Quello che l'acqua nasconde - Alessandro Perissinotto - copertina

Quello che l'acqua nasconde

Alessandro Perissinotto

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Editore: Piemme
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 7 febbraio 2017
Pagine: 300 p., Rilegato
  • EAN: 9788856658057
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Un uomo sfuggente e complesso che ha molto da nascondere e troppo da dimenticare. Un passato rimosso che torna prepotentemente a galla, perché l'acqua non può celarlo per sempre. Un mondo scabroso e disturbante, perché gli anni '70 non hanno ancora finito di rivelare i loro errori.
Edoardo Rubessi è un genetista di fama mondiale, un probabile premio Nobel. Quando, dopo trentacinque anni trascorsi negli Stati Uniti, torna nella sua Torino, tutti lo accolgono come colui che ha il potere di cambiare il destino dei bambini malati: tutti tranne il vecchio. Il vecchio è un uomo venuto dal passato, da quegli anni di piombo che Edoardo credeva di aver lasciato dietro la porta chiusa di una vita precedente. Ma basta una minuscola fenditura nel legno di quella porta perché il dolore e i misteri imprigionati per decenni escano in un soffio violento che investe Edoardo, e che fa vacillare la fiducia che sua moglie, Susan, ha sempre avuto in lui. E sarebbe bello poter liquidare il vecchio con una battuta, dire che è solo un mitomane, ma Susan non ci casca: il vecchio ha lo sguardo di chi sa farsi ubbidire, lo sguardo di un Lagerkommandant, e Susan quel lager domestico, quell'orrore alle porte di casa dovrà esplorarlo mattone per mattone prima di scoprire chi è veramente suo marito. Dopo Le colpe dei padri, Perissinotto torna a proporci un nuovo viaggio tra le rovine del nostro passato recente, a farci esplorare le memorie rimosse: perché i lager non si sono chiusi nel 1945 e il crudele gioco di vittime e torturatori è continuato a lungo, troppo a lungo.
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    Andrea

    18/02/2019 14:29:35

    Perissinotto è uno dei miei autori preferiti e non mi ha quasi mai deluso. Ogni volta che leggo un suo romanzo vengo a scoprire cose e aspetti che non conoscevo minimamente e i suoi libri, oltre che piacevoli come scrittura (tranne certi punti un po'più pesanti/noiosi), sono anche per una crescita personale e di sapere. Super consigliato come libro e come autore. Se leggete la critica e gli approfondimenti del libro su ibs vi farete già una bella idea dell'insieme del libro. Ps a volte l'uomo dimentica per non ricordare, per cercare di mascherare, nascondere o addirittura cancellare ciò che è stato...

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    Andrea

    19/09/2018 13:41:46

    Perissinotto ci propone anche questa volta un libro intrigante, intenso, quasi un thriller perché ti lascia col fiato sospeso fino all’ultima pagina. Perissinotto è inoltre molto abile nell’unire avvenimenti veri e storicamente provati, spesso rimossi dalla nostra e dalla altrui memoria, con personaggi inventati ma che hanno le movenze e le caratteristiche di individui veri e reali. Certo il narratore rimane una figura piuttosto scialba nei confronti del protagonista, questo misterioso Edoardo, che invece emerge in modo netto. Molti sono i misteri che nasconde Edoardo, e parecchi sono anche i segreti che altri individui celano, ma il tutto si coniuga in un intreccio molto efficace. E allora tu , lettore, Ti trovi allora a riflettere sul nostro passato, sul presente e ti domandi del come e del perché le colpe, di cui ci si macchia, possano ricadere sui figli oppure su altre persone. L’argomento non è semplice né si può definire in quattro parole.

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    CARLO

    18/09/2018 09:40:56

    Premesso che è tra i contemporanei da me preferiti anche con questo romanzo Perissinotto conferma l'elevata qualità sia della trama che della descrizione dei protagonisti. Leggendolo non solo si "vive" la storia ma giunti alla conclusione spiace averlo finito.

