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Editore: Laterza
Collana: Percorsi Laterza
Anno edizione: 2009
Pagine: XXII-265 p. , Brossura
  • EAN: 9788842088332
Nelle prime pagine di questo prezioso Rapporto si ricorda il bel proverbio africano che Robert Putnam cita nel suo libro dedicato al "capitale sociale": "Ci vuole un intero villaggio per educare un bambino". Siamo forse tutti convinti della verità di quel proverbio: diremmo, alla scala di oggi, che ci vuole un'intera Italia, un'intera Europa, un intero Occidente, forse un intero Mondo per educare uno dei nostri bambini, ragazzi e giovani (ma tutto ciò occorre anche per mantenere i minimi di civiltà di uno qualsiasi di noi adulti, anziani e vecchi). Soprattutto oggi dovrebbe esserci di ciò consapevolezza diffusa, ma non c'è, quando a livello planetario la gran parte dell'istruzione (non di una generica acculturazione) delle giovani generazioni passa attraverso quella specifica organizzazione pubblica che è la scuola, e dunque quando il nesso fra orizzonte sociale totale e scuola dovrebbe essere a tutti evidente.
Può essere di qualche interesse annotare che anche questo Rapporto, elaborato a cura della Fondazione Agnelli, dunque in un contesto che potremmo chiamare di cultura industriale, non solo riguarda esclusivamente la scuola pubblica, ma anche dimostra poca condiscendenza (come del resto altri pronunciamenti di settori industriali europei) verso ipotesi di radicale privatizzazione della scuola.
In un denso capitolo introduttivo, dove ci si pone la domanda su dove vada oggi la scuola, viene analizzata una serie di scenari del futuro elaborati in varie occasioni (sei scenari dall'Ocse nel 1996, lo scenario 2002 del National College for School Leadership inglese, lo scenario discusso nel 2003 dal Teacher Leaders Network americano). L'uso degli scenari per chiarirsi le idee sul futuro si va diffondendo soprattutto per la predilezione che vi portano riviste e meeting aziendali ed è una pratica non esente da pericoli: vi si mescolano infatti spesso generalizzazioni affrettate di trend congiunturali, valori impliciti e pensiero desiderante e, infine, l'idea che ci siano comunque in atto potenti incontrollabili determinismi sociali.
Nel Rapporto c'è una certa condiscendenza per questa pratica pericolosa, ma anche, per fortuna, viene qualche volta chiarito che l'evoluzione dei sistemi scolastici dipende principalmente, pur fra i vincoli delle grandi trasformazioni sociali, dalla volontà di quanti possono determinarla, innanzitutto i governi (dunque, se siamo in democrazia, anche i cittadini) con l'ausilio di agenzie pubbliche che svolgano costante monitoraggio del rapporto fra obiettivi e funzionamento reale. Non solo. Nelle pagine del capitolo introduttivo si svolgono serie obiezioni (o sono riportate le serie obiezioni di altri) a tutti quegli scenari che "prevedono" (o prediligono) un processo di descolarizzazione, sia attraverso una pluralità di forme private (talora con la sola funzione residuale per gli stati di accreditamento dei titoli di studio), sia attraverso lo sviluppo di una network society (insomma: internet!) che renderebbe sempre più libere le forme di apprendimento. L'obiezione su cui più insistono queste pagine nel trattare tale ipotesi di descolarizzazione è negli insopportabili aggravi della disuguaglianza sociale che essa comporterebbe: è un'obiezione importante. Si potrebbe aggiungere che, in una società non più governata dalla sacralità della tradizione, la formazione di un orizzonte comune, collettivo – e l'esperienza viva di tale orizzonte – dipende in gran parte da questa convergenza collettiva in un unico luogo di formazione delle giovani generazioni.
Non restano dunque che i grandi sistemi scolastici pubblici (o parapubblici). Il Rapporto assume in toto questo quadro di riferimento e soltanto, pur a nostro parere con qualche condiscendenza di troppo verso l'idea che Bauman si è fatto della nostra società come di un ambiente "liquido" (ipermobile), è orientato a correggere il tradizionale burocratismo dei sistemi scolastici con forme di autonomia delle singole scuole. È ancora interessante annotare che la riflessione dei curatori non sembra in alcun modo orientata a pensare siffatta autonomia né come decentramento (si mette anzi in rilievo come possano darsi, e si siano date, forme di decentramento che hanno ridotto i margini di discrezionalità delle singole scuole a vantaggio per esempio di poteri regionali), né come cedimento alla volontà congiunturale delle famiglie. In definitiva, non le famiglie, ma i cittadini sono il "pubblico" cui pensano i curatori del rapporto – e non le tradizioni culturali e valoriali di questo o quel soggetto sono l'ambiente di cui deve tener conto la scuola, ma la nostra civiltà economica, politica, sociale – e le sue grandi variazioni spaziali e temporali.
