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Olivier Wieviorka

Traduttore: A. Pasquali
Editore: Il Mulino
Anno edizione: 2009
Pagine: 394 p., ill. , Rilegato
  • EAN: 9788815133342
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Questo bel libro di Olivier Wieviorka, Lo sbarco in Normandia (ed. orig. 2007, a cura di Christine Vodovar e Pierpaolo Naccarella, trad. dal francese di Aldo Pasquali, pp. 395, 10 cartine, € 32, il Mulino, Bologna 2009), si presenta con lo scopo, dichiarato dallo stesso autore e riconosciuto dai recensori, di sfrondare il mito del "giorno più lungo". Wieviorka dichiara di volersi attenere ai fatti militari, perché l'operazione è soprattutto un attacco militare contro il Terzo Reich, e vuole porre in una prospettiva realistica e storicamente ineccepibile tutti i suoi aspetti. Letto il libro, ci si rende conto che quasi tutti gli scopi sono stati raggiunti. Si sa molto di più di quella operazione, si conoscono meglio le ragioni, le strategie, le incomprensioni e i salti mortali dei leader politici e militari per tenere in piedi un'alleanza tra prime donne e realizzare la più poderosa operazione anfibia della storia. Un'operazione nella quale gli stessi capi confidavano per assestare il colpo definitivo a Hitler, ma sul cui successo nessuno di essi avrebbe puntato un centesimo. Si sanno anche cose mai dette e mai analizzate con tanta cura sullo sforzo industriale alleato, sulla preparazione militare dei tedeschi, spesso ritenuta a torto inadeguata, e sulla psicologia dei soldati.
Wieviorka è uno storico di grande valore e, come francese, è riuscito facilmente a non cadere nella trappola retorica preparata con dovizia di mezzi dalla macchina propagandistica americana dal dopoguerra a oggi. Ma non ha concesso nulla neppure all'antiretorica gaullista. Come storico, si distingue anche per aver considerato tutte le fonti ed esaminato episodi e aspetti trascurati da altri storici blasonati che per tali omissioni, spesso dovute a beghe personali fra esperti o a inopportuni nazionalismi, hanno compromesso la propria credibilità scientifica. Wieviorka ha allargato il campo di osservazione all'insieme dei rapporti politici, alle strategie su altri fronti, per poi tornare con precisione ai piani, alle informazioni, alle operazioni di inganno, allo spionaggio e alla preparazione logistica che sono stati i veri punti forti dell'operazione. Ha aperto molti squarci di verità sui motivi politici e militari, sulla motivazione dei soldati alleati e tedeschi e su quella dei cittadini francesi impegnati direttamente e indirettamente nella Resistenza.
L'autore, in maniera garbata e non capziosa, mette in evidenza la mancanza di collegamento fra politica e strategia e fra quest'ultima e la tattica. Ci ricorda che a un protagonista di altissimo livello come il generale Omar Bradley ci vorranno la pensione e anni di riflessione per capire che l'azione militare non ha senso se è disgiunta dagli scopi politici. E gli scopi politici sfuggivano perché nel 1944, dopo anni di guerra, gli Alleati non avevano la minima idea di quale futuro costruire in Europa e nel mondo. Non c'era un disegno e tutto sembra svolgersi sul semplice piano ideologico. Una pericolosa prospettiva che esploderà nell'immediato dopoguerra e durerà per tutte le guerre mondiali successive: quella Fredda e quella contro il Terrore. A causa di questa prospettiva, la Germania del dopoguerra sarà sottoposta a un trattamento di vera e propria vendetta distruttrice e ci vorranno anni per arrivare a far capire agli Alleati che l'America aveva più bisogno dell'Europa di quanto non fosse viceversa e che nell'Europa del dopoguerra solo la Germania era in grado di valorizzare gli investimenti che gli Stati Uniti avrebbero fatto con il Piano Marshall. Un piano che sarebbe fallito senza la restituzione di un minimo di dignità alla nuova Germania.
Wieviorka spiega in maniera lucida perché gli Stati Uniti, nonostante fossero entrati in guerra perchè attaccati dal Giappone e nonostante la tendenza contraria dell'opinione pubblica, decisero di attaccare in Europa e difendersi nel Pacifico. Ci dice chi e perché voleva attaccare la Germania per linee esterne, in Africa, e chi e perché voleva attaccarne il cuore continentale; spiega perché non si possono conciliare le esigenze di mobilitazione economica e industriale per la produzione bellica con quelle di "mano d'opera militare" che ha bisogno delle stesse menti e delle stesse braccia per distruggere e farsi distruggere. L'autore spiega come questa mano d'opera può avere sentimenti propri nei riguardi degli avversari fino a condizionare la "voglia di combattere" e come questa voglia non sia stata mai elevata negli stessi americani, almeno fino al successo dell'invasione. Perché nulla chiama la vittoria come la vittoria stessa.
