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Alessandro Baricco

Editore: Feltrinelli
Anno edizione: 2014
Formato: Tascabile
Pagine: , Brossura
  • EAN: 9788807884238


“Le granate fischiavano sopra le loro teste, e, per errore umano o deficienza tecnica, spesso addosso alle teste – il cosiddetto fuoco amico. Così si moriva di piombo patrio. In un frastuono scioccante, gli uomini rimanevano abbandonati ai loro pensieri, costretti a trascorrere nella passività più assoluta quelli che in molti casi erano gli ultimi istanti della loro vita.”

Uno stesso libro e tante copertine diverse: ognuna a rappresentare una situazione, uno stato d’animo, una delle emozioni che il romanzo vuole trasmettere.

Si è scritto di Baricco: l’innegabile maestria, la capacità di usare in modo straordinario il linguaggio, l’abilità e il pieno possesso delle tecniche narrative hanno finito con il sommergere l’autentico animo dello scrittore (scrivere “è una cosa simile a ballare. Un ordine. Lo sforzo dell’eleganza. Arrotondare il movimento. Aprire e chiudere. Fare cose che finisci. Frasi.”, dirà Elizaveta, un personaggio chiave di questo romanzo).
Ma se è scrittore chi ha una storia da narrare e uno strumento adeguato per farlo, è necessario riconoscere a Baricco il pieno possesso dell’una e dell’altro.
Un romanzo che richiede anni ad essere steso già merita pieno rispetto (se chi lo scrive è un autore di successo e dalle forti vendite) e indubbiamente il lavoro su Questa storia risulta tangibile: armonia perfetta di costruzione, personaggi complessi e coerenti, padronanza di ciò di cui si parla, sia che si tratti di automobili che di Storia.
Gli oltre cinquant’anni che la vicenda abbraccia corrispondono alla vita di Ultimo che conosciamo bambino di pochi anni, ai primi del Novecento, vivere all’interno di una realtà contadina in lenta trasformazione. È in quel momento e in quei luoghi che vede per la prima volta un’automobile e che ne è folgorato: ne sarà segnato per l’intera esistenza, così come la sua famiglia. L’infanzia passa inseguendo i sogni del padre e quelli del nuovo nobile amico di famiglia. Nel ricordo gli resteranno impressi incontri fondamentali ed episodi marginali, i secondi non meno importanti dei primi nell’economia di una vita. Ritroviamo Ultimo a 19 anni e in guerra.
Questo straordinario capitolo, Memoriale di Caporetto, centrale nel romanzo, è la rappresentazione di un evento storico dal forte impatto emotivo, quasi cinematografica nella forza delle immagini, grazie anche all’aver fatto narrare dagli stessi inconsapevoli protagonisti la disfatta, quel “caos senza spiegazioni” in cui “era tutto irreale” se non la carneficina e l’abbandono in cui i soldati si erano ritrovati.
Non si poteva, né tanto meno si doveva, considerare disertori i sopravvissuti datisi in gran numero alla fuga: si era creato “un grande movimento collettivo di autosospensione” da una guerra che li aveva gettati allo sbaraglio e alla morte per colpa di comandanti impreparati e ciechi. Anche in licenza non era facile trovare serenità: i civili “volevano vincere la guerra ma non volevano guardarla in faccia. Non avevano mai guardato in faccia niente, leggevano i giornali e facevano i soldi, e non volevano sapere la verità, ne avevano una paura fottuta, si vergognavano della verità”.

E Ultimo, che amava le vie, i rettilinei che disegnano e danno razionalità al mondo vive Caporetto come “l’eclisse totale di qualsiasi strada”: passerà poi il resto della vita a cercare di ritrovare il bandolo di quella matassa. È in un altrove geografico e mentale che conoscerà la “donna della sua vita”, Elizaveta: con lei non condividerà che fatiche, povertà e qualche momento di tenerezza, neppure verbalizzata. Poi lui sparirà e lei, dopo molti anni, cercherà di ricostruire con i pochi, ma essenziali elementi in suo possesso, il percorso di vita di quel ragazzo silenzioso e strano che voleva dare ordine al mondo attraverso dei percorsi, delle strade, percorsi e strade interiori che in un tentativo titanico avrebbe voluto proiettare nella realtà. Non si incontreranno più, Ultimo e Elizaveta, ma entrambi sapranno che era l’altra la persona fondamentale delle loro rispettive esistenze.
Forse ha ragione Baricco, “scrivere è una forma sofisticata di silenzio”, ma anche di pietà e di rispetto per le creature che vengono create, sintesi di uomini e donne reali da cui è davvero fatta la Storia e forse è per questo che immediato il pensiero va ai versi di Brecht: “Chi costruì Tebe dalle Sette Porte? Dentro i libri ci sono i nomi dei re. I re hanno trascinato quei blocchi di pietra?”.


