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Marcello Dei

Editore: Il Mulino
Collana: Contemporanea
Anno edizione: 2011
Pagine: VI-247 p. , Brossura
  • EAN: 9788815149404
Come giudicano gli studenti e i docenti italiani la pratica del copiare a scuola? Dalle ricerche e riflessioni effettuate da Marcello Dei nel corso dell'ultimo decennio e ampiamente presentate nel volume emerge che il "copiare in classe" è percepito, dagli studenti ma anche da una parte dei docenti italiani, come atto poco o per nulla grave. La questione viene affrontata sulla base dei dati di tre questionari, due dei quali riguardanti esplicitamente questo tema, somministrati tra il 2000 e il 2008 a campioni rappresentativi di alunni delle scuole italiane frequentanti la quinta elementare, le tre medie e il triennio delle superiori.
Il primo dato che emerge è che si tratta di un pratica assai diffusa nella scuola italiana. Già presente in quinta elementare, dove afferma di copiare almeno qualche volta il 29,5 per cento degli intervistati, diventa sempre più abituale con il crescere dell'età degli studenti: dichiara di copiare il 45,5 per cento dei ragazzi di terza media e ben il 63,9 per cento di quelli del triennio delle superiori. Il bello è che non sembra esservi alcuna significativa correlazione tra la propensione a copiare degli studenti e fattori di contesto come l'estrazione sociale e culturale, l'orientamento politico e religioso, l'area geografica di residenza. Come si può facilmente intuire, invece, vi è una correlazione tra i risultati scolastici e la pratica del copiare (copia di più chi va peggio a scuola), che a sua volta ha un riflesso sulle differenze di genere: copiano di più i maschi delle femmine, il che non stupisce se si considera che da decenni le ragazze conseguono risultati scolastici migliori dei ragazzi.
Di particolare interesse, tra i vari dati raccolti, è quello relativo alla valutazione che gli studenti danno di questa pratica. Emerge infatti una tendenza a mostrare indulgenza verso chi copia; vi è grande riluttanza, per gli studenti di tutti i gli ordini di scuola, a definire "truffa" il copiare in classe, e, soprattutto, la percentuale di coloro che giudicano poco o per niente condannabile copiare durante un compito in classe presenta un andamento analogo a quello della pratica effettiva della copiatura: dal 31,8 per cento degli alunni delle elementari si arriva all'83,8 per cento di quelli delle superiori, con il risultato paradossale che il numero di coloro che giustificano questo comportamento è addirittura superiore a quello di chi lo pratica. Questo dato segna la differenza tra la situazione italiana e quella di altri paesi, per esempio gli Stati Uniti: le ricerche americane su questo tema mostrano una diffusione del fenomeno di poco inferiore all'Italia, tuttavia con un grado di allarme sociale e di condanna incomparabilmente superiore. Significativa e coerente con gli altri dati è anche la gamma dei sentimenti provocati dal copiare: si passa dalla prevalenza del senso di colpa degli alunni delle elementari all'indifferenza degli studenti delle superiori.
Ultimo dato importante, e preoccupante, è quello relativo al comportamento dei docenti. Le risposte degli studenti intervistati mostrano che le reazioni più frequenti degli insegnanti che colgono in fallo uno studente mentre copia sono il rimprovero più che la sanzione. La cosa viene confermata anche dalle risposte a un questionario somministrato ai docenti e da alcune interviste con insegnanti di vari ordini di scuola. L'immagine dell'atteggiamento dei docenti italiani rispetto all'attività del copiare degli studenti che emerge dalla ricerca è caratterizzata dall'incertezza. Gli insegnanti appaiono incerti come collettività, per la pluralità delle reazioni: la maggioranza rimprovera ma non sanziona, o sanziona in modo poco più che simbolico; una quota un po' inferiore, ma pur sempre significativa, sanziona con le procedure tradizionali (annullamento della prova, attribuzione di un'insufficienza grave, ecc.); infine c'è una minoranza di docenti, numericamente decisamente più ridotta degli altri due gruppi ma non irrilevante, che può essere definita connivente con i copiatori, perché fa finta di niente quando li sorprende. L'incertezza degli insegnanti è anche individuale, come risulta dalle interviste in profondità: di fronte allo studente colto in flagrante l'imbarazzo sembra prevalere sulla decisione, dando vita a reazioni ambivalenti e decisamente poco efficaci. Tutti gli insegnanti sono però accomunati, salvo rarissime eccezioni (di alcuni esempi di esperienze in questo campo si dà conto nell'appendice della ricerca), dalla mancata tematizzazione di questo problema: gli studenti vengono rimproverati se copiano, ma non si apre mai con loro una riflessione sul significato e le implicazioni di questa pratica. Se si tiene presente che la proibizione del copiare costituisce solo una norma implicita della scuola italiana, non esistendo nessuna legge che affronti il problema, si capisce come in questo campo il confine tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto risulti labile agli occhi della maggioranza degli studenti e anche di una parte dei docenti, per non parlare del mondo adulto extrascolastico (nel libro sono citati casi autorevoli di difensori di questa pratica, tra cui quello di Luca Cordero di Montezemolo, che alcuni anni fa rivendicò, durante un incontro con studenti universitari, il suo passato di abile copiatore).
