Traduttore: A. Serafini
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1996
  • EAN: 9788806127008
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recensione di Sergi, G., L'Indice 1997, n. 5

Da anni si sapeva che Jacques Le Goff stava lavorando a una biografia di Luigi IX, figlio di Bianca di Castiglia, re di Francia dal 1226 al 1270, morto durante la settima crociata e fatto santo nel 1297. La pubblicazione ha suscitato molti entusiasmi convinti, alcuni plausi scontati, qualche diffidenza pregiudiziale, poche delusioni sincere. Più che il libro, ormai notissimo, commentiamo le reazioni. Tra le righe di recensioni diverse cogliamo, come sottile denominatore comune, un certo stupore. Stupore per come il libro è costruito, per l'aspetto tradizionale della prima parte (la vera biografia), per alcune dichiarazioni di metodo dello storico, per il rapporto fra questo libro e il precedente itinerario storiografico di Le Goff o, almeno, stupore per la domanda provocatoria "ma Luigi IX è esistito?" che a un certo punto sorprende il lettore. Insomma, con una ricerca di cui parlava da anni e che già intesseva, con qualche filo, vari suoi interventi congressuali, Le Goff è riuscito a sorprendere: fondamentale, a mio avviso, perché il libro è un clamoroso atto di fiducia nella ricerca storica (e nel mestiere di storico) proprio negli anni in cui questa fiducia o è considerata con sufficienza dalle colte e agguerrite riflessioni decostruzioniste o è mal ribadita dalle difese - spesso superficiali e sempre vecchiotte - degli storici più tradizionali. Qui ci troviamo di fronte a un "nuovo" storico che "ci crede"; e ci crede con motivazioni che quasi tutti riconoscono tutt'altro che semplici.
Un antidoto agli stupori, in tema di biografie e di fonti, si sarebbe potuto trovare in un articolo di Le Goff nel "Messaggero" del 25 settembre 1989, dove salutava con entusiasmo la nuova edizione Einaudi di un libro di Arsenio Frugoni, "Arnaldo da Brescia nelle fonti del secolo XII". Per Le Goff Frugoni aveva individuato la chiave giusta e prodigiosamente anticipatrice (la prima edizione dell'Arnaldo è del 1954) per affrontare il genere biografico: far emergere più i testimoni del biografato ("i documenti non sgorgano da una fonte naturale, bisogna stanare le fonti per fare un lavoro da storico"), sottoporre a vaglio attento le testimonianze senza l'ossessione dell'attendibilità e rispettando la loro specificità ("il tempo delle fonti biografiche è un tempo della memoria che sconfina dalla cronologia stretta della vita del personaggio"), prendere in esame l'ipotesi che il biografato sia più un prodotto della memoria che un concreto personaggio del passato. La domanda "è davvero esistito?" era in Frugoni meno provocatoria che in Le Goff: perché sull'eretico Arnaldo le fonti si ripetono e l'informazione è davvero esile. Non così per Luigi IX: eppure Le Goff ha usato la stessa provocazione, perché ha voluto costringerci a pensare che anche un personaggio di tanto ingombro, quando noi lo percepiamo, non è una realtà, ma un prodotto delle testimonianze coeve, dei racconti postumi, della memoria colta, dell'immaginario collettivo, della propaganda. Dopo la provocazione ci risponde che sì, certamente, è esistito: ma il dubbio serve a ricordare il dovere dello storico non solo di "stanare" le fonti, ma anche di ricostruire i loro percorsi interni e la loro "logica".
Frugoni aveva messo subito in primo piano i testimoni (personaggi come Giovanni di Salisbury e di Bernardo di Clairvaux), divenuti di fatto i protagonisti del libro, e solo dal vaglio delle loro pagine aveva lasciato affiorare il poco che si può dire di Arnaldo. Le Goff invece ha usato l'ispirazione affine in un modo diverso. Nella prima parte costruisce una biografia apparentemente tradizionale. Nella seconda parte ci informa che tutto quello che ha raccontato lo deve a certe fonti e ci accompagna dentro le fonti: aprendo dubbi, ripercorrendo situazioni, delineando ritratti di cronisti troppo attenti alla santificazione (come Goffredo di Beaulieu, il suo confessore) o di altri in equilibrio fra l'amicizia sincera e lo sforzo di obiettività (come l'ottimo Joinville). C'è poi una terza parte, molto importante, dedicata al rapporto fra l'individuo e il suo mondo: sia la società del secolo XIII, sia lo scenario del mito del re santo.
