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Émile Zola

Curatore: P. Bellini
Editore: Mondadori
Collana: I Meridiani
Anno edizione: 2010
Pagine: CLI-1642 p. , Rilegato
  • EAN: 9788804594161
L'uscita nei "Meridiani" Mondadori del primo volume dei Romanzi di Émile Zola, a cura di Pierluigi Pellini, è un vero avvenimento culturale. Zola non è mai stato molto fortunato in Italia, sia per il trattamento riservatogli dall'editoria nostrana (pubblicazioni sparse e con scelte discutibili, traduzioni spesso approssimative, apparati carenti) sia per i giudizi critici e le trattazioni manualistiche. I giudizi, avviati da un importante intervento di Francesco De Sanctis e da un'attenzione convinta di Edmondo De Amicis, si sono poi incartati in questioni di etichetta (naturalismo, verismo, realismo) e sono stati confusamente sostituiti da pregiudizi di tipo ideologico, religioso e moralistico. (Ancora di recente l'apologeta cattolico Vittorio Messori ripeteva tranquillamente, sul "Corriere della sera", dandola per buona, una falsa leggenda su Zola e un incidente con una pretesa miracolata di Lourdes).
Il grande pregio del "Meridiano" Zola sta anzitutto nella scelta di pubblicare due traduzioni nuove di L'Assmmoir e Nanà, rispettivamente di Pellini e Giovanni Bogliolo, e una, buona e abbastanza recente, di Thérèse Raquin a firma di Paola Messori, su licenza Rizzoli. Si sa che ogni nuova generazione deve ritradurre i classici nel proprio linguaggio, ma la cosa era particolarmente urgente per i romanzi di Zola, spesso incrostati di fraintendimenti, tagli delle parti descrittive, approssimazioni e deformazioni stilistiche.
L'altro grande pregio del libro sta nell'apparato critico, molto più abbondante anche rispetto alla buona tradizione dei "Meridiani". Il merito è del curatore Pellini, a cui si devono l'ampia introduzione generale, quelle ai singoli romanzi e il ricchissimo commento. Pellini è uno specialista del naturalismo francese (e anche del verismo italiano: Naturalismo e verismo. Zola, Verga e la poetica del romanzo, Mondadori "Università", 2010) ma si è guardato bene dal cadere nel facile tranello della corrispondenza fra programmi di poetica di un romanziere (lo Zola degli interventi teorici) ed effettiva e concreta realizzazione nei testi. Due tendenze si sono combattute nella critica francese: da una parte gli studiosi tradizionalisti, sempre pronti a incasellare il loro autore nelle formule di rito, e dall'altra i novatori, impegnati a "liberare Zola dal naturalismo" e invece a valorizzare la sua forte tendenza a caricare di significati simbolici e addirittura mitici dettagli, situazioni e sviluppi narrativi. Pellini, saggiamente, prende una posizione intermedia e, appoggiandosi agli studi e alle letture, spesso contrastanti, di Dezalay, Mitterand, Hamon, Schor, Ripoll e parecchi altri, facendo buon uso dei preziosissimi dossier preparatori (le Èbauches) conservati alla Bibliothèque nationale e cari alla critica genetica, si rifiuta di accettare ciecamente le interpretazioni in chiave di sperimentazione documentaria e naturalistica dell'opera multiforme di Zola e neppure accetta senza qualificazioni i potenti investimenti simbolici e mitici che pur operano in quei romanzi, così come non passa sotto silenzio le non poche sopravvivenze di un gusto tardo-romantico, specialmente nei romanzi minori e meno riusciti. Zola scrittore, egli ricorda, "tutto è stato fuorché monolitico".
Quindi, se di naturalismo si tratta e di debito verso la cultura scientifica e positivistica del tempo, è un debito, come ha dimostrato Deleuze, che ha prodotto originalità e straordinarie intuizioni, a volte precorritrici dei tempi. Il segno originale di Zola, ribadisce Pellini, va "al di là dall'adozione più o meno convinta, più o meno fedele, di questa o quella teoria: dall''impregnazione' all'ereditarietà [… va invece] alla promozione del corpo, delle sue pulsioni materiali, della sua concreta fisicità, a oggetto privilegiato della rappresentazione letteraria". Se di simbolismo si tratta, va ricordato che realismo e simbolismo, come ci direbbe Auerbach, non si escludono a vicenda, e va riconosciuto, come fa Pellini, che nell'opera di Zola "al cupo referto di un'esistenza triviale, tende a sovrapporsi – sempre più frequente, sempre meno controllato – un respiro lirico, che trasfigura in mito non solo gli emblemi della modernità (i grandi magazzini, la locomotiva a vapore), ma perfino l'orrore di una condizione degradata (il lavoro in miniera, la violenza dei rapporti familiari nelle campagne)".
La parte più preziosa del lavoro di Pellini la si trova nelle note, che non si limitano a dare tutte le informazioni necessarie per capire allusioni, terminologie, costumi di un mondo ormai lontano dal nostro, ma sono a volte piccoli saggi di interpretazione critica, in chiave stilistica, tematica o intertestuale. Do solo un esempio, che riguarda le pagine famose del finale di Nanà, con la descrizione della morte della protagonista per vaiolo, in una stanza di un albergo di lusso, mentre fuori ferve la vita di Parigi. Pellini, che ha più volte ricordato l'identità "fluida" di Nanà (anche a causa della sua professione di prostituta), si sofferma a lungo sulla descrizione cupa della morte e del cadavere, riprendendo alcuni spunti della critica precedente e quasi alludendo all'idea della "modernità liquida" di Bauman: "Dopo la 'michelangiolesca' (così Flaubert) descrizione del volto già putrefatto di Nanà, l'ultima parola del romanzo è lasciata all'urlo della folla: a sottolineare il parallelismo fra la morte della cortigiana e la rovina dell'Impero. Nanà si trasfigura in allegoria di una Francia corrotta e destinata alla catastrofe; il suo corpo sconciato dalla malattia è figura del corpo della nazione divorato dalle speculazioni finanziarie, dall'immoralità diffusa, dalla demagogia autoritaria di Napoleone III. (…) La pagina conclusiva di Nanà moltiplica le simmetrie a eloquente valenza simbolica, che sembrano fornire al romanzo una chiusura forte, imponendo un'interpretazione univoca: colei che 'dissolve tutto ciò che tccca', che 'liquefa tutto' (così l'Ébauche) a sua volta si decompone in 'ammasso di umori e di sangue'"..
C'è da sperare che l'impresa dei "Meridiani" aiuti a superare le persistenti difficoltà di comprensione dello scrittore francese in Italia. Purtroppo i segnali non sono buoni: un ultimo esempio di incomprensione si può trovarlo nella recensione che al libro ha dedicato su "la Repubblica" Pietro Citati il 29 marzo scorso (confermando ancora una volta la contraddizione che vede come principale critico letterario di un giornale che vorrebbe essere l'organo quasi ufficiale della modernizzazione italiana uno scrittore rimasto ancorato ai metodi e valori critici più arretrati e dedito alla divulgazione elegante di pregiudizi consolidati). In questa occasione Citati ha ignorato bellamente il volume mondadoriano (non so nemmeno se lo ha sfogliato), si è lanciato a parlare dei romanzi di Zola che gli piacciono e che in questo primo volume non sempre ci sono, esprimendo a ruota libera i suoi gusti e le sue impressioni. Ha schiacciato il malcapitato Zola fra discorsi su Balzac (un lungo paragrafo iniziale) e discorsi su Proust (un lungo paragrafo finale), ha tirato fuori la tavolozza del pittore impressionista, forse inconsapevole della pertinenza di essa proprio con molte pagine di Zola, cariche di impressioni sia visive (spesso in gara con gli amici pittori del suo tempo, come fa scrupolosamente osservare Pellini) sia olfattive (che spesso correggono le impressioni visive). Citati getta pennellate indifferenziate di colore su tutti e tre i grandi romanzieri francesi, li ha tutti impastati usando una tavolozza critica uniformemente citatiana. È riuscito così a ripetere ancora una volta le solite formule manualistiche e scolastiche sulla linea di sviluppo del romanzo francese, trascurando le singole personalità e gli intricati rapporti (che coinvolgono anche Flaubert, Maupassant, i Goncourt, Bourget e tanti altri). Ennesima combinazione di eleganza e banalità.
Remo Ceserani