Ma il Rapporto si raccomanda alla lettura di chiunque oggi voglia interessarsi ai problemi della scuola soprattutto per la ricchezza di informazioni che contiene e per la sistematicità con cui vi sono affrontati alcuni problemi. Essendo stato redatto da una équipe della Fondazione Agnelli (Andrea Gavosto e Stefano Molino, coordinatori, e Gianfranco De Simone, Maro Gioannini e Alessandro Monteverdi), in realtà il Rapporto si fonda su una rete di ricerche commissionate ad hoc ai migliori centri italiani di studio sulla scuola. A parte i capitoli introduttivi e un capitolo marginale e poco interessante sui pareri di studenti diplomandi a riguardo della loro esperienza scolastica (il campione è grande, quasi l'universo, ma i dati sono riferiti nella forma di semplici distribuzioni), il testo si compone di tre grandi capitoli: un'analisi della storia, delle realizzazioni e dei ritardi dell'autonomia scolastica in Italia, un'analisi dei sistemi di valutazione che vengono raccomandati, in prospettiva almeno nazionale, come mezzo per la definizione di incentivi e di carriere, infine un'analisi del ceto degli insegnanti italiani. Come si vede, non si tratta di tutti i problemi della scuola. Fra i capitoli mancanti, da parte nostra potremmo segnalare i vari temi riguardanti l'organizzazione scolastica per ordini di scuola, un'organizzazione che ovviamente non è un dato di natura e che andrebbe profondamente rimeditata, e i temi relativi alle funzioni egualizzanti e al contempo selettive della scuola; ma quel che qui è trattato è comunque di grande rilievo.
In particolare, vorremmo segnalare il capitolo sugli insegnanti e l'illuminante analisi di quell'anomalia clamorosa del sistema scolastico italiano che è nella formazione, un vero e proprio processo storico di lunga durata, di una vastissima fascia di precariato (e al contempo dell'inizio ai nostri giorni di un deficit di insegnanti in certe discipline). L'esistenza di questo ingente "esercito" di riserva e il formarsi, tutto italiano, di una vera e propria "carriera" dei precari (liste e punteggi) sono fra le cause principali dell'eccessivo rigonfiamento di personale insegnante nella scuola italiana. È un problema che anche i governi di centrosinistra avevano cominciato ad affrontare (con coraggio, di fronte a una prevedibile diffusa opposizione verso il ridimensionamento degli organici) e che l'attuale governo, come è noto, vuole risolvere con la prepotenza di una operazione chirurgica. L'ipotesi che fanno i curatori del Rapporto per la soluzione non traumatica e socialmente tollerabile di questo problema (e delle connesse difficoltà di ingresso nella scuola di insegnanti giovani e preparati) è essenzialmente centrata, se abbiamo bene inteso, su due operazioni: formazione di una lista unica di idonei in cui siano compresi gli attuali precari e quanti, più giovani, superino determinati esami di abilitazione; assegnazione alle singole scuole dell'autorità di scelta entro questa lista (nazionale, si intende). È un'ipotesi che dovrebbe ovviamente essere discussa, ma anche del tutto ovviamente dovrebbe essere riconosciuta come legittima e come sorgente da un genuino interesse per il superamento delle difficoltà e dei rischi della scuola pubblica italiana.
Se si condivide l'idea che l'umanità è sempre un progetto di umanità, dunque è qualcosa che gli stessi individui fanno – un'idea che, come ha documentato l'antropologo Remotti e come anche si vede nel proverbio africano che all'inizio abbiamo ricordato, è diffusa fra i popoli cosiddetti "primitivi" e che tuttavia oggi è trascurata da certo individualismo che ci pensa nascere come già formati di tutto punto, per la precisione egoisti e razionali, come Minerva dalla testa di Giove –, se riconoscessimo questo farsi dell'umanità e conoscessimo davvero l'intreccio, che necessariamente è nell'educazione e nella scuola, fra passato, presente e futuro, non parleremmo mai della scuola come di un "servizio" in un mercato di servizi. Di beni o di servizi che sia, un mercato è sul versante della pura attualità, consiste di scambi attuali fra individui privati (la stessa fiducia, che pure nel mercato è un fragile ponte fra passato e futuro, è un sentimento di privati verso privati). È innanzitutto per la sua latitudine temporale che la scuola non è un servizio che possa circolare in un mercato. Il suo "consumo" riguarda la vita di intere generazioni, la sua programmazione riguarda i destini di lunga durata di una civiltà (non può avere verifiche a breve, se non per obiettivi molto limitati). Perfino quando l'educazione era, nelle sole classi alte, affidata a istitutori privati, essa aveva tutti i caratteri della ritualità collettiva e di un destino di civiltà collettiva (ovviamente a quei tempi, e come ancora qualcuno sogna per oggi, civiltà di "ordini" e di gerarchie fissate, dove per la grandissima parte della popolazione si dava solo la "scuola della vita": soltanto nell'epilogo di quella civiltà, come ricorderanno gli studenti liceali, il "ripetitore" privato Parini, poi diventato finalmente insegnante di una scuola "regia", cioè pubblica, avrebbe potuto svolgere una critica corrosiva al modello formativo privato del "giovin signore").
In definitiva, un programma di riforma della scuola è un programma di civiltà. Anche per questo non conviene coltivare l'illusione che un siffatto programma possa essere preparato dall'oggi al domani e conviene costituirlo invece come un orizzonte in cui iscrivere specifiche, limitate, puntuali riforme. Il Rapporto della Fondazione Agnelli crediamo rispetti queste convenienze.
Franco Rositi