Wieviorka non celebra niente e nessuno. Mette in evidenza le carenze di pianificazione, di motivazione, di conoscenza e di qualità dei mezzi e dei materiali. Tuttavia non indulge nello sport tanto diffuso della revisione storica così cara di questi tempi a coloro che cambiano idea a ogni cambio di padrone. Semmai, ribadisce alcuni aspetti che proprio il revisionismo politicamente strumentale ha cercato di reinterpretare ad usum delphini. Semmai, richiama la storicità di certi eventi militari che sono sempre accaduti e che appaiono nuovi soltanto a chi non li ha conosciuti o voluti conoscere. La fragilità psicologica dei soldati, l'enorme peso sociale e morale delle perdite, dei morti, dei feriti e di quelle generazioni di cittadini-combattenti che si perdono fisicamente e moralmente nelle guerre sono realtà emerse in tutti i conflitti, ma raramente inserite nella Storia. In Normandia era già avvenuto quello che poi sarebbe accaduto in Vietnam e poi in Iraq e poi ancora in Afghanistan e in Iraq di nuovo. Le generazioni perdute di soldati che non tornano, o di quelli che tornano tanto traumatizzati da non essere più di alcuna utilità e la cui esperienza è talmente negletta da non servire neppure da monito, sono state troppe volte ignorate o considerate come fenomeni riguardanti solo i militari. Nel libro, l'autore evidenzia che gli alleati non avevano affatto chiaro che cosa fare in caso di successo e che non erano preparati ad affrontare le conseguenze delle perdite dei soldati. Conseguenze che sarebbero state disastrose se lo sbarco fosse fallito.
Il fatto è che in quegli anni e in quello sbarco i soldati erano già un optional. Si era affermata proprio in quegli anni di guerra globale che culmineranno con le bombe atomiche sul Giappone la strategia della distruzione strutturale. Si era scoperto che la voglia di combattere e di vincere non risiede negli eserciti, ma nella popolazione. E le vittime civili, indiscriminate e deliberate, erano diventate gli obiettivi militari delle guerre. Furono i tedeschi di Herman Goering a inaugurare la nuova strategia a Guernica, nella guerra civile spagnola, ma fu uno scienziato inglese, Lindemann, che nel 1942 convinse Churchill a pianificare la distruzione dei civili, delle città, delle abitazioni e delle strutture di sussistenza come strumento per far crollare la capacità di produzione e di sopravvivenza della Germania. Quando i fanti alleati mettono piede in Normandia, i bombardamenti a singhiozzo hanno già distrutto Milano e quelli a tappeto hanno fatto scempio di Colonia, Amburgo, Rotterdam, Kassel, Norimberga e Berlino. Eppure servono ancora soldati che fisicamente mettano piede in Francia e a piedi si dirigano, senza fretta, sulla Germania, per dare una prospettiva di vittoria. Gli scarponi sul territorio avversario sono la vera e unica manifestazione della volontà di vincere. E, quando il successo dello sbarco galvanizza gli Alleati e rafforza la speranza di vittoria, riprendono i bombardamenti a tappeto e quelli strutturali su tutta la Germania e infine sul Giappone.
La logica della carne da cannone si è spostata dai militari ai civili proprio in quegli anni, e i soldati, dopo essere stati per secoli le vittime predestinate delle guerre, si limitano ormai al ruolo di alibi. Le perdite militari sono diminuite, ma sono ancora utili all'affermazione di una casta di specialisti e tecnocrati della distruzione a distanza, dal cielo e dal mare, e a giustificare le ritorsioni e le rappresaglie. Nella preparazione e nello sbarco sono stati impiegati milioni di soldati e civili, uomini e donne, ma non ci sono stati molti guerrieri, freddi e indomiti. Le perdite sono state molto minori di quelle preventivate. Anche l'eroismo di massa, la disciplina e la preparazione degli attaccanti sono stati inferiori a quanto non sia stato diffuso a posteriori. Come sempre succede nelle guerre, in Normandia l'eroismo si è espresso più con gli episodi di sacrificio inconsapevole che attraverso la baldanza e il coraggio. Wieviorka analizza le paure, le limitazioni, i crolli psicologici dei soldati-cittadini chiamati non tanto a salvare un continente dalla dittatura o a combattere una battaglia ideologica, quanto a portare i propri scarponi in Europa, niente di più.
Eppure, lo sbarco di questi uomini, fragili, infreddoliti, impauriti, falciati dalle mitragliatrici o dal fuoco degli stessi compagni, approdati sulla spiaggia giusta o nel posto sbagliato, costretti a mangiare bene prima della partenza come se si trattasse dell'ultimo pasto del condannato a morte e costretti a vomitarselo addosso quasi a liberarsi della sentenza, questo sbarco è l'ultimo atto di un esercito ritenuto inutile, orpello ingombrante di un modo di fare la guerra che non vuole più soldati, ma carnefici. Ecco: l'unico scopo che l'autore non raggiunge con il suo libro è proprio quello di smitizzare lo sbarco. Il D-Day si conferma come il risultato esaltante di un'operazione complessa, resa ancora più complessa dall'incertezza e complicata dagli errori di visione e di previsione. Wieviorka ne libera il mito dall'alone di forza, supponenza e arroganza imposto dai vincitori e troppo spesso riconosciuto dai vinti soltanto per piaggeria, ma lo arricchisce di umanità descrivendo la grandezza, la mediocrità e la meschinità dei suoi protagonisti. Per questo va ringraziato.
Fabio Mini