Registro di classe

Sandro Onofri

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2000
  • EAN: 9788806150051
Usato su Libraccio.it - € 3,62


recensioni di Onofri, M. L'Indice del 2000, n. 09

Quando ci siamo conosciuti di persona, il giorno della prova scritta d'italiano per il concorso a cattedre, Sandro Onofri insegnava già nel profondo Nord e voleva riavvicinarsi il più presto possibile alla famiglia. Io, per mio conto, non ero stato ammesso agli orali in quello per la scuola media inferiore: eppure m'era capitato un tema su Sciascia, l'autore amatissimo a cui poi avrei dedicato tre libri. L'occasione non era proprio da ultima spiaggia: ma tutti e due avevamo ottimi motivi per non mancarla. Quando ci distribuirono le fotocopie con la traccia, dove ci si chiedeva d'affrontare il rapporto tra letteratura e industria nel Novecento, non abbiamo avuto dubbi: Carlo Bernari e Paolo Volponi, Ottiero Ottieri, il "Menabò" di Italo Calvino ed Elio Vittorini, sarebbero passati per la cruna della più strenua ortodossia manualistica, mentre io e Sandro, non senza allegro cinismo, ci saremmo attenuti rigorosamente ai pensieri pensati da altri, magari quelli più trionfalmente ascesi al cielo del luogo comune. Il risultato fu, manco a dirlo, eccellente: ne cavammo il punteggio massimo e l'ambita cattedra. Ma ci restò dentro, a me e a Sandro, una certa tristezza: se erano queste qui le modalità del reclutamento della classe docente, a sollecitarne soprattutto sciatteria e conformismo.
Leggendo ora questo Registro di classe, che la moglie Marina, insieme a tre articoli apparsi su "L'Unità" e "Diario" (pubblicati in appendice), ha recuperato dal computer del marito, subito dopo la sua scomparsa, avvenuta il 20 settembre dell'anno scorso, non ritrovo nulla di quell'allegro cinismo - che del resto non gli è mai appartenuto -, ma molta di quella tristezza, soprattutto là dove lo scrittore-insegnante si trova a constatare, accanto al conformismo dei contenuti, alle vecchie inerzie e resistenze, un conformismo nuovo e forse più pericoloso, quello didattico e metodologico, che pare sempre più tradursi in "un inseguimento affannoso della modernità", in quella celebrazione di valori "la cui validità dentro la scuola è invece tutta da dimostrare": i valori "dell'oggettività", "dell'omogeneità", "della standardizzazione". Possiamo immaginare quale sarebbe stato il suo giudizio sul nuovo e "oggettivo" esame di Stato, se avesse avuto il tempo di patirlo in corpore vili: e non è difficile nemmeno ipotizzare lo sconcerto che avrebbe provato di fronte a una scuola ormai irreversibilmente avviata a sostituire la vecchia e cara figura dello studente con quella di un utente indifferenziato, una scuola da valutare con i criteri della più aggressiva etica aziendale.
Sandro, per come l'ho conosciuto non solo sulla pagina, era un uomo antico: e questa sua bella antichità stava soprattutto nella convinzione che ogni vita non possa e non debba rinunciare al suo punto d'onore. Questo punto d'onore, Sandro l'ha coltivato come un mito personale, con inflessibilità e intransigenza: come quando, durante gli orali di quel concorso, si rifiutò di rispondere alla maestrina che gli chiedeva conto e ragione del "messaggio" degli ermetici, proprio così: del "messaggio" degli ermetici. Sandro faceva il finto tonto, non si rassegnava a convenire sul fatto che la poesia dovesse essere tradotta in messaggi, finché non giunse in suo aiuto un presidente di commissione colto e intelligente. Questo punto d'onore, per dirla velocemente e un po' alla grossa, gli coincideva con la ricerca e la salvaguardia dell'innocenza, ovunque e in qualsiasi forma fosse possibile reperirla. In questo, solo in questo, Sandro è rimasto fedele all'insegnamento di Pasolini, al suo limite straziato e utopico. È in questi termini che, in Registro di classe, quella ricerca e quell'estremo tentativo di salvaguardia gli diventano una specie di ideale regolativo, la misura suprema di ogni vero rapporto pedagogico. Sentite qua: "Da dentro le classi arrivano risate, qualche urlo, qualche colpo sulla cattedra come facciamo noi professori per riacchiapparci con un pugno l'attenzione andata persa nei luoghi misteriosi dietro i quali si perdono quegli sguardi a volte incantati e altre annoiati. Tanto che dispiace sempre un po', perché l'incanto e la noia possono partorire le stesse fantasie, e non si dovrebbe mai scassinare l'estro. E forse è lì, in quella zona d'ombra, che bisognerebbe riuscire a entrare per trovare la lingua comune tra noi che vogliamo insegnare e loro, gli studenti, che le convenzioni e le paure dei genitori hanno mandato qui, per imparare. Ma cosa?".
