Il rumore del tempo

Julian Barnes

Traduttore: Susanna Basso
Editore: Einaudi
Formato: EPUB con DRM
Testo in italiano
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Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
Dimensioni: 283,6 KB
  • Pagine della versione a stampa: 191 p.
    • EAN: 9788858423714
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    Descrizione
    Dmitrij Sostakovic ha gia riscosso successi in patria e in mezzo mondo quando il compagno Stalin in persona emette l'inappellabile condanna: la sua non è musica, è solo caos. Da quel momento la vita del "nemico del popolo" Sostakovic non è che una foglia al vento, e la sua anima assediata dalla paura, il campo di battaglia fra codardia ed eroismo. Nella speranza che la sua arte sappia resistere al rumore del tempo. La mattina del 29 gennaio 1936 la terza pagina della Pravda commentava la recente esecuzione al Bol'soj della Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitrij Sostakovic titolando Caos anziché musica e accusando l'opera di accarezzare "il gusto morboso del pubblico borghese con una musica inquieta e nevrastenica". Non si trattava solo della recensione negativa capace di rovinare la giornata di un artista. Neppure della stroncatura in grado di distruggergli la carriera. Nell'Età del terrore del compagno Stalin un editoriale del genere, e il conseguente stigma di nemico del popolo, poteva interrompere la vita stessa. E dunque puntuale, per il celebre Sostakovic, giunge il primo di una serie di colloqui con il Potere. È una trappola senza vie d'uscita, quella che gli si tende - piegarsi alla delazione o soccombere -, e Sostakovic si dispone all'attesa dell'ineluttabile. Al calar della notte, per dieci notti consecutive, esce dall'appartamento che divide con la moglie Nita e la figlioletta Galja e si sistema accanto all'ascensore che presumibilmente porterà i suoi aguzzini, meditando fino all'alba sul suo destino e quello del suo tempo. Ma le vie dei regimi sono imperscrutabili, l'interrogatore può facilmente trasformarsi in interrogato e il reprobo salvarsi, addirittura essere "perdonato". E dunque la musica di Sostakovic può tornare a circolare e il suo nome a rappresentare quello del suo paese nel mondo. Un abisso di paura e umiliazione parrebbe scampato, ma è proprio allora che il Potere alza la posta e impone una nuova resa. Una volta e un'altra ancora. Sostakovic è ormai vecchio e nauseato di compromessi quando apprende la sua ultima verità: che "essere un vigliacco non è facile. Molto più facile essere un eroe. A un eroe basta mostrarsi coraggioso per un istante: quando estrae la pistola, quando lancia la bomba, attiva il detonatore, fa fuori il tiranno e poi se stesso. Essere un vigliacco significa invece imbarcarsi in un'impresa che dura una vita. Richiede costanza, fermezza, impegno a non cambiare, il che si risolve in una certa qual forma di coraggio". Un coraggio minore e vergognoso, certo, al cospetto dei "facili" martiri di contemporanei come Osip Mandel'stam. Uno per sentire, uno per ricordare, uno per bere, recita un proverbio tradizionale. A Sostakovic tocca sentire, ogni suono una nota, e sperare che il rumore del tempo, ogni suo spaventoso bercio e untuoso bisbiglio, finisca per dissolversi consegnando ai posteri solo la musica di Dmitrij Dmitrievic Sostakovic. La sua musica e nient'altro.

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      sergio

      21/02/2019 19:37:49

      Due storie parallele. Una interiore, l’altra esteriore. Un unico protagonista, il compositore russo Dmitrij Šostakovic. Mitia. Che a giocare con le parole potrebbe raffigurarsi come una persona estremamente “mite”. Indolente, eppure guerriera. Il campo di battaglia della sua personalissima lotta è esclusivamente la mente. La mente di un musicista che tra le note e l’immaginazione creativa gode della massima libertà, libertà che si spegne d’ogni energia per tutte quelle volte che mette fuori il naso dalla mente del protagonista. Un uomo completamente soggiogato. Schiacciato dal Potere. Ora nelle vesti del dittatore–dio Stalin, ora negli abiti apparentemente più alla mano del Segretario Chruschev, l’uomo pannocchia, che prova a sdoganarlo, dopo la feroce opposizione del regime stalinista, e invece riesce nell’impresa di annetterlo completamente al Partito. La storia è un andirivieni di vorrei ma non posso, non devo, non sono capace, ed esprime la struggente fragilità di una delle figure più illuminate della musica russa.

