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Leandra D'Antone

Editore: Franco Angeli
Anno edizione: 1990
Pagine: 220 p., ill.
  • EAN: 9788820465124


scheda di Ottaviano, C., L'Indice 1991, n. 4

Il volume della D'Antone, autrice di più saggi sulla storia politica della Sicilia e sulla storia dell'agricoltura italiana, può essere letto con molto interesse anche da coloro che non hanno alcuna specifica curiosità per le vicende relative al Tavoliere delle Puglie. Il Tavoliere risulta essere, infatti, una sorta di laboratorio nel quale, a partire dalle opere di bonifica del 1865, si possono delineare i contorni segnati, nell'arco di cento anni, dalle scienze del territorio in Italia. Quel laboratorio offre però l'occasione anche per rintracciare alcuni dei percorsi relativi alla storia del rapporto fra intellettuali e politica attraverso la storia del succedersi di diverse professioni. A occuparsi del governo del territorio sono infatti nell'Ottocento per primi i medici, seguono gli ingegneri, gli agronomi, gli urbanisti. Il Tavoliere infine è stato anche sede di un ceto agricolo-mercantile di grande prestigio economico e politico sul piano nazionale, un ceto che ha dimostrato capacità di innovazione e dinamismo come anche capacità di lunghi compromessi con le forme più arcaiche dell'uso del territorio all'interno di un mercato sempre sostanzialmente protetto. La ricerca si è ampiamente valsa della documentazione relativa ai progetti tecnici elaborati in funzione della bonifica e del risanamento igienico dalla fine dell'Ottocento ad oggi: una documentazione conservata presso l'archivio del ministero dell'agricoltura e l'Opera nazionale combattenti.