Sandro ha sempre pensato - e questo libro lo ribadisce nei modi d'una passione dolorosa - che potesse esistere ancora, malgrado tutto, una zona franca (meglio: una zona d'affrancamento), un punto vivo del mondo, ove il docente avesse modo di raggiungere i suoi discenti e incontrarli, appunto, dentro il sogno d'una "lingua comune", al di là di ogni condizionamento, soprattutto quello pesantissimo delle famiglie, le famiglie d'una Roma feroce e piccoloborghese, che si vergogna del suo passato recente e sottoproletario come di una malattia oscena e innominabile, le famiglie che abbiamo conosciuto bene nei suoi romanzi, Luce del nord (1991), Colpa di nessuno (1995) e L'amico d'infanzia (1999). Quando raggiungeva questa "zona d'ombra", e credo gli accadesse abbastanza spesso, Sandro non era solo un insegnante che sentiva d'aver fatto il suo dovere, ma un uomo felice, se quest'aggettivo non suonasse subito retorico per un temperamento come il suo. Registro di classe non manca di darcene testimonianza: "Esiste un mestiere più bello del mio?". Esiste un mestiere più bello del nostro? Sandro era convinto di no: altrimenti non avrebbe mai abbandonato il mestiere di giornalista, che esercitava con vero talento a "Diario", per tornare a fare il professore. Io, in questa scuola che ha raggiunto il vertice del discredito, comincio ad avere più di qualche dubbio: e sono sempre più numerose le mattine in cui entro in classe con lo stesso spirito con cui un minatore si cala nella miniera.
Ma non creda il lettore che Sandro - sull'Italia, sulla scuola italiana - fosse un uomo, un insegnante, uno scrittore di una qualche illusione. Quel mito personale, quella tensione verso l'innocenza, gli faceva guardare il mondo, e non solo quello scolastico, senza alcuna accondiscendenza. Sandro è stato uno scrittore di dettagli: laddove il dettaglio però, isolato e ingrandito, valeva sempre come uno spietato indizio di natura morale e antropologica. Anche qui in Registro di classe, le cui pagine più belle sono proprio quelle in cui la spietatezza arma la penna. Siamo a Pomezia, nella nuova multisala, Sandro è con gli studenti per vedere Train de vie: "Nell'intervallo sono andato al bar, fuori dal cinema, a prendermi un caffè. Vicino a me c'era il proprietario del cinema. Io l'ho riconosciuto, lui no. È un uomo sulla sessantina, uno di quegli ex malandrini talmente narcisisti da non riuscire a memorizzare un solo volto. Ne ho conosciuti a migliaia. Sono talmente concentrati sulla loro vita che tutto il resto non solo lo ignorano, ma faticano a considerarne l'esistenza". Ed ecco il primo piano, l'enfatizzazione dei dettagli, il giudizio muto ma inappellabile: "Il barista gli ha chiesto se nel cinema ci fossero i ragazzi della scuola, e lui ha risposto di sì con la testa, appoggiando la tazzina del caffè alle labbra protese. Poi l'altro si è informato sul film che stavano proiettando. Allora lui ha mandato giù il caffè inghiottendo sonoramente, ha fatto schioccare la lingua, ha infilato una mano in tasca, ne ha estratto un mazzo di biglietti di vario taglio, ha sfilato con la punta di indice e pollice una banconota da mille, l'ha allungata alla cassa e infine ha risposto: - Un treno per vivere, 'n'antra stronzata sull'ebbrei".
Sandro era un insegnante che cercava la democrazia attraverso la letteratura. Credeva nei libri: e ha saputo farli amare ai suoi studenti. Non aveva pietà per i colleghi nullafacenti: quelli che si giustificano coi quattro soldi dello stipendio. Ma non sopportava nemmeno gli utili idioti, i perbenisti della professione, gli apologeti edificanti, i fautori delle magnifiche sorti e progressive dell'educazione. Era, mi verrebbe da dire, un uomo di tenace concetto: ostinatissimo nella sua eresia.