Recensioni dei clienti

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    Michael Moretta

    02/12/2013 18.01.10

    Vorrei proporre il commento di un libro di Zola non tradotto in italiano ma per me tra i suoi migliori di sempre. Pot-Bouille è il decimo romanzo della saga dei Rougon-Macquart. Il titolo del libro letteralmente significa "cucina di tutti i giorni" ma Zola lo intende con un significato ancora più negativo, a sottolineare l'ipocrisia sempre presente in queste famiglie della borghesia, all'apparenza gentili, rispettabili ed oneste ma che in realtà nascondono sotterfugi, invidie, complotti e calcoli in tutto ciò che fanno.  Zola ci presenta tutte le famiglie del palazzo. Il portinaio, ex valletto da camera di un duca, che vigila sul decoro del palazzo. Il proprietario di tutto l'edificio, ex notaio con il vizio del gioco che vive a casa di sua figlia e di suo genero; i due figli del proprietario, con le loro rispettive mogli; un architetto e sua moglie; una vedova sola; una famiglia di lavoratori, gli unici non borghesi della casa; un appartamento in cui una volta a settimana viene un misterioso scrittore ad intrattenere una reazione adulterina con una altrettanto misteriosa donna.  Il personaggio attraverso cui conosciamo il palazzo è Octave Mouret, che sarà poi protagonista del libro successivo, " Au Bonheur des Dames". Assistiamo così alla sua conquista di Parigi, ai suoi amori clandestini con le abitanti della casa fino al matrimonio con la vedova del proprietario di quello che poi diventerà il suo negozio.  Il libro è una feroce critica alla borghesia francese del tardo impero. Zola ne mette in evidenza gli aspetti più disgustosi e gretti. L'apparente onestà di costoro nasconde una vita fatta di amanti, di intrighi, di disprezzo per le classi inferiori, di invidie, gelosie e calcoli per organizzare matrimoni e per trarre benefici da chiunque fosse possibile. Il tutto raccontato con una ironia e con un senso dell'umorismo incredibili. Una satira senza pietà diretta al cuore della classe borghese che ancora comandava la città di Parigi. Un libro splendido.

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