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    Petrus 35

    06/03/2018 14:40:08

    Caro Alessandro, un'altro grande libro da aggiungere alle tue opere. Letto con moòto piacere, letto in poco tempo con il dispiacere di dover sospendere la lettura e il desiderio di poterla riprendere. Tipico dei libri gialli. Ma non é un libro giallo. Anche se poi il desiderio di capire come va a finire la storia é molto potente. Bella la descrizione dei sentimenti dei tre personaggi e la capacità di farli sentire miei, di viverli sulla mia pelle. Molto bravo. E' stato bello leggerti. Votazione massima.

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    Elisa

    27/12/2017 09:54:34

    Anche stavolta Perissinotto non delude. Letto in un giorno, impossibile staccarsene!

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    Alberto

    10/08/2017 12:52:51

    Da non perdere. Storia coinvolgente, ben scritta, tema scottante, credibile. Si legge in un fiato, A.P. sa come coinvolgere il lettore. Ancora Torino come scena, adatta per tradizione a storie come questa. Si legge in un fiato, A.P. sa come coinvolgere il lettore, non capisco perchè non abbia vinto ancora premi importanti, se lo meriterebbe.

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    Micol

    27/07/2017 08:56:26

    Con Quello che l’acqua nasconde ci troviamo per le mani un romanzo che è una sorpresa unica. Già dalle primissime pagine ci troviamo catapultati a Torino in un’atmosfera buia, oppressiva, piena di segreti e misteriosa, dove la nostra fantasia viene subito stimolata con la descrizione di alcune morti strane. Pur passando subito a dare alcune nozioni storiche sulla città, per poterci coinvolgere maggiormente, l’autore mantiene ugualmente alto l’interesse perché usa toni che sembrano voler svelare segreti mistici senza in realtà dirci nulla, così che pagina dopo pagina siamo invogliati a continuare, venendo colti da colpi di scena e talmente tanta suspance da rimanere con il batticuore anche finita la lettura. Descrizioni veramente ben fatte entrano subito nella mente del lettore come se fossero nostri ricordi, portandoci a vivere tutta la storia ancora più concretamente.

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    Umberto75

    21/07/2017 07:07:42

    Giusto per dare un'idea, a metà libro sono andato ad ordinare quello scritto prima, tanto ero entusiasta della sua scrittura. Quanto al libro voto pieno: coinvolgente come pochi e su una tematica dura e cruda ma non per questo da evitare. Il fatto che giusto due mesi fa ero a torino probabilmente ha impreziosito il tutto.

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    Sandro

    18/07/2017 09:49:36

    Non me la sento di dare un voto maggiore perché seppur la storia si basi su fatti reali ed inizialmente il romanzo è appassionante, la fine si rivela piuttosto deludente. E' anche vero che con lui il finale non è mai scontato... Non la sua miglior opera, ma la consueta, minuziosa descrizione della Torino decadente e soprattutto quel suo aspetto critico, crudo e cinico, li adoro letteralmente.

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    Donatella

    09/07/2017 17:49:26

    Il romanzo avvince il lettore sin dalle prime pagine, sia per il ritmo narrativo sia per i temi trattati. Nell'alternarsi tra un presente apparentemente perfetto e un passato terribile, che puntualmente chiede il conto, mettendo a repentaglio ogni certezza, l'autore non manca di far riflettere il lettore su temi molto duri legati alla Storia italiana e all'intramontabile crudeltà dell'uomo. Dovremmo pensare più spesso alle verità scomode che hanno, inevitabilmente, una ricaduta sul nostro presente, spesso narcotizzato dalla superficialità di massa. Questo romanzo, dallo stile molto scorrevole ma potente nella forza evocativa delle immagini, ne dà l'opportunità.

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    robibat

    30/06/2017 17:35:15

    Ho letto tutti i libri di Perissinotto e questo devo dire che non mi ha deluso: bello, avvincente, soprattutto dalla metà in poi, sono rimasta incollata al libro per finirlo e mi capita di rado. Abitando in zona, ho apprezzato le descrizioni di Torino. La storia è molto interessante, fa riflettere sulla realtà dei manicomi, di cui poco si parla, come un capitolo chiuso del passato. Anche la figura di Aldo, il narratore, che nelle prime pagine poteva sembrare superflua (il protagonista non è lui), nel corso del romanzo acquista una sua ragione d'essere e diventa essenziale nella storia. Bel libro!

