Editore: Einaudi
Anno edizione: 2014
Pagine: 149 p., Brossura
  • EAN: 9788806218454
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    Alessandro

    10/09/2014 19:53:07

    Che bel libro. Ogni poesia ha uno stile diverso certe molto divertenti e altre con più significato. In tutto un libro molto bello

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    alida airaghi

    16/03/2014 11:45:01

    Questa raccolta di Valerio Magrelli appare estremamente articolata e varia, sia nei contenuti sia formalmente, e spazia dal privato al politico, dalla religione all'indignazione civile, dalla polemica letteraria alla riflessione filosofica. Lo stile sa adeguarsi plasticamente ai temi trattati, sia utilizzando metri e formule tradizionali, sia servendosi di curiosi stratagemmi quali le sciarade e finti rebus, o inserti prosastici e narrativi. In maniera decisamente meno cerebrale e oscura che nelle precedenti prove, qui l'ansia comunicativa del poeta diventa più esplicita, segnata dalla risentita amarezza nei riguardi della società e del mondo cui fa riferimento il titolo. «Io mi faccio il Sangue Amaro./ E' una specialità della casa, sin dal lontano 1957»: così nell'ultima sezione, dedicata a un se stesso depresso e immalinconito, talvolta rabbioso. Lo spettro della morte attanaglia pensieri e cuore, nelle sembianze di una futura malattia neurologica o della insopportabile separazione definitiva dai propri cari. E' proprio dagli affetti familiari che può arrivare l'unica redenzione, per cui i versi più inteneriti del volume sono quelli rivolti ai figli e alla moglie. Ma l' angoscia aleggia ovunque, intrecciata a sentimenti di rivolta e rifiuto nei riguardi di ogni bruttura e ingiustizia, naturale o sociale: quindi verso le infermità dei bambini handicappati, gli incidenti stradali, i morti della Thyssen, i giovani disoccupati, i balzelli fiscali, le disonestà finanziarie, le dittature telematiche, i ladri che penetrano in casa, gli uccelli che entrano dalla finestra, lo sfacelo urbano, le latrine insozzate di una Roma pasolinianamente suburbana, o zingaresca. Da questa geremiade sconsolata il poeta sembra salvare solo alcuni aspetti della quotidianità, della natura, della memoria, capaci di riconciliarlo con il bene di vivere, e forse con la poesia. Anche se «il linguaggio/ha innanzitutto lo scopo di nascondere».

