Il resto è rumore. Ascoltando il XX secolo

Alex Ross

Traduttore: A. Silvestri
Editore: Bompiani
Collana: Overlook
Anno edizione: 2009
In commercio dal: 9 settembre 2009
Pagine: 874 p., Brossura
  • EAN: 9788845262876
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Recensioni dei clienti

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    roberto

    11/04/2013 13:06:14

    Il giudizio e' una media tra pregi e difetti. Tra i primi sicuramente lo stile e la visione multicultirale e multidisciplinare, tra i secondi l'inevitabile arbitrarieta' dello spazio assegnato a compositori europei/americani e l'inserimento di analisi musicali a un livello tecnico tale da richiedere la presenza di ampi stralci delle relative partiture. Certo, si potrebbe anche accompagnare la lettura agli ascolti suggeriti dalla quida in appendice, ma occorrerebbe avere a disposizione una discografia veramenrte imponente.

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    Simone

    17/10/2010 15:15:30

    Il voto alto l'ho assegnato sia per lo stile di Ross, estremamente scorrevole e godibile nonostante affronti tematiche tutt'altro che semplici, sia per il coraggio nel cercare di dare uno sguardo unitario alla musica del XX secolo. Ovviamente la prima ( scontata, banale) critica è quella di aver lasciato in disparte aspetti in ogni caso importanti.Ma mi permetto di controbattere: impossibile non escludere qualcosa, se si vuole evitare di scrivere un'enciclopedia. Chi poi noterà le lacune magari andrà ad integrare il libro di Ross con qualche altro testo. Sicuramente la provenienza statunitense ha inciso sul molto spazio dato da Ross ai compositori americani, a scapito come si diceva di qualche altra figura importante, ma pazienza: il testo è talmente ben costruito che si legge con piacere e interesse. Grave la mancanza dell'indice dei nomi, e su questo concordo con un'altro commento qui sotto.

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    david

    18/05/2010 20:58:00

    Bella l'idea di raccontare il 20 secolo musicale affiancandolo anche agli avvenimenti storici. Ma le vicende staliniane (per altro molte gia' note) e quelle hitleriane, per quanto molto interessanti occupano troppo spazio. Spesso si cade nel gossip (troppi argomenti extra-musicali, Richard Strauss non ne esce per niente bene). Dovrebbero destare perplessita' alcune scelte dell'autore. Molto dettagliata (troppo, anche se molto bene) la "scena americana"; dagli autori (Ives, Thomson, Copland, Cage, Feldman, Ellington), fino alle correnti (minimalismo, scena californiana, jazz). Molto meno dettagliata l'Europa. Praticamente ignorata la scena italiana; qua e la' qualcosina solo su Nono e Berio (l'autore preferisce dilungarsi su Will Cook !!!). Pochissimo su Stockhausen (l'autore gli preferisce di gran lunga Britten e Messiaen).Troppo un capitolo intero su Sibelius, secondo l'autore uno tra i compositori piu' fondamentali (!!!). Un libro per chi ha gia' un'idea del 900 e che vuole avere qualche informazione (non fondamentale) in piu'. Per chi e' a digiuno del "900" e voglia "iniziarsi" ad esso, rivolgersi altrove. E' vero che la tecnica di scrittura di Alex Ross e' veramente piacevole. Ma ... troppa (veramente troppa) carne al fuoco !!!

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    Graziella

    20/02/2010 22:34:54

    E' davvero un piacere farsi trasportare da Alex Ross nel labirinto della musica del Ventesimo secolo, un libro che consiglio!

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    Giulio D'Angelo

    03/02/2010 11:24:16

    un pò troppo 'americano' e, poi, una gravissima mancanza per un libro di consultazione: manca l'indice dei nomi!!

