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La questione della colpa. Sulla responsabilità politica della Germania

Karl Jaspers

Traduttore: A. Pinotti
Collana: Minima
Anno edizione: 1996
Formato: Tascabile
Pagine: XIX-140 p.
  • EAN: 9788870784183

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JASPERS, KARL, La questione della colpa. Sulla responsabilità politica della Germania
ARENDT, HANNAH, Ritorno in Germania
recensione di Pianciola, C., L'Indice 1997, n. 5

Lo scritto di Jaspers, riproposto in nuova traduzione, è la rielaborazione di lezioni che tenne nel 1945-46 a Heidelberg (da poco liberata dagli americani, che avevano salvato il filosofo - che i nazisti avevano destituito dall'insegnamento e privato del passaporto - e la moglie ebrea dalla minaccia della deportazione). La meditazione di Jaspers è intrecciata con quella di Hannah Arendt, l'ex allieva che aveva ripreso intensi scambi con lui dopo la guerra. Il breve saggio arendtiano del 1950 "Ritorno in Germania" termina affermando che "le attuali condizioni della Germania sono molto più un caso esemplare delle conseguenze del totalitarismo che una manifestazione del 'problema tedesco' in sé". Il fenomeno più sconcertante era per lei la fuga dalla realtà e dalla responsabilità di ciò che era accaduto.
La colpa e la responsabilità sono anche al centro delle riflessioni di Jaspers all'epoca del processo di Norimberga. Ci sono quattro tipi di colpa: criminale, morale, politica e metafisica. Dal punto di vista criminale e morale si può giudicare sempre soltanto la persona singola, mai una collettività; proprio i nazisti pretendevano che non ci fosse distinzione tra i singoli tedeschi e il "Volk" e sterminavano in nome dell'appartenenza ascrittiva. Diversa è la colpa politica: i tedeschi sono collettivamente responsabili, in diverse gradazioni, dell'ascesa e delle azioni del regime che hanno, se non attivamente sostenuto, tollerato; anche gli apolitici sono responsabili di quello che hanno permesso che si facesse con la loro astensione. In ultima analisi "un popolo è responsabile per la propria forma di governo". Tuttavia "c'è anche una colpa collettiva, dal punto di vista morale, nella maniera di vivere di una popolazione, maniera di vivere alla quale io come singolo prendo parte". Infine c'è la colpa "metafisica". Qui Jaspers rielabora, anche nelle tonalità di una religiosità non confessionale, un'idea contenuta nell'importante saggio arendtiano del '45 su "Colpa organizzata e responsabilità universale" (in "Ebraismo e modernità", a cura di Giovanna Bettini,Feltrinelli, 1993): l'appartenenza pregiuridica e prepolitica a una comune umanità fa sì che se "mi sono trovato presente e sopravvivo, dove un altro viene ucciso, in me parla una voce che mi dice che la mia colpa è il fatto di essere ancora vivo", dice Jaspers, e "gli uomini, in una forma o nell'altra, devono assumere la responsabilità di tutti i crimini commessi dagli uomini", dice Arendt. Si tratta però di non confondere i piani e i diversi tipi di colpa e di responsabilità.
Nella prefazione Galimberti svolge la tesi che la tecnica, con la sua efficienza anonima, e la riduzione degli individui a oggetto e strumento di apparati, "sottrae all'etica il principio della responsabilità personale, che era poi il terreno su cui tutte le etiche tradizionali erano cresciute": tesi che era già abbozzata in "Heidegger, Jaspers e il tramonto dell'Occidente" (1975, ora Il Saggiatore, 1996) ed è qui argomentata anche avvalendosi delle riflessioni di Anders. Meno globali le considerazioni svolte da Bolaffi, che mette in rilievo il rifiuto arendtiano di addossare le colpe del nazismo alle peculiarità della storia e della cultura tedesche piuttosto che al fenomeno, storicamente inedito e senza continuità con la tradizione, rappresentato dal totalitarismo. Più discutibile la rivalutazione dell'opera di rottura con il passato svolta da Adenauer, figura che Hannah Arendt non avrebbe compreso e adeguatamente considerato

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    stefano pelagatti

    13/10/2015 17.07.19

    Libro fondamentale, nel quale un grande tedesco consapevole decide di assumere su di se', in quanto tedesco, tutta la responsabilità morale del nazismo, rifiutando ogni attenuante, facendo di tutto questo lo strumento ineludibile di una possibile rinascita nazionale. Noto tuttavia quello che secondo me è un errore: esso si trova a pag 106 - 107, la' dove Jaspers dice: " Se dovesse affremarsi anche in America una dittatura del tipo di quella di Hitler,allora sarebbe la fine, la fine per tempi incalcolabili e non ci sarebbe più alcuna speranza". Una simile possibilità, non potrebbe mai darsi, nemmeno come ipotesi. Quando l'America esprime il peggio di se, non ne viene fuori Adolf Hitler, ma ne viene fuori Al Capone. Hitler è tanto inverosimile in America, quanto Al Capone nella Germania hitleriana; e il motivo di questo risiede nel fatto che, perchè possa esprimersi un Al Capone, occorre un alto grado di libertà, e gli americani amano la libertà sopra ogni cosa. Non così i Tedeschi, che la loro libertà l'hanno immolata spesso sull'altare della potenza, sin dai tempi di Federico il grande, che fu il primo a trasformare la Prussia in una enorme caserma. Perchè si manifesti una tirannide come quella hitleriana, è necessario un popolo disposto a farsi irreggimentare. E' anche vero, d'altro canto, che l'autore dimostra di essere almeno in parte consapevole di tutto questo, quando scrive ( pag 107) che, se la colpa dei tedeschi è una possibilità dell'uomo in quanto uomo, essa ha assunto, nella FORMA TEDESCA, un modo CARATTERISTICO e terribile di diventare tale.

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