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BERTELLI, SERGIO (A CURA DI) / CRIFò, GIULIANO (A CURA DI), Rituale cerimoniale etichetta, Bompiani, 1985
recensione di Witt, R., L'Indice 1986, n. 7

AA.VV., Le corti italiane del Rinascimento, Mondadori, 1985
scheda di Witt, R., L'Indice 1986, n. 7

Lo studio della storia dell'Italia moderna non consente di rintracciare il nitido schema di sviluppo politico imperniato sull'ascesa della monarchia come in Francia o della monarchia parlamentare come in Inghilterra, ma di seguire i cambiamenti di centri politici che nella seconda metà del quindicesimo secolo sono miriadi, e se in seguito il loro numero diminuisce ne resta sempre una quantità sufficiente a sconcertare lo studioso. La storia italiana è un ottimo antidoto contro la concezione teleologica della storia.
Gli autori di "Le corti italiane del Rinascimento" si sono trovati di fronte all'eterno problema di scrivere una storia della vita di corte italiana dal quindicesimo alla fine del diciassettesimo secolo che: 1) non sia solo una serie di resoconti separati dell'evoluzione di ogni singola corte; 2) non sia così generalizzata da ridurre la realtà delle singole corti a una serie di esempi destinati a dimostrare o a illustrare conclusioni astratte; 3) permetta, come la buona storia sa fare, generalizzazioni sulla vita di corte in quanto tale basate sulla situazione chiaramente peculiare che caratterizza l'Italia.
Occorre dire che ben di rado questi problemi sono stati risolti in modo così soddisfacente: la chiarezza dell'esposizione, unita alla ricchezza della descrizione e alla straordinaria abbondanza di illustrazioni a colori e in bianco e nero, contribuisce a creare nel lettore un interesse non solo intellettuale ma anche sentimentale ed estetico. II termine "illustrazione" è anzi limitativo del ruolo che ha il materiale visuale, tanto efficacemente parola e immagine concorrono a rendere l'esperienza della vita di corte.
Come negli "ingegni" di cui erano dotati i teatri di corte, in cui la meccanica era invisibile, gli autori hanno giustamente scelto, per motivi di economia e di effetto, di non affrontare un'analisi dettagliata del retroterra concettuale che sottende il loro assunto e ne assicura la serietà. Chi la voglia conoscere può consultare una seconda opera pubblicata quasi contemporaneamente, "Rituale, Cerimoniale, Etichetta", una raccolta di testi presentati a un seminario di ricerca presieduto da Sergio Bertelli e incentrato sull'opera di Norbert Elias, "Uber den Prozess der Zivilisation. Soziogenetische und psichogenetische Untersuchungen*, comparso nel 1939 e poi ripubblicato in due successive edizioni rivedute nel 1969 e nel 1976. Questo secondo volume, che contiene anche contributi di alcuni degli autori del primo, si vedono emergere fin dal saggio introduttivo "Apertura del problema", e poi nelle undici analisi dettagliate dei vari aspetti della posizione di Elias, i principi interpretativi che tanta coesione danno a "Le corti italiane del Rinascimento". I due libri possono benissimo essere letti separatamente: leggerli insieme ci permette di conoscere il retroterra del pensiero degli autori.
Benché datato per molti aspetti, come l'eccessivo rilievo dato ai valori occidentali o la concezione un po' semplicistica dei rapporti sociali o l'utilizzo deciso e non sempre sfumato della psicologia freudiana, il saggio di Norbert Elias ha segnato una svolta grazie al tentativo di andare oltre la descrizione di modi e atteggiamenti per giungere alla comprensione della loro intrinseca funzione nella società umana. Facendo propria la teoria di Weber della crescente appropriazione del monopolio della violenza da parte dello stato nel periodo compreso tra il Medio Evo e gli allori dell'età moderna, Elias considera la vita di corte un fattore di primaria importanza nel processo di civilizzazione del guerriero: le regole che essa imponeva misero sotto controllo il guerriero barbaro, la cui propensione alla violenza era prima incontrollabile, e coloro che riuscivano a adattarsi alla situazione diventavano fieri del loro nuovo autocontrollo e capaci di cogliere le opportunità che offriva. Si tratta, come osserva Cristiano Grottanelli analizzando questa concezione in "Cibo, Istinti, Divieti"(Rituale, pp. 31-2), di un processo analogo a quello che nell'individuo porta alla formazione del super-io freudiano.