Il lavoro svolto da Marcello Dei ha il duplice merito di affrontare questo tema, in genere ignorato o considerato semplicemente non problematico, e di farlo sulla base di dati empirci circostanziati. Ma, soprattutto, ha il merito di richiamare la nostra attenzione sul fatto che la pratica del copiare in classe non è solo il segno di un'inadeguata efficienza del sistema scolastico (se molti studenti copiano e la fanno franca, significa che in molti casi i titoli di studio erogati dalla scuola italiana non hanno valore effettivo), ma anche di un'etica pubblica in cui i valori della furbizia e del farsi i fatti propri prevalgono nettamente su quelli del rigore e dell'interesse per il bene comune. Un dato che viene considerato da Dei come particolarmente preoccupante è la risposta alla domanda su chi viene danneggiato da chi copia in classe: ebbene la maggioranza degli intervistati, indipendentemente dalle scuole frequentate, considera il copiatore stesso come colui che ci rimette di più, in quanto ottiene la sufficienza ma non ha una preparazione reale, mentre solo una ristretta minoranza vede nel copiare un atto che lede l'interesse comune all'onestà e alla correttezza. Questo dato ci dice che il punto di vista degli studenti, anche quando riconoscono che copiare produce dei danni (il che non vale per tutti: una parte degli studenti delle superiori pensa che in realtà nessuno venga danneggiato), è profondamente individualistico e non dà peso alla rilevanza pubblica di questo tipo di trasgressioni. La tesi di Dei è invece esattamente opposta: la diffusione della pratica del copiare in classe è il prodotto di una società in cui prevalgono l'interesse privato, l'illegalità diffusa e il familismo amorale, e a un tempo è un allenamento a essa. Che la scuola non colga il legame tra l'etica pubblica e questo tipo di pratiche appare quindi come una lacuna estremamente grave: se la scuola ha anche il compito di far apprendere valori e modelli di comportamento, e non solo cognizioni, allora la diffusione e la giustificazione della pratica del copiare costituisce una sua grave sconfitta.
L'importanza di questa ricerca non toglie che alcuni passaggi delle argomentazioni di Dei lascino perplessi. Innanzi tutto l'affermazione, data per scontata ma non fondata su evidenze empiriche (visto che ricerche su questo tema non sono mai state svolte in passato), che gli studenti un tempo copiassero di meno e gli insegnanti fossero più severi al riguardo. Se le memorie personali sono minimamente attendibili, le cose non stanno affatto così: si copiava anche in passato e la cosa era vissuta con pochi sensi di colpa. Semmai il vero salto di qualità è costituito dalla diffusione di strumenti informatici che hanno non solo reso più efficiente la copiatura ma ne hanno forse cambiato lo status. Copiare poche righe di una versione di latino nell'arco di due ore è cosa ben diversa dal copiare l'intera versione dal proprio smartphone scaricandola in una manciata di secondi; mentre si può discutere sulla legittimità di chiamare il primo comportamento una truffa, risulta difficile trovare una definizione migliore per il secondo. È probabile invece che lo stile degli insegnanti sia profondamente cambiato. Ma, anche in questo caso, la mancanza di dati sull'evoluzione nel tempo del fenomeno rende molto fragili le spiegazioni fornite nel libro: le conseguenze dell'antiautoritarismo sessantottino e la diffusione di valori centrati sull'individuo e sul privato degli ultimi tre decenni.
Mancano poi considerazioni sulle metodologie didattiche all'interno delle quali si inseriscono le pratiche della copiatura. Per esempio, non viene valorizzato un dato che emerge dalla ricerca: gli studenti giudicano molto più severamente chi copia nell'ambito dell'esame di stato o di un concorso rispetto a chi copia per un normale compito in classe. La differente considerazione è probabilmente il risultato anche di una delle caratteristiche fondamentali del sistema di valutazione della scuola italiana: l'essere il prodotto di una pluralità di prove ed elementi valutativi distribuiti in un arco temporale molto ampio e non già di una singola prova, con la sola eccezione (peraltro assai parziale) dell'esame di maturità. Questa situazione può spiegare perché gli studenti siano meno indulgenti se uno copia durante l'esame di stato che durante un compito in classe: in fondo in quest'ultimo caso la prova non è unica, ma ve ne saranno altre che potranno riequilibrare la valutazione in modo più equo.
Astrarre l'attività del copiare in classe dalle pratiche didattiche che costituiscono la vita quotidiana dello studente italiano e garantiscono il funzionamento stesso del sistema scolastico rischia di vanificare l'intento del lavoro di Dei, cioè la denuncia delle pesanti implicazioni di questa forma di trasgressione sull'etica pubblica: se non si riesce a comprendere fino in fondo il significato di questi comportamenti nel loro contesto, ogni intervento volto a combatterli rischia di essere percepito come astratto moralismo e di essere destinato al fallimento. Giorgio Giovannetti