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    Micol

    23/06/2017 07:33:18

    Con Quello che l’acqua nasconde ci troviamo per le mani un romanzo che è una sorpresa unica. Già dalle primissime pagine ci troviamo catapultati a Torino in un’atmosfera buia, oppressiva, piena di segreti e misteriosa, dove la nostra fantasia viene subito stimolata con la descrizione di alcune morti strane. Pur passando subito a dare alcune nozioni storiche sulla città, per poterci coinvolgere maggiormente, l’autore mantiene ugualmente alto l’interesse perché usa toni che sembrano voler svelare segreti mistici senza in realtà dirci nulla, così che pagina dopo pagina siamo invogliati a continuare, venendo colti da colpi di scena e talmente tanta suspance da rimanere con il batticuore anche finita la lettura. Descrizioni veramente ben fatte entrano subito nella mente del lettore come se fossero nostri ricordi, portandoci a vivere tutta la storia ancora più concretamente.

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    RossaMina

    21/06/2017 07:47:35

    Forse un po' troppe argomentazioni concentrate tutte in una sola vita, ma probabilmente per chi ha avuto un'infanzia simile a quella del protagonista ci può stare. Proprio per i tanti richiami a periodi diversi, bisogna stare concentrati su tutti i capitoli, ma il risultato finale è più che buono.

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    patrizia b.

    13/06/2017 16:30:03

    Che dire? Bello, interessante, scritto bene. Siccome è giovane, spero di leggere ancora parecchio di Perissinotto

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    Massimo F.

    19/05/2017 13:21:23

    Era tempo che non leggevo Perissinotto che nel passato ho sempre molto apprezzato. Devo dire che questa volta fino ai due terzi del romanzo ero un po’ deluso. La narrazione – sempre precisa e fluida - sembrava un po’ cincischiare. Tuttavia, un finale magistrale con tutti i nodi che vengono al pettine e tutti i numerosi file che si chiudono, riscatta ampiamente qualunque incertezza. Alla fine rimane al lettore una storia appassionata, di ricerca che mette assieme in maniera mirabile i fantasmi - e che fantasmi - sociali del passato con il dramma delle coscienze individuali. Il tutto in una città descritta splendidamente con i suoi cambiamenti, con i suoi punti di riferimento incrollabili e le sue brutture: una Torino metafora che più calzante non si può della recente evoluzione/involuzione della società italiana.

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    Susanna R.

    14/04/2017 17:24:04

    Un bel libro, che apre lo sguardo verso un passato recente di cui non si parla più tanto ma che é importante non dimenticare. Da leggere con calma, approfondendo i vari richiami sia alla vergogna di Villa Azzurra che alla stagione della lotta armata. Trama avvincente e prosa fluida. Un libro da consigliare!

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    ellegi

    08/04/2017 20:33:50

    Anche questa volta Perissinotto non delude. Come al solito intenso e coinvolgente

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    Giorgio64

    26/03/2017 19:28:43

    Gran bel libro. Da meritare una seconda lettura.

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    Andrea

    22/02/2017 18:21:32

    Perissinotto dipinge così bene le atmosfere nei suoi libri che ti sembra di essere catapultato nella Torino, citta' in cui e' ambientato il romanzo, degli anni Ottanta. Trama avvincente, intelligente, non banale. Consigliato!

Vedi tutte le 19 recensioni cliente

Torino è una città dai mille volti. Quando leggo un libro ambientato a Torino scopro sempre qualcosa che non so su questa città dall’apparenza perfetta ma dai vicoli fallaci, dalle belle facciate che nascondono passati sporchi e odierni rancori. Come tutte le città, obietterete. Sicuramente, ma non tutte hanno il fascino di Torino. Nel nuovo romanzo di Alessandro Perissinotto Quello che l’acqua nasconde il passaggio dal bianco al nero, dal pulito allo sporco, dal bellissimo all’orrido, con rare concessioni a vie di mezzo e luoghi neutri, è sicuramente uno degli aspetti che mi hanno più intrigato. Perché questo manicheismo di fondo appartiene non solo alla città ma anche ai personaggi, ciascuno a modo suo è un Giano bifronte capace di tutto e niente.