Benché tracce di questo processo di civilizzazione si trovino in tempi molto remoti, il suo vero e proprio inizio si può situare nel quindicesimo secolo: in seguito le regole di etichetta elaborate dalla classe superiore si diffusero a poco a poco anche tra gli esponenti più ambiziosi della borghesia più evoluta, una minaccia a cui la nobiltà, che in questi casi reagiva accentuando l'esclusività, rispose raffinando ulteriormente i propri modi e dando così l'avvio a un processo continuo di "innalzamento del livello di vergogna e di disapprovazione". La concezione elitaria di Elias vede la civilizzazione della società occidentale che ne conseguì come un movimento dall'alto verso il basso.
Il principale problema posto da una concezione di questo tipo, secondo Sergio Bertelli e Giulia Calvi (Rituale, p. 14), consiste nel fatto che il comportamento dei cortigiani, che Elias presenta come attività esteriore, cioè come etichetta nel senso più stretto del termine, dovrebbe invece essere visto nel suo funzionamento reale all'interno della corte e strettamente legato ai suoi rituali, come per esempio le incoronazioni, e a cerimonie come i banchetti e il ricevimento di ambasciatori. Specialmente nel periodo di cui si occupa Elias, cioè il Rinascimento e gli inizi dell'età moderna quando il principe veniva considerato divus o Christomimetes, il comportamento traeva significato soprattutto dal contesto sacrale in cui si esplicava. Dato lo stretto legame tra rituale, cerimonia e etichetta, quest'ultima, intesa come insieme di norme di comportamento, poteva essere assimilata solo da altre corti: al di fuori di questa cerchia ristretta poteva essere assunta solo a prezzo della perdita del "messaggio più profondo" (p. 15).
Inoltre, contrariamente alla concezione elitaria di Elias, il processo di imprestito delle norme era reciproco: i modi di comportamento differivano a seconda dei singoli gruppi di riferimento e l'assimilazione, sempre accompagnata dalla perdita di significato, poteva anche procedere dal basso verso l'alto. Nello stesso tempo Bertelli e Calvi mettono in rilievo l'esistenza di casi di rituali e di cerimonie in cui tutti i gruppi di riferimento hanno un comportamento collettivo, come nel caso di funerali di stato e di grandi assemblee di laici e ecclesiastici: in tali occasioni naturalmente, anche se tutti sono consapevoli del significato delle azioni, i diversi gruppi possono assumere ruoli diversi.
L'ambientazione italiana del lavoro del gruppo di Bertelli contrasta con quella marcatamente nordica del lavoro di Elias, mettendo in rilievo quello sviluppo precoce, anche se peculiare, della vita di corte in Italia che questi trascura abbondantemente. Diversamente dalle corti spagnole, inglesi o francesi, che intendevano porsi come modello per un intero paese e le cui norme erano descritte in innumerevoli manuali destinati a un pubblico più ampio di quello della corte stessa, le corti regionali italiane del sedicesimo e diciassettesimo secolo, espressione di una società estremamente stratificata, non diedero vita a una letteratura di questo tipo: scrittori come il Castiglione e il della Casa indirizzavano i loro trattati a "regioni chiuse quali le corti rinascimentali italiane" (p. 12), e benché in questi secoli ci sia stata in Italia una certa circolazione di norme di comportamento il tipo di assimilazione descritto da Elias si verificò, come mostra Gabriella Turnaturi in "Signori si nasce e si diventa" , solo negli anni successivi all'unificazione dell'Italia.
Sei degli undici saggi che compongono il volume si occupano del legame tra rituale, cerimonia e etichetta nella vita di corte italiana dal quindicesimo al diciassettesimo secolo: "Cibo, Istinti, Divieti" di Cristiano Grottanelli, "La tavola" di Elisa Acanfora e "Cerimoniale e spettacolarità, Il tovagliolo sulla tavola del principe" di Elvira Garbero Zorzi trattano del servizio a tavola e delle abitudini alimentari; "Gli spazi del quotidiano: la reggia" di Ileana Florescu si occupa della sistemazione e dell'arredamento degli ambienti del palazzo, "Le regole della moda" di Giuliana Chesne Dauphin‚ Griffo dell'importanza a corte dell'abbigliamento e delle sue variazioni locali, e "Feticci di prestigio: il dono alla corte medicea" di Marcello Fantoni dell'importanza del dono nella vita interna della corte e nei suoi rapporti con le potenze esterne.
