    La narrazione marcia a ritmo serrato verso la catastrofe incombente, è un congegno infallibile, come una trappola per topi, ci si aspetta che scatti fragorosamente da un momento all'altro. La protagonista viene travolta da un meccanismo perverso, per cui è condannata a ripetere lo stesso schema traumatico della sua infanzia, un teorema agghiacciante, per il quale date determinate premesse, le conseguenze sono inevitabili. Roth è maestro nel distillare i sentimenti, per portare a galla l'essenza sostanziale di ciò che conta, nel costruire con pochi elementi un clima teso e asfissiante, carico di angoscia, destinata a esplodere quando si logora il confine tra esasperazione e ossessione. Questo romanzo è stato scritto nel 1967, se la denuncia contro l'ipocrisia, già insita nei valori fondanti della società americana, risulta attuale ancora oggi, all'epoca la sua forza d'impatto dovette essere eccezionale.

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    frede

    02/08/2013 09:43:57

    Ho faticato un po' all'inizio, non scattava l'identificazione nè l'interesse tipico che mi suscitano i libri di Roth, poi piano piano ho scoperto un romanzo incredibile.Si passa dall'essere totalmente dalla parte di Lucy,della sua rigida moralità e fermezza,a detestarla di cuore, e Roth è bavissimo a condurci in questo passaggio senza che quasi ce ne rendiamo conto.Quando la famiglia del marito le butta addosso il livore accumulato in anni di intransigenza ed attacchi,vorremmo abbracciarlo finalmente. Il gioco psicologico di Roth è sottile ed astuto ed il ritratto di donna che ne esce è formidabile ed attuale. Consigliatissimo.

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    strummercave

    20/03/2013 12:41:34

    Ancora una volta giù il cappello davanti a un'opera di Philip Roth. E ancora con più vigore del solito, perchè questo è uno dei suoi primi libri e già lascia assoporare le qualità di un autentico fuoriclasse della narrativa. Splendida ricostruzione dell'America del secondo dopoguerra, con la meschinità e i pregiudizi di certe famiglie borghesi. I personaggi, poi, rimangono scolpiti nell'anima: Lucy, l'immaturo marito, il padre inaffidabile, la madre incolore, la famiglia del marito, i nonni...semplicemente meraviglioso.

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    Alessandro

    15/12/2012 14:45:20

    Splendido! Roth e Dostoevskij sono gli unici ad entrare così a fondo nella psicologia dei loro personaggi.

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    Raffaele

    27/11/2012 21:46:44

    Roth ci incanta anche a distanza di quarantacinque anni con la tragica ma splendida storia della severa ma tenera Lucy; ditemi chi scrive meglio! Purtroppo, è notizia attuale, il grande scrittore ha deciso di smettere, speriamo in un ripensamento, noi non ne abbiamo abbastanza.

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    Michael Moretta

    27/11/2012 18:22:25

    Magnifico libro di un giovane ma già ben indirizzato Roth. Sicuramente un libro unico nel suo genere dato che la protagonista incontrastata è una donna. Comunque un libro molto cupo, angosciante nei suoi piccoli e grandi drammi familiari. Naturalmente Roth riesce anche ad inserire il suo umorismo graffiante e mai banale ma secondo me su tutto prevalgono le atmosfere cupe. I nonni di Lucy prima, i genitori di Lucy poi ed infine Lucy stessa, che non può sfuggire al suo destino. Davvero un bel libro. Dopo la nuova pubblicazione di Goodbye Columbus un altro capolavoro giovanile di Roth da assaporare. Ultima piccola annotazione.....nei libri di Roth si può sempre trovare qualcosa di autobiografico secondo me......primo fra tutti il rapporto tra lui e suo fratello Sandy, presente in tantissimi libri di Roth, e nella maggior parte di quelli in cui il protagonista è Nathan Zuckermann.

