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    Primino

    15/11/2001 21:13:54

    Libro sicuramente di difficile lettura. Da leggere se si è curiosi di sapere cosa passi nella testa di uno schizofrenico. La pazzia raccontata in prima persona.

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recensione di Concilio, C., L'Indice 1994, n. 7

Né bianca, n‚ nera. Meticcia. Un marchio che non determina tanto un futuro destino, quanto un presente contemporaneo alla nascita. E se la nascita avviene in manicomio, dove è stata rinchiusa la madre, bianca, a scontare la colpa di una relazione avuta con un nero, e se, più ancora, l'educazione dell'"orfana" avviene in un collegio, ecco delinearsi il destino-di-nascita di una grande fetta della popolazione sudafricana - del Sudafrica di ieri. La storia di Elizabeth (Bessie è un diminutivo), questa autobiografia, è infatti eccezionale, proprio in quanto storia di eccezioni: non ultima l'aver ricevuto un'educazione di matrice inglese rispetto alla comunità di meticci di lingua afrikaans con i quali pure ha convissuto nel famoso District Six, quartiere-ghetto cui lo scrittore Richard Rive ha dedicato l'omonimo romanzo ("L'indice", n. 4, 1992). E poi, infine, esule volontaria in Botswana dal '64. Da qui prende le mosse la narrazione, dal fatto di essere ancora una volta in minoranza, straniera in terra straniera; in una terra dove il tempo dei saluti si dilata a dismisura, perché tutti sono parenti, tutti si conoscono, tutti si appartengono, meno Elizabeth. "Non parlo nessuna lingua africana. Non sono africana", dice la protagonista, dando voce al proprio sradicamento, alla propria non-identità.
Vera o falsa che sia la ricostruzione della sua infanzia, vera o falsa che sia la storia della "pazzia" della madre - su questo gli studiosi si interrogano ancora - quel che è certo è che la scrittura tormentata di Bessie Head è la proiezione di una profonda lacerazione interiore, del disagio di questa doppia identità, di questa doppia negazione d'identità. Negazione di sé che arriverà poi fino alle soglie di una follia allucinatoria, fino all'esaurimento. Difficile da tradurre, questo romanzo - se non per la lingua, per l'artificiosità delle immagini e della struttura narrativa - è anche difficile da leggere nella sua simbologia, come spiega la ricca ed efficace nota introduttiva. Negli interstizi del delirio onirico, popolato dai fantasmi di due uomini demonici e infernali antagonisti, Sello e Dan, ciascuno sdoppiato nel proprio alter ego negativo, s'insinua la storia vera, la storia di quel sogno-realtà che è il giardino. Lavorando accanto a una presenza discreta, Kenosi, amica, sorella, ma soprattutto simbolo dell'"africanità", Elizabeth trova un posto per sé nella piccola comunità di Motabeng: il villaggio "di sabbia", dove la pioggia si ferma a mezz'aria per tramutarsi in vento, dove stranieri e africani, bianchi e neri lavorano insieme per lo sviluppo di cooperative agricole e artigianali. È solo attraverso il lavoro della terra, quel quotidiano sfiorarla con le mani, che si attua il reciproco scambio di appartenenza e ritorno alla vita che Elizabeth si aspettava da quell'altrove adottivo. Né bianca, n‚ nera, Elizabeth ha finalmente trovato il proprio centro: africana, in un giardino africano.
Questo accesso all'Africa Bessie Head se l'è conquistato - pena la salute mentale - lasciandosi alle spalle il Sudafrica dell'apartheid -che ritorna in questo romanzo nelle spoglie di un Potere onirico opprimente quanto lo era quello reale - e dedicandosi dapprima all'insegnamento, poi alla costruzione del giardino africano. Il suo modello era Brecht, il suo ideale panafricano: così, se non propriamente "politica", la sua scrittura si rivela tuttavia militante, partigiana, sempre schierata dalla parte dell'uomo e del suo diritto ad essere considerato tale. E se dell'esilio Bessie Head ha raccontato il disagio, dall'esilio ha raccontato soprattutto il Botswana: Cosi nei racconti dedicati a Serowe, il villaggio in cui è vissuta; così nei suoi primi due romanzi "When Rain Clouds Gather" del '68 e "Maru" del '71; dell'84, due anni prima della morte, è invece il suo romanzo storico "A Bewitched Crossroad". La bella traduzione di questo romanzo fa seguito a quella del volume di racconti "La donna dei tesori" (Edizioni Lavoro, 1987). Ma molto resta ancora da dire e da scoprire su questa scrittrice, sulla sua vita e sulle sue opere, alcune postume. E non si può non parlare di Bessie Head come di un caso letterario pari a quello rappresentato da Janet Frame, nonostante non abbia avuto la stessa risonanza; e non si può non parlare dl questo romanzo come di un capolavoro.

Tormentata e discussa autobiografia di una delle massime voci della narrativa sudafricana. Il romanzo racconta di una donna, meticcia ed esule, e della sua vita, carica di sofferenza e di tragica esemplarità. Ma tutto questo costituisce solo lo sfondo del racconto, che è invece e soprattutto un percorso nella follia dei suoi tempi e della sua mente, un inoltrarsi negli abissi dell'anima. Uno stile raffinato, un bellissimo mosaico della cultura nera africana e di uno stile di vita strettamente legato alla terra.