Andiamo per ordine, ma con difficoltà – lo ammetto – perché il libro è pieno di spunti e argomenti. E di novità rispetto ai precedenti romanzi di Perissinotto, che ho molto apprezzato (Le colpe dei padri va letto assolutamente).

La storia affonda le radici nel passato e nel torbido: se nell’incipit forte e accattivante riecheggia qualcosa di Pastorale Americana, non stupitevi, scoprirete più avanti il perché. C’è un incontro, un passato che si ripropone e una crisi immediata che porta i destini di tre personaggi a intrecciarsi. L’obiettivo è quello di far luce sul passato e al tempo stesso di oscurarlo, dimenticarlo: la memoria che lotta contro se stessa perché ricordare è doloroso, eppure è l’unico modo per affrontare il presente.

Edoardo Rubessi, eminente scienziato tornato in Italia dall’America per un’importante ricerca, convinto che il passato sepolto dagli anni sia ormai morto, cerca nascondere alla compagna, Susan, i segni di questo cadavere che, invece, vuole emergere. Lei, d’altro canto, è seriamente intenzionata ad andare a fondo, per capire chi sia veramente l’uomo che ha accanto e perché mente sulla sua giovinezza. Il terzo personaggio è il narratore, vecchio conoscente dello scienziato, amico di un’adolescenza lontana e mal vissuta, che porta la donna in giro per Torino, alla scoperta della città sulle tracce dell’uomo. Una specie di via crucis, con tappe dolorose per la storia d’Italia e deli personaggi.

Perché, come sempre nei libri di Perissinotto, la storia del singolo è legata a quella più grande, che lo sovrasta e lo ingloba nei corsi e ricorsi. Il narratore, professore di scienze alle superiori, si trova di fronte a una classe sgomenta e ignorante, a spiegare il terrorismo che spezzo l’Italia negli anni ’70 e a subire, come uno schiaffo in faccia, il totale disinteresse dei suoi allievo. Lui e la donna rivivono le atrocità commesse nei manicomi, luoghi in cui l’umanità vacillava e si rintanava in anfratti sporchi di urina e denti spezzati. Il dottore fa i conti con il passato (che nasconde un segreto), atroce quanto la consapevolezza che tutta la sua scienza non è in grado di curare le malattie e arrestare la morte.

Perissinotto affronta, con il ritmo e la struttura di un thriller davvero ben costruito, il tema dell’Uomo: la storia diventa un pretesto per ricordarci quanto l’Uomo possa essere crudele, vendicativo, stupido e bugiardo, quanta paura abbia di se stesso e delle proprie scelte, che neanche a distanza di anni è in grado di affrontare. E quest’Uomo, nella sua Storia, si muove su un palcoscenico perfetto, una Torino che nasconde e poi svela, a tratti monumentale e subito dopo decadente, capace di raccontare una storia terribile per poi richiuderla, velocemente, in un cassetto.

“Uno di quei momento in cui, stranamente, stare in equilibrio sul filo risulta molto più facile che cadere giù; e si rimane, per non rovinare nulla, per avere una cosa in più da rimpiangere tutta la vita.”