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    silvia

    12/11/2012 16:52:05

    E' proprio lui! Si, in questo romanzo giovanile, si trova un piccolo Roth in erba! Le tecniche che diventeranno magistrali, qui cominciano a prendere piede. La crudezza del racconto, l'abilità nello spiazzare il lettore, la lucidità della cronaca e la prosa raffinata. Bellissimo leggerlo! Solo per la cronaca: Roth ha sempre negato che ci fosse qualcosa di autobiografico nei suoi romanzi. Solo pezzi di vita incontrati in giro.

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    Maria Vittoria

    06/11/2012 20:01:10

    Non avevo mai letto niente di questo autore e devo dire che in alcuni punti ho fatto fatica ad andare avanti. Probabilmente non è il mio genere ma è sicuramentre un bel libro!

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    marcello

    18/10/2012 22:39:20

    E' incredibile come un testo di 50 anni fa sia oggi così moderno e godibile nella sua crudezza di "una misera storia".Certo gran merito al traduttore sopratutto per il periodare nel dialogo,nelle riflessioni,nei soliloqui a bocca chiusa che imprimo alla seconda 1/2 del libro una velocità quasi cinematografica. Da leggere

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    nicola intrevado

    11/10/2012 09:14:07

    Tra i tanti lavori di Philip Roth vi e' un piccolo libro del tutto introvabile, intitolato " I fatti - un' autobiografia " a cura dei dipi di Leonardo Editore, nel quale, egli riporta la storia del suo, drammatico, folle, assurdo, primo matrimonio. Questo libro io l' ho trovato dopo tante ricerche vane, molti anni fa, in una bancarella natalizia, pagandolo poche migliaia di lire. E, leggendo con attenzione la stioria, mi aveva colpito moltissimo la sua viva capacita' introspettiva, quasi analitica - intesa come vera e propria seduta psicodinamica freudiana -, di saper disseppelire con grande abilita' tutte le motivazioni e le cause nelle quali era iscritta la patologia nevrotica o la bizzarra caratteropatia dell' ex-signora Roth. Sono convito che Lucy Nelson, altri non sia che la sua prima moglie, poiche' nessuno sfugge alla propria biografia, neanche la grande messa in atto di una dissimulazione ad opera di un grande scrittore. Tuttavia questo suo terzo lavoro e' ricco di novita' inedite, di tecniche narrative sperimentali, di soluzioni interpretative che lasciano stipiti fino alla piu' sincera ammirazione, di intervalli e rivisitazioni del racconto che sottendono il grande scrittore ed il grande talento che tutti conosciamo. E stimiamo. Si rimane colpiti, ma davvero colpiti dalla sua capacita' di evocare e rappresentare un grande dramma e poi una grande tragedia, con la stessa tecnica di un lavoro della classica drammaturgia greca, nella sua triade di amore-passione-morte, il tutto : da un prestesto da poco, in un contesto, come dire, di banale ovvieta' della vita ordinaria e quotidiana. Come avviene di solito nella vita di chiunque, nella sua letteratura che sfiora il mito, la leggenda, tanto tanto simile alla vita.

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“Anche quella battaglia aveva combattuto e anche quella battaglia aveva vinto, eppure le sembrava di non essere mai stata in vita sua tanto desolata quanto si sentiva desolata adesso. Sí, aveva ottenuto tutto quel che aveva voluto, ma aveva l'impressione, mentre tornavano a casa attraverso la tempesta, che non sarebbe mai morta - che sarebbe vissuta per sempre in quel nuovo mondo che si era costruita, e non sarebbe mai morta, e non avrebbe mai avuto la possibilità di essere non solo giusta, ma felice.”

Proprio quando siamo assuefatti ai suoi ebrei di mezza età misogeni, frustrati, dominati da squallide perversioni erotiche, ci ritroviamo tra le mani un romanzo giovanile di Philip Roth che ha come protagonista una donna. Quando lei era buona, secondo romanzo di Roth, pubblicato nel 1967, viene ora ristampato da Einaudi e ci è possibile rileggerlo nella nuova traduzione di Norman Gobetti (quella introvabile del 1970 per Rizzoli era di Bruno Oddera, e il titolo era Quando Lucy era buona). Caso unico, sì. Ma va detto che Lucy Nelson, la protagonista del romanzo, oltre a essere in parte ispirata alla prima moglie Margaret Martinson, contiene già alcune caratteristiche dell'universo maschile rappresentato da Roth nei romanzi a venire.