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      Massimiliano

      12/10/2018 18:52:36

      Due storie parallele. Una interiore, l’altra esteriore. Un unico protagonista, il compositore russo Dmitrij Šostakovic. Mitia. Che a giocare con le parole potrebbe raffigurarsi come una persona estremamente “mite”. Indolente, eppure guerriera. Il campo di battaglia della sua personalissima lotta è esclusivamente la mente. La mente di un musicista che tra le note e l’immaginazione creativa gode della massima libertà, libertà che si spegne d’ogni energia per tutte quelle volte che mette fuori il naso dalla mente del protagonista. Un uomo completamente soggiogato. Schiacciato dal Potere. Ora nelle vesti del dittatore–dio Stalin, ora negli abiti apparentemente più alla mano del Segretario Chruschev, l’uomo pannocchia, che prova a sdoganarlo, dopo la feroce opposizione del regime stalinista, e invece riesce nell’impresa di annetterlo completamente al Partito. La storia è un andirivieni di vorrei ma non posso, non devo, non sono capace, ed esprime la struggente fragilità di una delle figure più illuminate della musica russa.

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      Gloriadr

      23/09/2018 10:43:16

      La conclusione di questo bellissimo libro è che l'arte è dell'arte... di nessuno, nemmeno dell'autore. Dalla biografia di Dmitrij Sostakovic, Barnes riesce a far riflettere sul rapporto tra arte e potere e in particolare sulle varie possibilità di resistenza. Ne esce fuori il ritratto di un artista nevrotico, che spinge all'estremo l'autocritica e descrive la difficoltà di non essere un eroe del popolo o della resistenza. La sua pseudo vigliaccheria lo fa emergere come un grande uomo, ben consapevole dei suoi limiti, sempre alla ricerca di sfuggire alle conseguenze sociali della sua grandezza come compositore. I personaggi di contorno rappresentano le altre forme di resistenza/collusione con il grande padre Stalin, che per disgrazia di Sostakovic amava la musica e il popolo. Scritto benissimo, si legge d'un fiato. Dedicato agli amanti della letteratura per il popolo e dell'impegno sociale, sempre numerosi.

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      jane

      22/04/2017 15:40:03

      Non è una biografia ma un romanzo documentatissimo su un musicista famoso che si è trovato a vivere durante una dittatura. Si parla poco di musica, è vero, ma qui quello che Barnes vuol evidenziare è il rapporto fra arte e politica e il comportamento dell' artista privo della libertà di espressione. L' analisi psicologica diventa quasi l ' anatomia di un vigliacco che accetta compromessi e imposizioni : una scrittura piena di ironia e di osservazioni profonde, ma senza nessun giudizio moralistico, anzi pieno di comprensione sulle incertezze di un personaggio tanto famoso quanto controverso.

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      novella

      30/03/2017 09:55:28

      semplicemente straordinario. Esempio magistrale di come un grande scrittore riesce al contempo a tracciare la psicologia complessa e contorta di un uomo e quella sociale di un regime ottuso e spietato.

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      LucaMilano

      11/10/2016 10:59:53

      Sebbene in uno spazio piuttosto breve (191 pagine) "il rumore del tempo" offre emozioni controverse: annoia, riparte, rallenta e ancora emoziona. L'ars letteraria di Barnes non è in discussione, e il tema - la codardia, i conflitti interiori di un uomo debole ma anche di un grande incassatore - è complesso e suggestivo al tempo stesso. Non è certamente il Barnes piu godibile ma è comunque una solida e preziosa lettura, un' indagine, talvolta laboriosa e non facile, sulla debolezza dell'uomo, dell'artista specialmente, di fronte al totalitarismo.

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      massimo r.

      07/09/2016 21:55:00

      Barnes è un grande scrittore, ma spesso rischia un po'di annoiare.Questa volta ci è riuscito in pieno.