Il rapporto fra prima e seconda parte ha determinato reazioni opposte. Si deve concordare con Chiara Frugoni ("La Repubblica", 28-12-1996) che giudica una prova di bravura, un ricercato virtuosismo da grande storico, il procedere prima al racconto e poi al disvelamento dei dubbi. Malcolm Vale invece ("Times Literary Supplement", 16-8-1996), il più critico dei recensori, ritiene che questo schema abbia dato luogo a ripetizioni e a lungaggini che gli editori non avrebbero consentito a un autore che non fosse "il più grande fra i grandi nomi". Ma del resto Malcolm Vale ha condotto una lettura troppo passiva della prima parte, quella biografica: lo storico di Oxford valuta il "San Luigi" (con un misto di rimpianto e di soddisfazione) come un "ritorno all'indietro" della "nouvelle histoire", come una vittoria tardiva della storia degli avvenimenti, e trova addirittura una sorta di sincero candore nelle dichiarazioni metodologiche di Le Goff.
Non si può negare che nella rivista "Annales" ci sia insensibilità rispetto a orizzonti storiografici nuovi come la "svolta linguistica" (a cui "L'Indice" ha dedicato alcune pagine nel novembre 1992); si deve ammettere che solo gli esterni, i non addetti ai lavori, hanno trovato nel "San Luigi" la conferma dell'applicazione di metodi della storia sociale e della microstoria senza nessun sentore di "conversione" (Lorenzo Mondo, "Tuttolibri", 12-12-1996). Rimproveriamo pure le "Annales" per attardamenti, pigrizie, autocompiacimenti, perdita di freschezza. Ma perché esorcizzare alcuni temi? perché negare alla rivista e ai suoi collaboratori il diritto di espandere la propria riflessione e di applicarla anche alla storia politica, diplomatica, amministrativa, finanziaria? Se non altro per il gusto di vedere che cosa ne viene fuori, e Le Goff sembra aver lavorato, alle prese con la biografia di un re, proprio con questo gusto (si pensi alla differenza rispetto alle biografie innamorate del personaggio, come il "Luigi XIV" di Bluche, recensito in questo numero da Francesca Rocci).
C'è talmente poco "candore" che Pierre Lepape ("Le Monde", 19-1-1996) giudica che il "San Luigi" sia un "forte messaggio alla comunità scientifica" e che ci sia - fin troppo, forse? - il gusto di Le Goff di conversare con i suoi colleghi. Che il candore sia cosa lontana risulta bene da Maria Teresa Beonio Brocchieri Fumagalli ("Il Sole-24 ore", 18-2-1996) che presenta Le Goff impegnato in una scommessa: evitare i rischi insiti nella biografia secondo Pierre Bourdieu e cercarne i vantaggi suggeriti da Giovanni Levi ("la biografia può diventare il luogo ideale per verificare lo spazio, piccolo ma importante, della libertà di cui dispongono gli uomini singoli"). Aggiungiamo che il biografato come "soggetto globalizzante" ricorda i temi del passato scelti come "strutture globalizzanti" da Pierre Toubert, compagno di Le Goff nella definizione di "storia totale" di medioevo: soggetti o strutture (un re o un villaggio fortificato) che non siano semplici punti di osservazione su una fase storica, ma che siano significativamente attraversati dai caratteri e dalle dinamiche della società.
Ci poteva essere il rischio della classica biografia-pretesto, quella in cui si usa un grand'uomo per parlare del suo mondo. Ma la terza parte del "San Luigi" non cerca semplicemente le interazioni fra individuo e società. Philippe-Jean Catinchi ("Le Monde") vi trova, invece, giustamente, "l'analisi dei valori di un periodo per vedere come l'individuo vi si inserisca". In varie sedi Le Goff ha dichiarato di aver voluto scrivere una "antibiografia" (che evitasse l'isolamento del personaggio, ma anche le identificazioni e gli anacronismi delle biografie classiche), e una "biografia totale" (per definire l'unicità di un'esperienza ma in relazione agli altri uomini e ai modelli della società). Non sono le dichiarazioni di un ingenuo; sono di uno storico che non rinuncia, che cerca le strade per migliorare al massimo la conoscenza del passato. Rispondendo alle domande di Fabio Gambaro ("L'Espresso", 21-11-1996) Le Goff ha dichiarato che lo storico, proprio perché cosciente della "manipolazione" del passato, ha la responsabilità di "passare dal mito alla storia", e che deve credere in una sorta di "oggettività" da intendere come "rispetto dell'originalità del passato". E rispondendo alle mie domande in un dibattito pubblico (a Genova, il 12 giugno 1996, alla consegna del "Premio Finale Ligure Storia") ha sostenuto con vigore che "un giovane che voglia studiare la storia e che non creda che alla verità ci si possa almeno avvicinare... è meglio che cambi mestiere per tempo".