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Altiero Spinelli

Curatore: P. Graglia
Editore: Il Mulino
Anno edizione: 1996
Pagine: 384 p.
  • EAN: 9788815052469

recensione di Romero, F., L'Indice 1996, n. 7

La "rivoluzione federalista" intorno a cui il curatore ha selezionato questi scritti diSpinelli in verità non è solo una.Sono due. Quella desiderata e anticipata dai federalisti negli anni della guerra come moto di liberazione dell'Europa, al culmine della sua crisi trentennale, dalle strettoie e dalla degenerazione catastrofica dello stato-nazione a sovranità assoluta: ovvero la rivoluzione storica che non ci fu.E quella politico-culturale che Spinelli inizia a preparare subito dopo, riflettendo sui motivi di quel fallimento - o meglio di quel non avvenimento - per riadattare la propensione e l'azione federalista al mondo del dopoguerra, così da renderla nuovamente cogente in altre condizioni e con altri tempi.
Il volume fa seguito a quello che Graglia ha curato sugli anni1941-44 (Machiavelli nel secolo XX, Il Mulino, 1993) ed è suddiviso in tre parti, che corrispondono all'attività diSpinelli nel Partito d'Azione dell'Alta Italia negli ultimi mesi del1944, al suo lavoro federalista inFrancia fino al maggio1945, e poi - nuovamente in Italia - al suo ripensamento delle prospettive postbelliche del federalismo fino all'entrata in scena del Piano Marshall nel 1947.Sono quindi scritti assai utili anche per rivisitare l'esperienza del gruppo dirigente azionista, per riconsiderare il convegno federalista europeo di Parigi (marzo 1945) e le pregnanti osservazioni di Spinelli su molti problemi del momento (tra le quali spiccano per lucidità quelle sul futuro della Germania in Europa). Il pregio fondamentale della raccolta consiste tuttavia proprio nel fatto che essa ricostruisce quel passaggio particolarmente cruciale, difficile e illuminante - a cavallo tra guerra e dopoguerra - non solo della riflessione diSpinelli, ma del percorso intellettuale e politico del federalismo europeo, e consente quindi di riesaminarlo nel suo contesto, di storicizzarlo: in definitiva di comprenderlo assai meglio di quanto non abbiano fatto le molte trattazioni agiografiche e presentiste. È questo il merito, davvero non piccolo, del curatore, che nell'introduzione discute con intelligenza critica la controversa questione della rilevanza storica del pensiero federalista nella vicenda europea del cinquantennio postbellico.
Nella congiuntura storica della duplice "rivoluzione federalista" di cui sopra, infatti, risaltano tutti i temi che fanno del federalismo una cultura tanto propositiva nel dibattito sull'Europa contemporanea, e in particolare sul posto dello stato-nazione al suo interno, quanto laterale alle dinamiche politiche della ricostruzione economica e istituzionale del continente.Questi scritti diSpinelli ci reimmettono in un reticolo di intellettuali europei - ma essenzialmente italiani, inglesi e francesi - che dalla vicenda del trentennio 1914-1944 evincono delle lezioni e un imperativo.Innestandosi sull'impianto dello stato assoluto e centralista, la democratizzazione e la nazionalizzazione dei paesi del continente europeo si è tradotta in un "nazionalismo esclusivista e aggressivo".Il potere dello stato sovrano reagisce con il mercantilismo protezionista alla crescita di un'interdipendenza economica che "considera come qualcosa di sottilmente malefico da controllare". Di fronte a ogni crisi economica e politica "la fragile e superficiale vernice democratica e liberale saltava via e nudo e feroce riappariva il leviatanico stato assoluto".Lotta per la democrazia interna e aspirazione a una pace cooperativa si fondono quindi nell'imperativo della "smobilitazione dello stato nazionale" (cfr.Il nuovo piano della democrazia, novembre 1944, pp.142-57).
