I quindicimila passi

Vitaliano Trevisan

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2002
Pagine: 156 p.
  • EAN: 9788806161996
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Recensioni dei clienti

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    clamore

    03/09/2010 18:15:33

    Leggibilità ai minimi storici, pesante, niente movimento, ritmo zero. Impubblicabile.

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    Boscolo Luigi

    22/05/2007 13:49:48

    Tedioso alla morte. Chiuso su sé stesso al punto di chiedermi come questo libro sia arivato alla publicazione. Concluso per il solo motivo che arrivo alla fine di ogni libro che leggo e ho letto nella continua speranza che qualcosa elevasse il piattume che stavo leggendo. Tuttavia ad altri è piaciuto. Ne prendo atto, ma non condivido.

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    Ale

    14/04/2007 21:14:40

    Un gran bel libro, letto praticamente tutto d'un fiato! Scrittura fluida e disinvolta e durante la lettura l'autore costringe il lettore a immedesimarsi con i pensieri del protagonista, Thomas, in un viaggio a ritroso in merito ad una storia avvenuta anni prima...

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    alberto

    30/10/2006 16:49:27

    un libro tedioso, fine a se stesso, noioso all'impossibile. trevisan non va a parare da alcuna parte. viene da chiedersi: chi e perchè l'ha pubblicato? il mondo dell'editoria è strano, il mercato editoriale ancor di più...

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    francesca

    08/02/2005 19:38:08

    Brevi frasi provocano immagini fulminee(quasi un film), la musicalità accompagna in una Vicenza(la mia città)anche troppo silenziosa.

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    Juri

    12/10/2004 12:44:57

    Caspita, signor Trevisan! Questa sì che è quel che si dice un'opera degna di nota. Sopraffina, sopraffina davvero.

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    giulio mozzi

    28/08/2002 08:28:12

    Buondì. Solo per segnalare che Trevisan ha pubblicato anche due libri per Theoria, che IBS non offre ma che in libreria (insistendo un po') si trovano: "Trio senza pianoforte / Oscillazioni" (tre racconti più un monologo teatrale) e "Un mondo meraviglioso" (romanzo). A proposito di quest'ultimo: ce ne sono in giro numerose copie fallate. Se lo acquistate, controllate alle pagine 120-121. Se la frase, nel passare da una pagina all'altra, fila liscia, il libro è buono. Se c'è un "salto", chiedete al libraio di sostituirvi il libro con una copia buona. La vita è difficile, anche nelle cose semplici. Aloha. giulio mozzi

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    Bartolomeo Di Monaco

    16/06/2002 10:56:35

    Scrivere un libro che si apre sul tema del perché sia difficile far coincidere il numero dei passi che si fanno per recarsi in un luogo con quelli compiuti al ritorno, è un'impresa davvero insolita che mi ha incuriosito non poco. Sapere che il protagonista non fa altro, quando cammina a piedi (sempre?) che contare i passi tra casa e destinazione, tra destinazione e casa, non è pratica di tutti i giorni. Si apprende subito che la coincidenza dei passi tra andata e ritorno si è verificata un paio di volte, ed una sola volta quando si è trattato di distanze oltre i diecimila passi. Il perché il conto non torna mai, ci sarà spiegato più avanti: "Il numero dei passi non è mai uguale all'andata e al ritorno perché qualcosa o qualcuno riesce sempre a disturbarmi, facendomi perdere il conto o, peggio ancora, facendomi perdere il ritmo." È appunto quell'unica volta in cui il conto torna oltre la distanza dei diecimila passi, che ci viene raccontata, allorché il protagonista narrante, Thomas Boschiero, si reca da casa sua, nel paese di Cavazzale, allo studio del notaio Strazzabosco, a Vicenza, in piazza Castello, per firmare alcune carte relative alla scomparsa della sorella. Dal notaio lo dividerà una distanza proprio di quindicimila passi. Eppure anche qui ci sarà una interruzione, ma essa non dipenderà da cause esterne. Sarà infatti il protagonista che ammetterà: "Nessuno mi aveva disturbato, nessuno mi aveva inopinatamente rivolto la parola. Fu di mia volontà che mi diressi..". eccetera, eccetera. E tuttavia i passi coincideranno: gli stessi all'andata, gli stessi al ritorno, nonostante l'interruzione. Quando si prepara ad uscire per recarsi dal notaio, e si sta ancora vestendo, si scopre che costui non ci narrerà fatti, ma pensieri; e subito sappiamo un sacco di cose: che i genitori sono morti, che sua sorella ha fatto da madre sia a lui che al fratello, poi misteriosamente scomparso da dieci anni dopo aver commesso qualcosa di cui ancora non sappiamo niente, scomparso come la sorella; che c'è, inoltre, un giubb