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    Dal momento in cui Stalin condanna la sua musica, Šostakovič non è che una foglia al vento, e la sua anima assediata dalla paura, il campo di battaglia fra codardia ed eroismo. Nella speranza che la sua arte sappia resistere al rumore del tempo.

    "Un capolavoro intenso che tratteggia la vita di un uomo attraverso la lotta della sua coscienza e della sua arte con le pretese impossibili del totalitarismo" - Alex Preston, The Guardian

    «Una parabola di umana degradazione in cui la minaccia di una violenza non agíta grava su ogni pagina. L'orrore del labirinto kafkiano che prende vita.» - Jeremy Denk, The New York Times Book Review

    «A Barnes, che ha studiato russo a Oxford, non interessa schierarsi e dire se il compositore fosse o no un dissidente intimo (ammesso che una cosa simile esista). Quello è un lavoro da storici, non da romanzieri, dice. E nemmeno vuole addentrarsi nell'interpretazione della sua musica, non essendo musicologo. Ciò che gli preme è dar voce alla coscienza di un personaggio dannato, umiliato, eppure così geniale da essere capace, dopo un interrogatorio terrificante, di sedersi alla scrivania e scrivere un capolavoro come la Quinta sinfoniaLivia Manera, La Lettura

    Caos anziché rumore. Così nel 1936 la Pravada, la gloriosa voce del potere accoglieva "Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk", il primo capolavoro di Šostakovič, ai tempi appena ventenne. Accusato di soddisfare con quel lavoro nevrotico e intellettualista solo i fini palati della borghesia capitalista, al compositore veniva intimato di ripensare ai reali bisogni del popolo, magari componendo canzoni patriottiche per i compagni in fabbrica. A un ingegnere dell’anima, così venivano definiti gli scrittori e gli artisti al servizio del regime, si richiedeva che la propria opera fosse sempre ispirata dai dogmi rivoluzionari. Lenin e Marx gli unici santini ammessi.

    Barnes dà vita a un elegante romanzo biografico, rappresentando, a tappe, i momenti più drammatici del rapporto tra il compositore e il regime. In tal modo lo scrittore britannico realizza un’opera non soltanto incentrata su Šostakovič, il cui ritratto, appena accennato, diventa un pretesto. A Barnes infatti interessa tratteggiare il “rumore del tempo” di quegli anni in Unione Sovietica, quando a un’artista bastava aver incontrato una volta sola un presunto cospiratore per incappare nella censura e nei processi sommari che precedevano le purghe. Sullo sfondo la vita del grande musicista, un russo anomalo. L’immagine fornitaci da Barnes è quella di un placido genio dall’aria sommessa, un parco bevitore abbonato a donne estroverse, l’unico farmaco accettabile per i suoi attacchi d’ansia. Il testo non poteva essere completo senza la presenza di Stalin, la cui ombra viene avvertita dal lettore, pagina dopo pagina, con un costante senso di angoscia. L’uomo d’acciaio e le sue manie persecutorie. Quelle manie che lo portarono a deportare buona parte della sua famiglia in Siberia.
    Šostakovič non fu l’unico bersaglio di Stalin. Altri ingegneri dell’anima erano stati presi di mira dagli spietati burocrati del partito, cani al guinzaglio dell’uomo d’accaio, pronti a lanciarsi in erudite critiche musicologiche o letterarie, a dispetto, sia chiaro, della totale incompetenza. Prokofiev, Bulgakov, Eisenstein furono alcuni tra i perseguitati. “Genio e malvagità non possono coesistere”, così Šostakovič rispondeva alle accuse rivolte a Stravinskij, reo di aver abbandonato il paese. Per l’apparato invece le due qualità costituivano un’endiadi inscindibile, un pericoloso cortocircuito che minava il fondamento del regime stesso: l’aspirazione alla mediocrità.

    Nemico del popolo. Se Stalin avesse pronunciato quelle tre parole, e ci andò spesso vicino, Šostakovič sarebbe scomparso nel nulla. Tre parole e non avremmo avuto la Quinta Sinfonia. Il lavoro di Barnes è uno struggente monito sulla follia dei totalitarismi, una lucida memoria su quanto l’umanità sia stata vicina a non conoscere uno dei più grandi geni del ventesimo secolo. Un libro di fatto imprescindibile.