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Con Il sangue amaro, appena uscito da Einaudi, Valerio Magrelli è venuto decisamente spostandosi, e non soltanto in poesia, da più algide mappe astratte e mentali a più corsive e zigzaganti circostanze esistenziali, tracciando di sé e del suo mondo una più comune e configurabile storia fondata sulle mosse della quotidianità ordinaria, sugli appigli dei fatti domestici, sugli impulsi del vivere abituale.
Dall’esordio giovanile e subito sorprendente di Ora serrata retinae (e tuttavia ancora attivo, più di vent’anni dopo, nei Disturbi del sistema binario, e persino in una pur più estroflessa e musicante sezione del nuovo libro, quella che s’intitola Otobiografia), sono state le Didascalie per la lettura di un giornale a rivelare una diversa vena, a sprigionare dai suoi ceppi formali un Magrelli fieramente e finalmente urticante e conturbato, valendo anche per lui, nello sdoppiamento che si dà, ciò che lui fa qui valere per Edoardo Sanguineti: “Metà cultura, metà idiosincrasia”.
Sappiamo bene (almeno da Goethe in poi) che la poesia è sempre d’occasione, ma poi sappiamo anche che c’è occasione e occasione. Chi all’occasione si arresta, e chi dall’occasione trae le più profonde rifrazioni, le più etimologicamente anseatiche concordanze.
Ed è inutile dire (osservazione quasi superflua) che Magrelli appartiene a questa seconda schiera: alla schiera di un poeta riconoscibile e riconosciuto, direi persino consacrato (penso al fatto che il suo nome è diventato imprescindibile in ogni antologia poetica della contemporaneità), se non fosse che niente è più estraneo alla sua poesia di un tono ispirato ed enfatico.
Per uscire da possibili equivoci, dico qui e subito che questo libro, pur nascendo per addizioni, è tenuto insieme da un filo fortemente unitario e consequenziale. Un libro notevole, capace di mettere insieme, nell’“amaro sangue” del titolo e in quello non meno amaro dei componimenti che lo legittimano, tutta una pur contraddetta tensione di morte, che si converte però, grazie alla poesia, in un aumento (come diceva Leopardi) di vitalità. La “paura” come parola chiave, insomma, ma anche l’“amore della paura” come spinta vitale. Che è poi anche quella a cui ogni letteratura e ogni lettura (come mostra la sezione La lettura è crudele) restano allacciate.
I suoi momenti forse più alti si colgono in certe suites: come in quelle che s’intitolano Timore e tremore, La lettura è crudele, La lezione del fiume (quest’ultima a partire palazzeschianamente da un lavaggio d’auto per svilupparsi in una lunga meditazione sugli snodi e sui corredi di un allegorico fiume). Meno forse, almeno qua e là, nella più forzosa intelligenza che emana dalla sezione iniziale di Coppie di nomi propri, e anche nella lezione così rovesciata (con elevate punte drammaticamente dissacranti) della pur egregia Otto volte Natale. Oppure, ancora, nell’insopportabilità di usi e costumi dell’“eterno presente” (in Cave!), nell’aggiornata corona dei mesi Annopenanno (giocando di equivoco un po’ romanesco) e infine nell’affettuoso décor domestico di Piccole donne o in quello orroroso del Policida (con alcune punte aguzze, volendo infatti sottolineare l’antiretorica complainte per i “senza parola” della Thissen e la protesta accorata per i senza tetto di Sciame). 
La colta indignatio di Magrelli è tutta qui. È tutta qui la sua educata, compressa protesta “civile”, a volte polemicamente loica e laica, a volte furibonda e invettivante, a volte dolorante, a volte sconcertata, a volte sarcastica o semplicemente ironica, a volte filosoficamente desolata (sul “ciglio del non-essere” o sulle “rive del Nihil”, a fare, anche qui, allusivo bisticcio con Nilo), e del tutto compatibile, ma anche diversamente convocata, con lo stato di una nazione “circondata dal nulla”.   
Perfettamente a punto è la scrittura, caratterizzata da una marcata adozione di registri colloquiali, di forme dichiarative e persino narrative, di discorsive concatenazioni, che non smentiscono la metafora ardita, il bisticcio rivelatore, la soluzione pensosa, l’astrazione arguta, ma che, pur votandosi al risparmio di parola, approdano nell’insieme a un senso più chiaro e a una maggiore libertà di misura.
Neologismi geniali (“il corpo pinzillaccherato”, con riferimento al titolo paronomastico Tombeau de Totò) o felicemente ibridati come “necroburi”, bisticci frequenti (ad esempio “cave cavie!”, “barbarico barbaglio”, o, argutamente, “muto/Mutuo”, non a caso in enjambement), rime strategiche, pointes calibrate e una sapienza metrico-prosodica (vedere per tutti il componimento Welcome, con quelle sue coppie speculari di martelliani sdruccioli e piani) che non fa di per sé la poesia, ma da cui la poesia di Magrelli (che pure non è un metricista) non può prescindere.
Magrelli è un giocatore di deroghe calibratissime, che gli derivano dall’ineludibile necessità del suo dettato, su cui tuttavia sa interrogarsi con arguzia: “Bevvi abbastanza?”, sottintendendo, non senza autoironia, alla fonte Castalia, e rispondendo con astuzia: “A dire dei nemici, no davvero”.
Saremo dunque “amici” ricordando il testo dolcemente evocativo (Miracolo della dolcezza) che apre la sezione Paesaggi laziali. È dedicato alla memoria di un antico compagno “nella galera dell’adolescenza” ed evoca una vita a rovescio che genera, nella memoria, la nostalgia di un incontro. Riuscendo così affine ai due versi che giudico, tra tutti, misteriosamente esemplari: “Dov’è la libertà, se la malinconia / raccoglie le sue nuvole senza nessun perché?”.
 
Giovanni Tesio