Vedi tutte le 5 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione

Nell'ambito della saggistica il difficile equilibrio tra approfondimento e divulgazione, tra precisione dell'analisi ed efficacia delle sintesi viene raggiunto assai di rado. Il libro di cui trattiamo offre il caso, ancor più raro e per molti versi esemplare, di una ricostruzione nella quale rigore metodologico e qualità espositiva si esercitano su un campo di osservazione di proporzioni vastissime, coincidente a grandi linee con l'intero arco della musica del Novecento di tradizione occidentale. Critico musicale del "New Yorker", studioso di composizione, storia e letteratura, Alex Ross svolge una minuziosa ricognizione sulla cultura musicale dell'ultimo secolo, mettendo a frutto le sue ampie letture (di cui recano traccia le numerose note a conclusione di ogni capitolo) e le sue puntuali esperienze di ascoltatore. I premi letterari conseguiti dall'opera, e la stessa rapidità con la quale l'editore italiano ha provveduto a realizzarne in pochi mesi una seconda edizione, testimoniano del successo di una formula che potrebbe forse contribuire a risollevare le sorti di un settore, quello della saggistica musicale, da qualche anno un po' trascurato nei programmi editoriali nostrani.
In che cosa consiste questa formula? Si tratta, in breve, di un sistematico intreccio – non certo nuovo nel suo genere, ma qui realizzato con notevole maestria – di analisi musicologica ed esposizione storica, di considerazioni tecnico-musicali e narrazione, di riflessione sui problemi compositivi e illustrazione dei contesti culturali e ambientali. Un intreccio nel quale, se non è assente la componente aneddotica e strettamente biografica, emerge tuttavia anche l'analisi dei nessi economico-sociali che condizionarono il lavoro dei compositori e la descrizione dei processi tecnologici che hanno orientato gli sviluppi musicali lungo l'intero periodo considerato. Una costante metodologica del lavoro di Ross consiste proprio nella naturalezza con la quale i prodotti "alti" della cultura musicale novecentesca di tradizione classica – proverbialmente "distanti" dai modelli della musica di consumo –– vengono illuminati attraverso il confronto con le tradizioni popolari e con i linguaggi di massa, e osservati dal punto di vista del loro immanente potenziale comunicativo.
Nell'impossibilità di riferirmi anche solo a una piccola parte delle centinaia di riflessioni che Ross dedica ai compositori maggiori e minori del Novecento, provo ora a segnalare due nodi che, da un punto di vista strettamente storico-musicale, mi paiono essere tra i più importanti affrontati nel libro. Nel descrivere il clima musicale europeo nei primi decenni del Novecento, e in modo particolare negli anni successivi alla prima guerra mondiale, Ross concede grande spazio a una tendenza che egli stesso definisce come reazione nei confronti del "teutonismo" in musica, vale a dire al tentativo dei compositori dei paesi romanzi e slavi di liberarsi dalle "ingombranti fortezze" della sinfonia beethoveniana e del dramma wagneriano. Questo primo motivo offre all'autore l'opportunità di svolgere osservazioni del tutto penetranti sulla musica francese e sui compositori dell'Europa orientale, mettendo tra l'altro in bella evidenza l'origine popolare, ad esempio nel folklore russo o iberico, di molte fra le innovazioni armoniche e ritmiche della nuova musica.
Il secondo motivo è dato dal contatto, avvenuto a partire dagli anni venti, fra la musica colta europea e la tradizione afroamericana. L'assunto centrale, da un punto di vista storico, è che il delinearsi di una linea compositiva peculiarmente americana, profondamente segnata dall'influsso del jazz e della vocalità nera, abbia allora per la prima volta sottratto alla musica tradizionalmente "classica" la sua centralità. Ross ha qui buon gioco nell'avanzare la sua opzione a favore di un'arte capace di superare la distinzione fra alta e bassa cultura e nel seguire la vicenda che vede da un lato gli artisti afroamericani appropriarsi dei materiali europei nelle forme del blues e del jazz, dall'altro i compositori di formazione classica adottare gli stilemi musicali dei neri. È un filo conduttore che attraversa tutto il libro e sospinge il lettore dalla Manhattan modernista degli anni venti all'approfondimento dei nessi che collegano le esperienze del minimalismo americano al jazz modale degli anni cinquanta e sessanta.
Molti altri aspetti dovrebbero essere ricordati: la vita musicale delle grandi capitali europee, gli scandali delle prime esecuzioni, la parabola della musica seriale, il nodo dei rapporti dei compositori con i totalitarismi del Novecento, l'impulso rivoluzionario delle avanguardie musicali del secondo dopoguerra e i diversi tentativi di reagire alla loro crisi. Ma forse è più importante sottolineare, in chiusura, come questa riflessione sul destino della composizione nel XX secolo resista tenacemente alla tentazione di interpretarne la traiettoria come un declino e indichi piuttosto i germi di una rinascita nello sgretolarsi dei grandi miti monoculturali dell'Occidente e nella possibilità di una fusione finale nella quale "artisti pop evoluti e compositori estroversi" giungano a parlare "lo stesso linguaggio".
Piero Cresto-Dina