Le prime frasi del romanzo

Tiepida la notte di maggio a Parigi, mille novecento tre.
Dalle loro case, centomila parigini lasciarono a metà la notte, scolando in massa verso le stazioni Saint-Lazare e Montparnasse, stazioni ferroviarie.
Alcuni neanche andarono a dormire, altri puntarono la sveglia a un'ora assurda per poi scivolare via dal letto, lavarsi senza far rumore e sbattere nelle cose, cercando la giacca. In alcuni casi erano intere famiglie a venir via, ma per lo più furono singoli individui a intraprendere il viaggio, spesso contro ogni logica o buon senso. Le mogli, nel letto, poi, stiravano le gambe dalla parte adesso vuota. I genitori scambiavano due parole, dedotte dalla discussione del giorno prima, dei giorni prima, delle settimane prima. Erano incentrate sull'indipendenza dei figli. Il padre si alzava sul cuscino e guardava l'ora. Le due. Era un rumore molto strano perché centomila persone alle due di notte sono come un torrente che corre in un letto di nulla, spariti i sassi, muto il greto. Solo acqua contro acqua. Così le loro voci correvano tra saracinesche chiuse, strade vuote e oggetti fermi. In centomila presero d'assalto le stazioni Saint-Lazare e Montparnasse, perché temevano di non trovare più posto sulle vetture per Versailles. Ma alla fine tutti trovarono posto sulle vetture per Versailles. Il treno partì alle due e tredici. Corre, il treno per Versailles.

Nei giardini del re, a pascolare nella notte, provvisoriamente miti, sotto le carcasse di ferro, intorno al cuore di pistoni, li aspettavano 224 AUTOMOBILI, ferme sull'erba, in un vago odore di olio e di gloria. Erano lì per correre la grande corsa, da Parigi a Madrid, giù per l'Europa, dalla nebbia al sole.
Lasciami andare a vedere il sogno, la velocità, il miracolo, non fermarmi con uno sguardo triste, questa notte lasciami vivere laggiù sull'orlo del mondo, solo questa notte, poi tornerò Ai giardini di Versailles, madame, parte la corsa dei sogni, madame, Panhard-Levassor, 70 cavalli, 4 cilindri fatti di acciaio forato, come i cannoni, madame Potevano arrivare, le AUTOMOBILI, ai 140 chilometri orari, strappati a strade di terra e buche, contro ogni logica e buon senso, in un tempo in cui i treni, sulla scintillante sicurezza dei binari, arrivavano con fatica ai 120. Tanto che ai tempi erano sicuri - sicuri - che più veloci non si potesse andare, umanamente parlando: quello era il confine ultimo, e quello era l'orlo del mondo. Questo spiega come sia stato possibile che centomila persone siano sbucate fuori dalla stazione di Versailles, alle tre del mattino, nella tiepida notte di maggio, lasciami andare a vivere laggiù, sull'orlo del mondo, solo questa notte, ti prego, poi tornerò.
Se una sola risaliva la strada di campagna, correvano a perdifiato in mezzo al grano per andare a incrociare quella nube di polvere, e dai retrobottega come bambini correvano a vederne passare una davanti alla chiesa, facendo sì con la testa. Ma 224 tutte insieme, questa era meraviglia pura. Le più veloci, le più pesanti, le più famose. Erano regine - l'AUTOMOBILE era regina, perché come serva non era ancora stata pensata, lei era nata regina, e la gara era il suo trono, la sua corona, non esistevano automobili, ancora, esistevano REGINE, vieni a vederle a Versailles, in questa notte tiepida di maggio, Parigi mille novecento tre.

Per partire aspettarono l'alba. Poi, con ordine, presero la strada per Madrid. Il regolamento prescriveva che partissero a un minuto l'una dall'altra. Il percorso era stato disegnato su tre tappe: la somma dei tempi avrebbe determinato il vincitore.
C'erano anche delle moto: ma non era la stessa cosa.

Recensioni dei clienti

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    cantarstorie

    10/10/2016 11.50.47

    E riecco "Questa storia"... riletto portandomi dentro i ricordi (indelebili) della mia prima lettura... e ancora - con quel senso di magia che non smettono di svelarmi i "grandi" scrittori - la pioggia, la neve, il sole e il vento che mi avevano raggiunto anni fa. Quelle grandi distese di storie raccontate che non smettono di affascinarmi, e mi rendono vicino a Baricco, al suo narrare. Grande storia.

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    Giulia

    13/08/2015 22.22.23

    Avendo letto diversi libri di Baricco devo dire che questo romanzo è stato un po' noioso portarlo alla fine.

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    Simone

    30/01/2015 14.21.04

    Un bel libro, una bella storia ma sono convinto che devo abituarmi al modo di fare narrativa di Baricco. La sua presenza è costante nell'opera e delle volte risulta quasi ingombrante. Lui è lì che ti fa l'occhiolino dietro ad una frase particolarmente ammiccante e questo ogni tanto mi pesa... sembra che non posso leggere in pace! Però devo dire che ho sperimentato una prosa a cui non sono abituato e continuerò a leggere Baricco. Proprio oggi ho finito "Seta" e sono rimasto soddisfatto.

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