Recensione di Beatrice De Carli

Le prime pagine del romanzo

C’è un’immagine che affiora con una certa regolarità tra i ricordi della mia adolescenza. È quella di un uomo, o, per meglio dire, di una forma umana completamente carbonizzata, seduta su una sedia sotto i portici di via Po, nel centro di Torino. La televisione, che negli anni ha ridotto il proprio senso del pudore a un’ipocrita avvertenza destinata alle persone “facilmente impressionabili”, ci ha offerto, specie con le serie poliziesche americane, una certa familiarità con la morte più orrenda. Centinaia di cadaveri sono sfilati, attraverso lo schermo, davanti ai nostri occhi; corpi mutilati, mummificati, ridotti a scheletro o, appunto, carbonizzati. Ma a rendere l’immagine della mia memoria infinitamente più atroce di qualsiasi trasmissione televisiva sono tre particolari. Il primo, il più ovvio, è che nella fotografia scattata in via Po non ci sono simulazioni né effetti speciali: è tutto orrendamente vero. Il secondo è dato dall’anomala disposizione del corpo. Quel residuo di pietà che ancora è sfuggito agli eccessi della Reality TV vuole che i corpi delle vittime degli incendi ci vengano presentati in posizione distesa, occultati da un sudario che qualcuno cinicamente solleva per offrire allo spettatore la giusta dose di ribrezzo; il corpo di via Po è invece seduto e assomiglia, nella posa, a una statua in bronzo, o in ferro brunito: una riproduzione a grandezza naturale, qualcosa come L’uomo stanco sulla sedia. Il terzo e più raccapricciante particolare consiste infine nel fatto che quella figura umana, così nera che pare ancora fumare e odorare di bruciato anche in fotografia, non è un cadavere: l’uomo carbonizzato sulla sedia è ancora vivo e cosciente. Lo hanno appena “spento”, forse con un soprabito, forse con dell’acqua, e sta aspettando l’ambulanza. Ogni volta che l’immagine mi si affaccia alla mente, mi chiedo quanto dolore possa aver provato in quei momenti eterni: non sono mai riuscito a darmi una risposta.
Credo di non essere il solo a pormi quella domanda, perché la fotografia di Roberto Crescenzio bruciato vivo ha un posto d’onore (e d’orrore) nei ricordi di quanti nel 1977 avevano più di quattordici anni: io ne avevo quattordici esatti.
In fondo, per essere tutta di pietra e mattoni, Torino ha impresso fin troppo spesso le sue memorie con il fuoco. Ci sono città, come Londra ad esempio, che sono state distrutte, spazzate via da incendi giganteschi, da avvisaglie d’inferno; Torino no, a Torino il fuoco ha disdegnato l’ecatombe e si è contentato di ferire la città, talvolta graffiandola, talvolta sfregiandola per sempre. Brucia il Teatro Regio e i torinesi attendono quasi quarant’anni per ricostruirlo. Brucia la cappella della Sindone, e i vigili del fuoco salvano la reliquia, a rischio della loro stessa vita, ma senza perdite. E senza vittime è anche l’incendio del cinema Corso, la più bella sala della città: l’unica volta che mio padre mi ci portò, a vedere L’ala o la coscia con Louis De Funès e Coluche, pretese che mi vestissi a festa. Il Corso bruciò qualche tempo dopo, silenziosamente, durante la notte: di danni quel tanto che bastava per decretarne la chiusura e il cambio di destinazione, per trasformarlo in una buona opportunità immobiliare.
Questi i graffi. Lo sfregio, la ferita profonda, arriva nel 1983 con un altro cinema, lo Statuto. E lì non è questione di poltrone bruciate o di galleria inagibile, lì è questione di sessantaquattro morti, asfissiati mentre cercavano di aprire le uscite di sicurezza bloccate. Nei giorni successivi alla disgrazia, gira voce che a innescare l’incendio siano stati dei petardi; è un’ipotesi plausibile visto che siamo in pieno carnevale. Carnevale, divertimento, allegria. Allo Statuto, quel giorno, davano un film comico: La capra, con Gérard Depardieu. Nella bacheca esterna, l’affiche, sempre più stinta e accartocciata, è rimasta dieci o quindici anni, fino a quando hanno demolito il cinema per farci un condominio. Anche dello Statuto resta nella memoria dei torinesi una fotografia, quella dei morti allineati sul marciapiede bagnato: una lunga fila di lenzuoli bianchi.
Quei sessantaquattro cadaveri distesi, scelti dal caso in una domenica di carnevale, cambieranno per sempre la città, così come cinque anni prima, l’aveva cambiata, per caso, la morte di Roberto Crescenzio. Sì, perché alla fine muore, dopo giorni di agonia, a ventidue anni.