recensioni di Siani, C. L'Indice del 2000, n. 09

Sembra naturale il fatto che noi ricaviamo giudizi sul lavoro dell'insegnante in base all'apprendimento degli allievi. Le famiglie hanno sempre interrogato i propri figli e i loro quaderni per sapere quanto imparano e di qui farsi un'idea di maestri e professori. Chi non ha figli interroga nipoti e figli di amici. Gli addetti intervistano un certo numero di studenti e tirano conclusioni. Con logica similare, si informa e riforma l'insegnante sulla base di esigenze circostanti. Innovazioni recenti innestate sul concetto di autonomia e propalate da enti e persone moltiplicatrici (vedi ad esempio i corsi di formazione per le cosiddette "funzioni obiettivo") configurano la scuola del futuro in una fisionomia aziendale in cui alunni e famiglie, divenuti "clienti", vengono chiamati a determinare in larga misura l'"offerta formativa" degli istituti scolastici. Più ad ampio respiro ma al fondo non diversa è la prospettiva dei progetti del Consiglio d'Europa calati nella scuola italiana attraverso il canale ministeriale e i provveditorati - vedi il vasto "Lingue 2000" attivato in molte scuole della penisola. In una situazione di questo tipo è paradigmatico che il noto filosofo chiamato a commentare il comportamento di giovani che scagliano sassi dai ponti delle autostrade si rivolga al ministro chiedendo "Ma gli insegnanti che fanno?". In realtà, la conoscenza della professione insegnante, il giudizio sui suoi operatori, e le decisioni che la riguardano sono sistematicamente ricavati da indizi indiretti.
Non metto in dubbio che gli esempi dati nascano da ben precisi criteri. Non metto in dubbio cioè la prospettiva incentrata sul discente, né voglio discutere le spinte, attualmente ancora più forti, che fanno della scuola pubblica un organismo per così dire socio-centrico a carattere aziendalistico. Dubito invece della legittimità di farsi convinzioni sul mondo della scuola assumendo visioni a senso unico come quelle esemplificate. E il punto di vista che sento mancare è quello che tiene conto anche della figura dell'insegnante.
Il libro di Sandro Onofri ci spinge invece entro tale prospettiva. È il diario di un anno di scuola; include riflessioni di chi insegna, episodi e passaggi tipici della vita scolastica, scritture di alunni. È uno dei mezzi ideali per entrare nella sfera mentale del docente e indagarne le modalità, la concezione del proprio mestiere, il proprio ruolo; indagare cioè quello che potremmo con formula sintetica chiamare il "sapere dell'insegnante", e con terminologia inglese teacher knowledge. Non è formula improvvisata. Riassume tutta una corrente (anglosassone) di studi pedagogici mirata alla formazione dei docenti. Studi che a dire il vero sembrano rovesciare le consolidate prospettive nostrane; analizzano il fenomeno "insegnamento" dirottando dall'analisi del "prodotto" (ciò che l'alunno ha imparato) all'indagine del "processo" (come si è arrivati a quel prodotto, cioè come l'insegnante ha lavorato, quali decisioni ha preso, quali riflessioni ha svolto, e in ultima analisi come percepisce il proprio ruolo e la propria posizione sociale). Per indagare in questo senso occorre entrare all'interno del lavoro dell'insegnante, nella sua preparazione ed esecuzione, nel suo farsi e mutarsi. E a questo scopo strumenti inalienabili sono appunto i diari di bordo dei docenti stessi.
È vero che nel quadro scolastico il presente diario è una eccezione; normalmente gli insegnanti italiani non riflettono per iscritto sul proprio operato, e perciò non lasciano traccia del lavorio che conduce ai loro atti d'insegnamento. Ma è anche un fatto che le istanze di aggiornamento a cui essi vengono esposti non spingono in questa direzione; ed è un altro fatto che i nostri ricercatori normalmente ignorano o trascurano anche quel poco che i docenti scrivono del proprio fare - si provi a scorrere le bibliografie dei volumi in circolazione.
Ma sfogliamo dunque questo testo nel suo contesto. Cosa ci dice, e cosa dice al ricercatore scevro da prevenzioni? Il diario mostra l'insegnante che con la riflessione sulla propria opera "genera il proprio sapere", secondo un cardine della corrente di studi sopra detta. Il 12 ottobre, pensando all'età dell'adolescenza, Onofri annota: "Sinceramente non saprei più dire con sicurezza se è bene insegnare ai giovani a procedere senza fretta verso la conoscenza di sé e della propria indole, a percorrere con calma, lentamente, la propria formazione, senza assumere acriticamente i modelli che arrivano dalla società, dall'ambiente in cui crescono. Non sarà, mi chiedo all'improvviso, che continuando a privilegiare il metodo omeopatico della conoscenza e della riflessione in un mondo che va avanti a bombarde chimiche, io contribuisco a rendere i miei allievi disadattati? (...) Mi sforzo di accompagnarli in questo rito di passaggio che è la scuola (...) Mi chiedo cioè se non sto insegnando loro la mia incapacità di adattamento alla realtà".
Basti questa citazione a delineare la zona di confine eternamente sospesa fra entusiasmo e incertezza in cui è destinato a muoversi l'insegnante, e quel tipo di consapevolezza che non diventa maniera impositiva ma dubbio, ricerca, adattamento e nuovo tentativo. Altri esempi di questo processo intimo si troveranno quando Onofri considera il mondo delle "subculture" giovanili urbane in un'area come quella romana (mutuo ancora la terminologia dal mondo anglosassone e dai suoi subcultural studies) - gli alunni con la testa rapata "a isoletta", le alunne con scarpe a zeppe altissime, il loro culto dell'eccesso e dell'eccentricità ("africani nel gusto per i colori forti, arabi nel modo di ridere così fragoroso").
Ma lo sguardo si allarga ad altri aspetti: i colleghi con i loro tic - come la professoressa di inglese attentissima ai disturbi ginecologici delle alunne - e il Consiglio d'Istituto, le gite scolastiche, l'autogestione, l'assemblea sindacale, il ricevimento genitori, e ovviamente il fare in classe, la lezione in sé. Tutto detto e scritto non tanto per amor di narrativa ma in primo luogo per parlare del proprio mondo di lavoro. Sì, è vero che il 10 febbraio troviamo un virtuosismo stilistico nel catalogo di tipi, situazioni, parole attraverso l'inconclusa frase di moda "Quelli che..."; e che se questo libro postumo fosse stato regolarmente compiuto si sarebbe forse trasformato in un prodotto più manipolato, più vicino a dilettevoli finzioni scolastiche del tipo Starnone e D'Orta (che Onofri naturalmente conosce e menziona). Ma così, come testo incompiuto, ci dice molto di più sul contesto, e spinge alla riflessione.
Sarà che ci troviamo in una fase di transizione in cui i responsabili della scuola italiana attribuiscono importanza più al bisogno di modificarne la struttura che di capirne le intime dinamiche. Proprio per questo motivo, per una corretta gestione del cambiamento, se mi fosse dato renderei i libri come questo lettura obbligata per chiunque - amministratori, pensatori pedagogici, opinionisti - pensi di poter mettere mano alla leggera nel mondo dell'insegnamento.