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    armando polli

    22/04/2002 16:42:48

    Era da tempo che non trovavo uno scrittore italiano di questo spessore. Libro inquietante e allo stesso tempo una sorta di giallo scritto con febbrile aderenza al punto di vista dell'io narrante. Il bello ( si fa per dire ) è che anche se tutto vive in una dimensione allucinatoria e delirante, ciò che si dice sulla violenza subita dal paesaggio (e da chi lo abita) è terribilmente vero, e ognuno deve in qualche modo riconoscerlo: basta guardarsi intorno.

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    brusatin manlio

    17/02/2002 14:20:53

    Sta uscendo finalmente uno scrittore-scrittore.Il libro che Goffredo Parise avrebbe voluto scrivere su questa nazione poverissima e ricchissima che si chiamava Le Venezie e ora è il north-east. Sì,l'autore si appoggia con grade stile sullo stile di Thomas Bernhard - e su che cosa si dovrebbe appoggiare sul cammello di Cammelleri? - ben saperdo che è come una corda d'acciao che se si rompe è una staffilata che ti fa a fette. Viene fuori il paesaggio di Piovene, Parise e Zanzotto, oggi e ora, a colori vivi,a colori veri. C'è bisogno di camminare, camminare sopra l'ultimo verde per vedere tramonti unici e indimenticabili grazie a cumuli di sostanze umane, troppo umane. Un libro in questo stile "letterariamente morale" vale cento mille volte quei libri di quel rivoltante pattume giornalisitico "aggiornato" di Gian Antonio Stella, dedicato prima alla sua terra e ora alla tribù che ci governa. Prima de parlar...lesi. Grazie Trevisan

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La scrittura di Trevisan, che ha per modello Thomas Bernhard ed è molto adatta alla forma del racconto che segnò l'esordio dello scrittore veneto nel 1996, con Trio senza pianoforte, torna con questo romanzo all'analisi di un'ossessione nevrotica, dietro la quale si affaccia fin dall'inizio il mistero di presenze e di scomparse. Il protagonista, che conta i passi fra il punto di partenza e quello della destinazione, da casa al tabaccaio, da casa allo studio del notaio, non è solo tuttavia - lo capiamo fin dall'inizio - la vittima di un disagio psichico, ma parte in causa di un delitto già consumato. Il lettore viene quindi quasi costretto a districare Thomas (questo il nome del protagonista, in omaggio allo scrittore svizzero) dalle maglie di una confusione di ruoli e di rapporti familiari. In questo senso il giardino selvaggio della casa della Commenda, in cui intenzionalmente la natura domestica si è voluta ridurre in stato di selvatichezza (con un movimento contrario a quello di una logica razionale), è proprio la metafora della scelta del protagonista, che è quella di respingere le schegge di orrore e di verità che inevitabilmente lo investono: "Dentro ognuno di noi, pensavo, c'è una superficie indivisibile che nessun altro essere umano può esplorare, un territorio ostile e inospitale, una terra che a volte anche noi tralasciamo di visitare". È un peccato che l'ansia di rendere il flusso della coscienza bruci, con soluzioni affrettate e sterzate brusche, quelle intuizioni che richiederebbero maggior indugio e sviluppo o anche, talvolta, un passo verso la chiarezza. È come se lo scrittore avesse paura di perdere il ritmo - tesissimo e che giustamente è stato accostato a quello del jazz - e di far cadere la tensione narrativa. Tuttavia alcune idee suggestive (il riferimento all'opera di Francis Bacon) e certi spunti di irritazione politica e sociale (per esempio, per l'educazione impartita nella "lavanderia cristiano-cattolica" dell'asilo delle suore o, ancora, per la proliferazione di via Aldo Moro) richiederebbero al lettore una più lenta metabolizzazione o anche, talvolta, un maggiore sbilanciamento da parte dell'autore.

Monica Bardi