È cioè la natura dello stato, e non solo la sua struttura, a richiedere una trasformazione radicale che per un attimo, nella guerra e nella resistenza, apparve loro possibile.Ma "la nostra previsione di un'Europa in cui le strutture statali sarebbero crollate tutte insieme, ed in cui tuttavia i popoli avrebbero potuto liberamente decidere della loro sorte non si è verificata" (lettera del 7-1-1946, p.326). È arrivata invece la vittoria delle superpotenze, la tendenziale divisione del continente e la ripresa delle funzioni dello stato per la ricostruzione.Tra il1945 e il 1946 la delusione ovviamente si appunta sul quadro internazionale e sul riemergere delle sovranità, ma la sofferta virata di Spinelli verso un "federalismo in attesa" lo porta a guardare più da vicino il nesso tra democratizzazione dei regimi politici e problema della sovranità statale, quando osserva "questa insensata corsa... verso una società polarizzata in interessi organizzati che si precipitano sullo Stato" per ottenerne la protezione (Discorso al Congresso del P.d'A., febbraio1946, pp.333-334).
Qui viene sfiorato il nodo irrisolto delle aspettative federaliste, che rimanda all'inadeguatezza di un'analisi della crisi prebellica in cui le risposte alla depressione degli anni trenta appaiono solo nella veste sinistra del nazionalismo protezionistico e aggressivo, e scompaiono invece le esperienze di programmazione economica non dittatoriali, di integrazione sociale negoziata, di costruzione del welfare state.L'impianto liberale del pensiero federalista ci ha infatti dato una grande, preziosa acquisizione: quella del nesso, potenzialmente intrinseco a una sovranità statale assoluta, tra limitazione dei diritti dei cittadini e ricerca di potenza all'esterno.Ma ha simultaneamente mancato di offrire una risposta storicamente forte, e non solo astrattamente logica, a un dilemma altrettanto cruciale per i regimi democratici: quello cioè del bilanciamento tra le ripercussioni di una interdipendenza crescente e le esigenze di sicurezza economica, e spesso anche di identità, all'interno del corpo elettorale.
Si capisce più chiaramente come il federalismo abbia potuto rimanere solo tangenziale al processo postbellico di integrazione europea - un'integrazione largamente imperniata sulle necessità nazionali di coniugare la crescita degli scambi con un controllo sui tempi e i modi di estensione dell'interdipendenza, così da rafforzare non solo i ritmi di sviluppo ma anche il consolidamento sociale e politico - quando si rileggono le pagine in cui Spinelli delinea i criteri economici che dovrebbero sottostare a un ordinamento federale europeo.
Per un verso egli appare lucidamente lungimirante sulla necessità di utilizzare le capacità produttive della Germania e trasformarle in perno della ripresa continentale, e poi sull'opportunità democratica oltre che integrativa offerta dal PianoMarshall nel1947.Ma d'altro canto l'esigenza di superare il nazionalismo economico è sempre tradotta - con automatismo logico che si rivelerà scarsamente politico - nel precetto di un inserimento pieno, diretto e non mediato (più rigidamente liberista che liberale) nel mercato mondiale.
Non colpisce tanto l'insistenza - ovvia soprattutto nel contesto italiano - sulla necessità di smantellare l'economia di guerra, gli apparati di controllo e le posizioni di monopolio, quanto il fatto che l'intero rapporto tra cittadino e mercato sembri venir risolto in un principio di "uguaglianza di opportunità" ("Progetto diPiano di Lavoro" del P.d'A., novembre 1944, p.77) che trascura la domanda di sicurezza economica così cruciale in tutti i sistemi politici dopo gli anni trenta.
È rivelatore, in proposito, il fatto che il Roosevelt che Spinelli elogia nel1945 sia, oltre ovviamente al leader internazionale, un'improbabile smantellatore delle macchine partitiche e delle posizioni di monopolio, ma non l'edificatore del New Deal sociale ed economico! I dilemmi odierni di un federalismo che nella sua proposta alta di governo europeo dell'interdipendenza non riesce tuttavia a sciogliere i nodi profondi della sicurezza e dell'identità - talora passibili di risposte regressive e brutali - erano gli stessi su cui verteva la riflessione diSpinelli cinquant'anni fa.