Lucy Nelson cresce a Liberty Center, una piccola cittadina del Midwest, negli anni Quaranta. Vive a casa dei nonni materni Willard e Berta da quando ha tre anni. Sua madre Myra è una donna debole e senza carattere, suo padre è un uomo incapace di mantenersi un lavoro, alcolizzato e violento, che entra ed esce di galera. Suora mancata, Lucy diventa un'adolescente autoritaria, determinata e risoluta, molto legata al nonno Will, vergognandosi dei propri genitori. Dopo uno dei soliti episodi di violenza di cui è vittima la madre, la ragazza chiama la polizia e fa arrestare il padre.

Durante l'estate prima della partenza per il college, Lucy inizia una relazione con Roy Bassart, un giovane spiantato reduce delle Aleutine che non sa bene cosa fare della sua vita. Cedendo alle estenuanti richieste di Roy e alle sua parole lusinghiere e rassicuranti, Lucy si farà convincere ad andare "fino in fondo", e poco dopo l'inizio dei corsi scoprirà di essere incinta. Lucy e Roy si sposeranno a Natale, pur sapendo di non amarsi, e andranno a vivere insieme a Fort Kean. Alla nascita del bambino, Lucy giura a se stessa che suo figlio non avrebbe mai saputo cosa vuol dire vivere in una casa senza padre e che lei non avrebbe rivissuto la vita di sua madre. Nel frattempo riesce ad allontanare per sempre suo padre, estromettendolo dalla vita di tutta la famiglia, e costringe Roy a lasciare gli studi e ad accettare un lavoro come assistente di un fotografo per permettere al figlio di crescere in una famiglia vera, in una casa vera.

Piena di rabbia per la sua infanzia infelice, Lucy vuole essere onesta, giusta, buona. La più buona di tutti. La sua condotta puritana vuole essere esemplare. Lucy costruisce e ordina il mondo intorno a sé secondo il suo personale concetto di verità e giustizia e si sente in diritto di giudicare e impartire lezioni di vita agli altri. Proprio per questo Lucy è crudele e spietata: perché il suo concetto di giustizia non ammette pietà. Si sente in dovere di educare e proteggere tutti gli uomini-bambini con cui ha a che fare, e lo fa come se stesse combattendo una battaglia santa. La sua condanna nei confronti del padre è netta e inappellabile. Anche verso alcune decisioni del nonno non mancherà di manifestare inequivocabilmente il suo dissenso. L'obiettivo della sua vita è rendere il marito un uomo adulto e responsabile. Un brav'uomo, insomma, da sposare e, forse, amare. Lucy è disposta a tutto pur di cambiare la natura di Roy, renderlo somigliante a questa immagine perfetta, soffocarne i desideri e le ambizioni.

I contrasti tra Lucy e Roy iniziano quando lui pensa di mettersi in proprio per provare a realizzare un sogno, e Lucy non è d'accordo perché la decisione potrebbe essere rischiosa e sconvolgere l'equilibrio familiare. Lo famiglia di Roy si metterà in mezzo per cercare di allontanare il ragazzo e il bambino da Lucy. La tragedia a quel punto è inevitabile.

Quando lei era buona è la storia di una famiglia americana del desolato Midwest lungo tre generazioni - un itinerario familiare che in seguito Roth svilupperà nel suo capolavoro Pastorale americana -, narrata attraverso una lunga analessi che si concentra sulla figura della protagonista femminile. Lucy ha la grandezza statuaria di un'eroina classica, e per questo è destinata a soccombere di fronte alla banalità della vita.
Anche in questo caso Roth non delude e ci regala un romanzo cupo ma splendido sulle frustrazioni e sulla tragedia della vita.

Recensione di Sandra Bardotti