Recensioni dei clienti

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    Àlen Loreti

    04/11/2009 12:35:30

    Robert Walser autore di "Jakob Von Gunten" (1909) diceva che «quando si è giovani bisogna essere a lungo niente, non si deve aver fretta di diventare qualche cosa». Onofri come insegnante e autore ha saputo comunicare con chiarezza e dolcezza questo "passaggio necessario", questa condizione sofferente e potente dell'animo umano. Nelle sue descrizioni, cresciute nello studio della poetica pasoliniana e concretizzate in reportage narrativi straordinari (es. Vite di riserva, Theoria), c'è una leggerezza profonda, qualcosa di sbalorditivo, di giustamente incompiuto. Vincenzo Cerami, che aveva intuito il suo talento, lo ricorda in un commovente capitoletto di "Pensieri così" (Garzanti). Come lettore mi piace sfogliare le pagine che ci ha lasciato e apprezzare la cura, quasi neo-verista, con cui sceglieva i temi, le parole. Un profondo rispetto per il linguaggio e per la lingua italiana, qualità che emergevano nettamente dalla pagina. Spero che Stile Libero possa un giorno accorpare i volumi di Onofri, come ha fatto Baldini Castoldi Dalai, rendendoli un'opera unica come il suo autore.

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    viol

    07/06/2004 23:36:29

    la scuola sta diventando ancora peggiore... consigliata vivamente la lettura a tutti professori, alunni ex alunni divenuti genitori

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    Fabio

    27/12/2002 12:15:49

    La scuola è così. Come l'ha descritta Onofri. Onore al merito a uno scrittore dotato di ironia e sagacità.

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    silvia

    25/06/2002 10:37:15

    Struggente realismo. Così definirei questo libro. Per tutti gli insegnanti che vogliono riflettere sul proprio mestiere. Da leggere.

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    Andrea

    22/01/2001 22:33:37

    Dagli appunti frammentari e postumi ne esce un libro sincero e intelligente che dovremmo leggere un po' tutti e un esempio di modestia su cui sarebbe giusto (e opportuno) riflettere.

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