Degli altri, "Giuoco, gerarchie e immaginario tra quattro e cinquecento" di Achille Olivieri dimostra che le corti mutuarono dai mercanti certi giochi d'azzardo, mentre "Signori si nasce e si diventa" di Gabriella Turnaturi esamina l'importanza dei libri di galateo per i settori più ambiziosi della borghesia italiana nel periodo postunitario. In "Messieurs les anglais" ovvero l'educazione di Marte Franco Cardini analizza il cambiamento dei modi di combattimento alla luce del processo di civilizzazione teorizzato da Elias. Il rapporto tra spazio e rituale nelle abitazioni private urbane è l'argomento di "Gli spazi del quotidiano: l'abitazione privata" di Vittorio Franchetti Pardo, mentre Daniel Arasse in "L'etiquette dello sguardo" si occupa di un caso di violazione dell'etichetta della pittura nella Francia del diciottesimo secolo.
Nel trarre le conclusioni generali su rituale, cerimonia e etichetta "Le corti italiane del Rinascimento" utilizza questi tre elementi per fornire un panorama completo della vita di corte italiana nel Rinascimento e all'inizio dell'età moderna. Composta di sette saggi scritti da cinque diversi autori, "Le Corti" ha come tema unificante la sacralità che caratterizza la vita di corte, in cui gesti e comportamenti servono a ribadire il carattere sacrale della società e le implicazioni religiose del potere del principe. Tutte le corti, dalla corte reale bam-boum del Camerun nel 1900 a quella di Carlo Magno nell'800, hanno in comune questo carattere di mistero e di inaccessibilità, ma ognuna ha caratteristiche sue proprie derivanti dalla personalità del principe, dalle dimensioni dei suoi domini e dalla misura del suo potere sui sudditi.
Nel saggio di apertura Sergio Bertelli propone una tipologia delle corti italiane basata su tre modelli: 1) la corte del sovrano; 2) la corte del signore che, pur riconoscendo un'autorità superiore, governa un suo territorio; 3) la corte del principe o del cardinale, che si trova all'interno dei domini di un sovrano o di un signore. Benché in questo caso la trattazione sia sostanzialmente sincronica, Bertelli non trascura i cambiamenti che la vita di corte subì nell'intero periodo: poiché lo stato non coincideva mai con la corte, la loro crescente separazione a partire dal diciottesimo secolo doveva infine portare alla collisione tra la corte e la società civile su cui era fondata.
Dopo essersi occupato nel primo saggio della corte italiana in generale, nel secondo, "Da una corte all'altra", un vero tour de force, Bertelli prende in esame una per una le principali corti del periodo e traccia la storia di ognuna di esse, una descrizione a cui dà unitarietà la tesi di fondo, articolata all'inizio del capitolo, secondo cui già nel Rinascimento l'Italia tendeva all'unità, sia pure con ritmi diversi, in tre grandi aree: lo stato pontificio, il regno di Napoli e le signorie dell'Italia settentrionale.
La residenza del principe e dei suoi cortigiani è l'argomento del terzo saggio, "Un bellissimo ordine di servire" di Franco Cardini. Partendo da una trattazione dello sviluppo della residenza signorile, ispirato sia al modello del castello sia a quello del palazzo comunale, l'autore definisce il rapporto tra tale residenza e quelle costruite da membri di rango inferiore della classe dominante e descrive il modo in cui il palazzo si espande nelle campagne attraverso la costruzione di ville.
"La scena di corte" di Elvira Garbero Zorzi è una trattazione ricca e articolata delle cerimonie di corte, dal funerale al teatro alla caccia. Non è però molto chiara la differenza tra gli aspetti della vita di corte esaminati in questo saggio e quelli del successivo "Vita di cortigiano" di Elisa Acanfora e Marcello Fantoni che, benché in parte dedicato al comportamento delle corti nei rapporti tra loro, contiene anche passi sul comportamento a tavola o in villa che sono strettamente collegati all'argomento della Zorzi. In ogni caso "Vita di cortigiano" è allo stesso alto livello degli altri saggi. Il volume si chiude appropriatamente con due saggi brevi, "Amici di Dio, amici delle stelle" di Franco Cardini e "Le congiure" di Sergio Bertelli, il primo sul rapporto della corte con il soprannaturale e il secondo sul rituale che regolava l'eliminazione del principe.
Gli autori di "Le corti italiane del Rinascimento" non hanno alcuna intenzione di sostenere, come Elias, che la vita di corte da essi descritta coincida con la civiltà dell'epoca. Pure, quando si chiude il libro, si ha la sensazione di essere venuti a contatto con un aspetto di primo piano della vita culturale italiana del Rinascimento e dei primi anni dell'età moderna, e l'abilità con cui gli autori mescolano testo, immagini e commento permette al lettore di fruire di un'esperienza immediata della società del tempo. Il lavoro del gruppo di Bertelli, in entrambi i volumi, appare estensibile ben oltre i confini geografici e cronologici dell'assunto.

(trad. dall'inglese di Mario Trucchi)