recensione di Bevilacqua, P., L'Indice 1991, n. 6

Fra i paesi dell'Europa continentale e mediterranea, la penisola italiana vanta, insieme all'Olanda (benché per aspetti assai diversi da questa) una singolare caratteristica: quella di aver ospitato i più mutevoli quadri ambientali, le più radicali trasformazioni territoriali. Basti pensare al fatto che sulle sue terre son fiorite precocemente, nel mondo antico, vere e proprie civiltà urbane (quelle, ad esempio, della Magna Grecia nell'Italia meridionale) cui son succeduti, per un paio di millenni, fenomeni in parte ancora misteriosi di abbandoni e di degrado giunti fin quasi ai nostri giorni. Oppure, per suggerire un altro caso a direzione inversa, è sufficiente richiamare la vicenda della pianura padana, che oggi costituisce il cuore del mondo urbano-industriale italiano, e che ancora in età medievale era stabilmente o periodicamente sommersa dalle acque e dalle paludi per sterminate estensioni. Opere di bonifica gigantesche si son rese necessarie, nel corso di diversi secoli, per rendere abitabili e produttive quelle terre, per condurle alla fisionomia paesaggistica ed economica attuale: quella cioè di una delle più ricche pianure del mondo. Nell'ambito di questa affascinante storia, in cui così mutevoli nel tempo appaiono gli assetti dell'insediamento umano, i profili del paesaggio, i modi di uso delle risorse, un posto di sicuro rilievo spetta alla vicenda della più grande pianura del Mezzogiorno d'Italia: il Tavoliere di Puglia.
Estesa per oltre 376.000 ettari, essa divenne nel 1447, per iniziativa di Alfonso I d'Aragona, quasi un unico immenso territorio di pascolo per le pecore transumanti d'inverno dall'Abruzzo e dalle montagne dell'Italia centro-meridionale. Nasceva allora la Dogana della mena delle pecore, speciale organismo fiscale finalizzato alla protezione della pastorizia - allora il più grande complesso armentizio d'Europa, dopo la Mesta di Spagna - che avrebbe impresso per diversi secoli, a quell'area, il marchio della terra senza uomini e senza case, spoglia d'alberi, dominio incontrastato delle colture estensive del grano e soprattutto di sterminati pascoli invernali.
Colpita nelle sue strutture feudali dalla politica riformatrice dei Napoleonidi, che nel 1806 abolirono la Dogana, l'economia pastorale cominciò a declinare nel corso del XIX secolo cedendo crescenti spazi alla granicoltura e all'uso privato delle terre. Una tendenza che divenne sempre più accentuata nel corso dei decenni, soprattutto a partire dalla legge di "affrancazione" del 1865, con la quale il nuovo stato unitario riavviava una più decisa politica riformatrice.
La straordinaria e pochissimo nota vicenda di interventi, di bonifiche, di trasformazioni fondiarie e di paesaggio che il Tavoliere ha subito da quella fase sino ai primi decenni di questo dopoguerra, ha conosciuto di recente una fioritura singolare di studi cui ha contribuito - per iniziativa e stimolo di Manlio Rossi Doria - un gruppo di giovani storici: da Antonino Checco, a Franco Mercurio a Valeria Pizzini. Ed è all'interno di tale ambito di ricerche che si segnala il contributo recente di Leandra D'Antone, di sicuro uno degli studi più originali che siano apparsi in Italia su tali argomenti. Grazie a fonti documentarie di prima mano - spesso disperse in vari e disordinati fondi archivistici - l'autrice fornisce un quadro analitico della realtà ambientale della Capitanata (tale era il nome dell'antica provincia in cui il Tavoliere si collocava) ricostruendo i complessi itinerari che hanno portato alla sua lenta trasformazione.
Convertita progressivamente alla coltura estensiva del grano, quell'area già sul finire dell'Ottocento cominciava ad affollarsi di uomini, soprattutto in alcuni suoi centri importanti come Foggia, grazie al richiamo che i lavori stagionali esercitavano sui braccianti dispersi nei comuni limitrofi e nelle zone più esterne e lontane. La presenza degli uomini diede ben presto una dimensione di massa alla più terribile delle malattie sociali del tempo, la malaria, che in quelle terre imperversava nella forma più virulenta: la "Perniciosa". Secondo calcoli di allora, tra 1887 e il 1902 - data della legge che istituiva la distribuzione gratuita del chinino ai contadini - nella provincia di Foggia erano morti per malaria ben 13.110 abitanti. Né meno allarmanti apparivano i dati della "morbilità ", cioè della diffusione della malaria: nel 1902, nella stessa provincia, fra il luglio e il dicembre furono rilevati 13.432 casi. Una cifra spaventosa, se si pensa che - secondo il calcolo dei sanitari dell'epoca - i casi effettivamente denunciati di insorgenza del morbo si aggiravano intorno a 1 ogni 50 effettivi. Dunque, si può dire, una popolazione di soli malarici presidiava quelle terre.
La D'Antone produce su questi aspetti pagine di grande efficacia, mostrando fra l'altro - attraverso il profilo di alcuni personaggi di prim'ordine - quale ruolo abbiano svolto i medici pugliesi e meridionali. È infatti attraverso di essi che i caratteri del territorio, i problemi del disordine ambientale del Tavoliere, vennero posti in luce con indagini e denunce circostanziate. Una ristretta élite di professionisti forniva all'Italia del tempo uno dei più allarmanti contributi di conoscenza sulle reali condizioni del proprio territorio. E chi oggi, in pieno mondo industriale, ha a cuore i problemi dell'ambiente troverebbe sicuramente molto da imparare da queste lontane vicende che mostrano quanto difficile sia stato in Italia, e soprattutto al sud, il rapporto quotidiano degli uomini col proprio habitat.
La necessità di una grande bonifica, sia igienica che agraria, si fece dunque strada, nei primi decenni del Novecento, tanto presso i gruppi politici locali e regionali che presso l'amministrazione centrale dello stato, anche attraverso uomini politici foggiani divenuti leader nazionali. In questa fase protagonisti di una nuova lettura del territorio divennero gli ingegneri. Si produssero allora numerosi progetti, alcuni dei quali - come il Piano Curato, del 1933 - rimangono oggi come dei veri e propri monumenti della cultura territorialistica del nostro paese.
Le ragioni a favore della bonifica del Tavoliere avevano d'altra parte profonde radici in vasti e differenziati interessi sociali, rappresentando quell'area uno dei grandi granai d'Italia. È per tale ragione che a partire dal primo decennio del Novecento, e con forte accelerazione nel periodo fra le due guerre mondiali, la provincia di Foggia venne ad assumere un ruolo centrale nella politica economica dei governi. Gli indirizzi produttivistici della "battaglia del grano", posti in atto dal governo fascista, finirono coll'assegnare al Tavoliere un ruolo che ben si può definire pilota. Come ricorda e illustra la D'Antone, quella vasta, arida e spoglia pianura si trasformò, fra gli anni venti e trenta, in un immenso laboratorio a cielo aperto. Qui, per iniziativa statale, vennero inviati i migliori agronomi del tempo, alfine di sperimentare nuove razze di frumento, per introdurre nuovi aratri e macchine agricole, per saggiare e diffondere i concimi chimici. L'antico Tavoliere si trasformava in una sorta di avamposto, tecnico e sperimentale, dell'Italia agricola.
Sarebbe tuttavia spettato ai decenni seguiti alla seconda guerra mondiale realizzare in quel territorio le trasformazioni più ampie e radicali. Sconfitto con il Ddt lo spettro della malaria, l'introduzione e diffusione dell'acqua a scopi irrigui - ottenuta dopo decenni e decenni di dibattiti e lotte delle popolazioni - veniva a superare un altro dei gravi vincoli ambientali del Tavoliere, la siccità. Era dunque aperta ormai la via alle colture redditizie e industriali, che si sarebbero tuttavia diffuse negli anni a noi più vicini: la barbabietola, il girasole, il pomodoro, la soia... Nel frattempo, una folta presenza di uomini e donne veniva ripopolando le terre, imponendo nuovi modelli abitativi, forme più larghe di insediamento, progetti e realizzazioni di nuovi spazi urbani. Anche per questi ultimi aspetti, come mostra la D'Antone a conclusione della sua ricerca, l'esperienza del territorio appartenuto al Tavoliere appare segnata da vicende e caratteri di perdurante originalità, anche se le soluzioni e le scelte di pianificazione adottate in questo secondo dopoguerra non sempre hanno corrisposto agli interessi generali, n‚ ai criteri più razionali.