C’è nella morte casuale, nella beffa del destino, un di più di tragedia. Il trovarsi, come si dice, nel posto sbagliato al momento sbagliato, accresce, in chi resta, il senso di ingiustizia, come se, altrimenti, la morte avesse anche un lato giusto, ragionevole, domestico.
Roberto Crescenzio non frequenta abitualmente l’Angelo Azzurro, non ne ha il tempo; lui, figlio di un imbianchino e di una casalinga, deve lavorare e studiare, non si occupa di politica. È un caso se quel giorno, di sabato, è entrato in quel bar con un amico. Forse non sa nemmeno che l’Angelo Azzurro, secondo “i rossi”, è “un covo di fasci”, altrimenti si guarderebbe bene dall’entrare lì dentro proprio mentre fuori, in via Po, sta per arrivare una manifestazione. Quando dentro al bar cominciano a piovere le molotov, lui scappa in bagno, ma poi ha paura che le fiamme lo raggiungano anche lì. Roberto attraversa il rogo e prende fuoco, diventa una torcia. Poi qualcuno lo spegne o lo siede sulla sedia e, mentre assume quella posa da statua o da manichino abbandonato, la sua immagine diventa la cattiva coscienza della sinistra cittadina. No, non solo di Lotta Continua, del circolo Barabba, degli “estremisti”, ma di tutti noi che, a quel tempo, trovavamo naturale dividere il mondo in due.
Ricordo che una volta, a scuola, io e altri due avanzi di parrocchia come me eravamo riusciti a conquistarci uno spazio nel quarto d’ora di “animazione politica” che, dopo mesi di ridicole lotte, ci era stato concesso ogni mattina prima dell’inizio delle lezioni. Tra i fischi dei compagni di classe, avevamo letto un passo del vangelo secondo Matteo. Al Getsemani, Gesù intima a uno dei suoi, che ha appena mozzato l’orecchio di un servo del gran sacerdote, di rinfoderare la spada e lo accusa di non aver capito nulla del suo messaggio di pace. Era la solita tirata sulla non-violenza, fatta di vomitevoli luoghi comuni, ma all’epoca ci pareva di compiere, con quelle omelie d’accatto, il nostro dovere di guide verso il Bene.
Il giorno dopo la nostra esibizione di giovani preti laici (confesso con vergogna di aver accarezzato più volte, in quegli anni, l’idea del seminario), i nostri compagni di destra (tutt’altro che una sparuta minoranza) appiccicarono sulla lavagna la foto di Roberto Crescenzio e, con il gesso, scrissero È QUESTA LA NON-VIOLENZA DELLA SINISTRA. Noi non replicammo. Avremmo potuto dire che quell’immagine, invece di confutarle, sosteneva le nostre tesi. Avremmo potuto ribadire che noi eravamo cattolici di sinistra, ma soprattutto cattolici. E invece tacemmo, schiacciati dal peso di ciò che non avevamo fatto, dal rimorso di aver pensato, almeno una volta, che l’Angelo Azzurro fosse un covo di fasci. Da allora, non prendemmo mai più la parola nel quarto d’ora di “animazione politica” e io, forse salvandomi da un destino in clergyman, persi il gusto per le prediche.
Ma non fu quella l’unica occasione in cui la foto tornò a dare piccoli o grandi colpi di timone alla mia vita e a quella di chi mi stava vicino. A immergermi di nuovo in quel passato è stato, in tempi recentissimi, un libro. Il suo titolo è un manifesto: Fate la storia senza di me. Ma, più che il titolo, è importante l’autore: Albertino Bonvicini. Un nome che, a Torino, è ancora capace di suscitare ricordi. Un nome legato a quello di Roberto Crescenzio e all’Angelo Azzurro. Quel libro era tra le cose del mio amico Edoardo Rubessi. E non era lì per caso, perché un libro non è mai un oggetto innocuo.

  • Alessandro Perissinotto Cover

    Alessandro Perissinotto nasce a Torino nel 1964. Pratica vari mestieri e, intanto, si laurea in Lettere nel 1992 con un tesi in semiotica. Inizia quindi un’intensa attività di ricerca, occupandosi di semiologia della fiaba, di multimedialità e di didattica della letteratura. È docente nell'Università di Torino.Collabora inoltre con il quotidiano "La Stampa", per il quale scrive articoli e racconti che appaiono sul supplemento "TorinoSette", e con "Il Mattino" di Napoli. Approda alla narrativa nel 1997 con il romanzo poliziesco L’anno che uccisero Rosetta (Sellerio), al quale fanno seguito La canzone di Colombano e Treno 8017 (Sellerio, 2000 e 2003). Nel 2004 pubblica per Rizzoli il noir epistolare Al mio giudice (Premio Grinzane Cavour 2005 per la Narrativa... Approfondisci
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